Un caffé agli Angeli Custodi

Giusi e Alfio a due passi dal porto, in un quartiere controllato dalla mafia

A Catania dagli Angeli Custodi si vede il mare. Il quartiere sta di fronte al porto e prende il nome da una vecchia chiesa vicino via Plebiscito. “Vuoi zucchero nel caffè?”. Lì per le strade si spaccia, giorno e notte, e ogni tanto spuntano dei cavalli a pascolare nei campetti di calcio. “No grazie Giusi, per me amaro”.

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In una casa di via Oriente una donna di trent’anni spegne il gas del cucinino e porta il caffè a tavola: “Livia, bedda, ma come fai a berlo così? Già c’è la vita che è amara!”. E mentre ride Giusi fa muovere i capelli lunghi e tinti di rosso. Sono le undici di mattina di un sabato tranquillo e la famiglia ha ospiti in casa. “Alfio – grida Giusi – non vedi che è arrivato Franco con la sua amica? Fozza, scendi dal letto e vieni che ti stiamo aspettando”. Alfio, suo marito, sta sotto le coperte accanto a sua figlia di due anni col telecomando in mano e sbuffa: “Ahi ahi”, si lamenta lui e sposta il piumone per alzarsi. La televisione sta dando una vecchia commedia italiana e dallo schermo i rintocchi di una chiesa accompagnano Alfio e la piccola in ciabatte mentre passano nell’altra stanza. Attorno alla tavola Franco e Livia guardano Giusi che versa il caffè fumante nelle tazzine e le passa agli altri: “Giovanni non mi ha chiamato” dice Alfio alla moglie. “E che ci possiamo fare – risponde lei – anzi ti lamenti quando vaju a stirari causi per dieci euro”.
Alfio fa il muratore, adesso, dopo anni di arresti domiciliari. Appena libero ha ricominciato a lavorare e dopo un anno è salito al nord con l’azienda del principale catanese. “Poi abbiamo litigato coi palermitani – spiega lui – e siamo tornati a Catania”.

Quella di Giusi e Alfio è una casa piccola che dà su un cortile interno, con due stanze grandi più bagno, e ci stanno in sei: marito, moglie, tre bambini e un pitbull. Il soffitto è alto con le travi in metallo a vista, dipinte in bianco come il resto, pavimento compreso.
Prima quel posto era un garage e loro stavano da un’altra parte, in un palazzo occupato: “Il giorno del mio compleanno ci hanno staccato la luce – ricorda Giusi mentre sciacqua le tazzine nel lavandino – che dovevamo fare? Un amico ha ristrutturato ‘ste stanze e ci ha detto di venire qua. Ora paghiamo duecento euro al mese, per la luce invece non c’è bisogno… Grazia, abbassa il volume!”.
Di colpo Giusi sgrida la piccola e le scippa dalle mani lo smartphone mentre il video di youtube continua ad andare: “Gionni gionni ies papà…”. La scenetta nello schermo del cellulare è quella di due ragazzine asiatiche, una fa il padre l’altra la figlia che viene rimproverata dopo una marachella. “Le faccio vedere ‘ste cose in inglese così impara”, dice tranquillo Alfio in mezzo alla litigata familiare. Grazia inizia a gridare e butta le braccia sul tavolo per riprendersi il telefono. “Matri – fa Giusi – non si può parlare in pace”. La donna si accende una sigaretta e dice: “Io amavo dove stavo prima, Livia. A me sto quartiere non piace”.

Alfio gira gli occhi come infastidito mentre beve il caffellatte e dice: “Ma Giusi, tuttu u munnu è paisi“. Lei si alza dalla sedia e risponde: “No, non è vero! Cca c’è a malavita, pure i picciriddi ssu tinti; minacciano, litigano, a tuo figlio più volte a gruppi di cinque ci volevano rompere la testa!”.
“Ma quale” ribatte il marito e muove la mano che tiene il cucchiaino come per cacciare un brutto pensiero.
“Per me stu quatteri rovina i bambini, perché poi io avoglia di dire di non fare le cose, ma quando non ci sono, non posso sapere che fanno. Mica posso rinchiuderli in casa. Qui spacciano, fanno, dicono. Nun ci pozzu fari nenti, a me sto quartiere non mi piace”, conclude Giusi seccata e si siede di nuovo mentre spegne il mozzicone nel posacere: “Tu che dici, Franco, mangiate qua a pranzo?” propone lei.
Il ragazzo guarda imbarazzato l’amica a fianco e dice: “Veramente ci aspettano al Gapa, in via Cordai”. Giusi fa la faccia dispiaciuta: “Strunzu, vabbè poi li prendi questi libri? Sono per Salvo e Marco, per la scuola. Tieni le cedole, Livia”. La ragazza prende i foglietti e li passa a Franco, poi i due si alzano, salutano con un abbraccio ed escono dal cortiletto in via Oriente. La strada è calma. Poco lontano, oltre la piazzetta, si vedono i silos del porto dipinti coi murales e la torre di controllo che lampeggia chiara nel cielo. In quel momento dalla parte opposta arriva Marco, sette anni e la parlatina veloce: “Oh Marco – chiede Franco – ma dove sono i cavalli? Ce n’era pure uno bianco”. Lui fa la faccia di chi la sa lunga e dice: “I cavaddi se puttaru, non ci sono più – fa un saluto distratto con la mano – Ciao Fra” e si infila veloce nella cancellata mentre sua madre lo chiama da lontano.

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