Branca, Branca, Branca…

Tra non molto Catania resterà senza squadra di calcio e pure senza giornale. La squadra, fondata nel 1946, è in fallimento. Il gruppo industriale e finanziario di Nino Pulvirenti, proprietario della società sportiva, è in bancarotta, col fiato sul collo di creditori, lavoratori e magistrati. Non se la passa meglio il giornale La Sicilia, che a causa delle spregiudicate amicizie dell’editore Mario Ciancio è riuscito a mantenere il monopolio della carta stampata in Sicilia orientale, ma non le vendite. Il gruppo Ciancio ha già annunciato la liquidazione dell’altro giornale di sua proprietà, la Gazzetta del Mezzogiorno. Nel frattempo nella città in fallimento, elegantissimo, con la medaglia di Cavaliere di Gran Croce al petto, rientra in scena l’avvocato Vito Branca.

Il ritorno dei ciancisti

Al passaggio di consegne tra i commissari del tribunale e il nuovo consiglio d’amministrazione della Sanfilippo Editore, Ciancio non ci sarà, perché troppo anziano, perché troppo indaffarato a mettere d’accordo gli eredi ma in vero perché trattenuto in disparte dalla prudenza: troppo probabile che la Procura vinca il ricorso in Cassazione contro il dissequestro. Ci saranno invece i ciancisti, quelli che bramano il potere che Ciancio ha avuto. Non ci saranno i giornalisti.

Caso Ciancio, parla Zuccaro

MARTEDI’ 31 MARZO ALLE ORE 16,00 DIBATTITO SUL CASO CIANCIO IN DIRETTA SU FACEBOOK E TWITCH

“Contiguo con Cosa Nostra”, ma questo non è reato. E’ la tesi del provvedimento con cui la Corte d’Appello ha restituito i beni sequestrati al discusso imprenditore catanese Mario Ciancio, sotto processo per concorso esterno in associazione mafiosa: amico dei mafiosi, secondo la Corte, ma “non pericoloso”. Abbiamo chiesto un pensiero in merito al Procuratore della Repubblica di Catania Carmelo Zuccaro.

La “nuova” Sicilia di Mario Ciancio

“Cambiare tutto per non cambiare niente”, diceva il Gattopardo. Così a Catania, il lupo perde il pelo ma non il Ciancio: Mario e Domenico al giornale nonostante la confisca.

Ciancio, Morosoli e il modello Catania

Non è un caso quello Catania, non è un caso neanche quello Ciancio. È un modello. Un paradigma della gestione del potere, ovvero la complicità tra imprenditoria, politica, informazione e magistratura. Comitati d’affari, a ragione, si diceva un tempo. A Catania i ricchi sono compari, soci in affari, amici di merende. Una loggia con un forte vincolo di appartenenza: quello alla città che conta. A Catania siamo fermi ai Viceré. Qui vige la plutocrazia.

Il palazzo del Gattopardo

Non è a Palma di Montechiaro, nemmeno a Palermo. Il palazzo del Gattopardo è a Catania, in viale Odorico da Pordenone al numero 50: la sede de La Sicilia. Mario Ciancio continua ad avere possesso e a frequentare i grandi saloni del secondo piano.

I complici e i vili, e chi si lascia usare

Pippo Fava è morto per Catania, e i suoi ex colleghi de La Sicilia l’hanno tradito per opportunismo, per complicità o semplicemente per viltà. Hanno supportato per anni il giornale di un mafioso, che ha fatto campagna redazionale per la mafia in più di un’occasione (non lo dico io: i giudici l’hanno scritto). Per anni hanno scritto o tollerato calunnie e menzogne, senza mai ribellarsi, prendendo tranquillamente il ventisette, mentre il loro padrone portava in Svizzera centinaia di milioni rubati ai poveri della città.

Il quinto cavaliere

Ci piace immaginare che questi centocinquanta milioni di euro, più quelli nascosti in Svizzera, più quelli ancora da scoprire, vengano amministrati da un commissario approvato dal basso, dalla comunità civile. Che siano risarcimento agli uomini e donne, ai bambini e bambine, agli anziani che vivono nel disagio e nella povertà, dei quartieri del centro storico e delle periferie.