Torino, la lotta quotidiana nelle case popolari

 La storia di Francesca

La notizia è arrivata con oltre una settimana di ritardo. Il 17 aprile è morta Francesca Pavelli (nome di fantasia), di circa settant’anni, per un ictus che l’ha colpita nella comunità di Torino, dove era ricoverata da un anno.

Prima del ricovero, Francesca abitava a via San Massimo da decenni, in un monumentale palazzo popolare che affaccia sui giardini Cavour. La struttura conta due civici, quattro scale, cinque piani, quasi quindici appartamenti a piano, per un totale di oltre duecento abitanti. Lo stabile gira attorno a un cortile quadrato, con un giardino e uno spazio cementificato. Dal 2006 nel palazzo di via San Massimo c’è un’associazione che fa da tramite tra gli inquilini e i servizi. I ragazzi abitano alcuni appartamenti loro riservati, per un periodo di circa due anni. Lo scopo è di intessere relazioni con i vicini, proporre attività, registrare problemi e pericoli. Quando il Comune creò questa struttura, pensava che porre in pieno centro proletari, nullatenenti, malati mentali e persone agli arresti domiciliari avesse un effetto positivo sugli stessi. Nel giro di pochi anni il palazzo divenne un centro di spaccio di droga e uno spazio abbandonato. Le cantine, a oltre dieci metri di profondità dal suolo, divennero il rifugio di tossicodipendenti e senzatetto.

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L’arrivo dell’associazione portò un lento ma progressivo miglioramento, senza tuttavia arrestare le condizioni peggiori di disagio. Dal 2014 al 2017 sono morte cinque persone. Vivevano tutte da sole, tutte oltre i sessant’anni, con gravi problemi fisici. Tutte sono state rinvenute in casa prive di vita. Tra queste, S. si suicidò lasciandosi morire di fame a letto, dopo un primo tentativo sventato proprio dall’associazione. A., invece, fu trovato morto per arresto cardiaco, nella sua casa strapiena di oggetti e cianfrusaglie, sintomo del suo disturbo di accumulatore compulsivo. L’accumulo, che aveva reso difficilissimo anche uscire di casa, aveva invaso il bagno, i sanitari, la doccia. Come molti, viveva da anni senza elettricità, se non nel bagno, grazie a un sistema che gli permetteva di rubarla al vicino. Francesca era tra i casi più gravi. Le era stato diagnosticato un ritardo nell’apprendimento, un disturbo della personalità e diversi problemi fisici. Il giudice le aveva revocato i diritti civili, ma poteva vivere da sola, purché seguita dai servizi. I servizi spesso, però, latitavano. I ragazzi dell’associazione non mancavano di segnalare alle strutture di riferimento i problemi, da quelli di indigenza ai guasti tecnici di luce o acqua. La risposta era però spesso tardiva e oziosa. Nelle periodiche riunioni col Comune, bisognava dapprima dare le buone notizie – feste di quartiere, cene, doposcuola e attività varie coi vicini – per poi passare a quelle brutte. Iniziare con un suicidio o con un intero quadro elettrico in panne, infatti, metteva la dirigenza di cattivo umore. Se invece si iniziava con qualche buona notizia, si poteva passare alle cose più serie, ottenendo un paio di promesse d’intervento.

Il giorno del ricovero di Francesca le divise dei carabinieri si disponevano in fila indiana, costrette dall’angusto corridoio. Le precedevano gli operatori della Croce Rossa. Francesca urlava contro due militari in borghese: “Ve ne dovete andare affanculo, merde!”. Un operatore sanitario mi spiegava che Francesca stessa aveva chiamato la sua assistente sociale affermando di aver ingerito un intero blister di medicine per suicidarsi. Sebbene non fosse nuova ad affermazioni del genere, l’assistente aveva pensato di avvertire i soccorsi. D’improvviso, lo stuolo di carabinieri arretrò di scatto. Il muro si divise, si aprì e uno dei carabinieri era accasciato al suolo, mani sulla testa. Dinanzi a lui Francesca urlava e brandiva un bastone. I militari le piombarono addosso e la arrestarono. La portarono giù, dove l’attendeva un’ambulanza. Con le manette ai polsi, Francesca si era come calmata. La signora, prima recalcitrante, ora era una timida bestiola, impaurita da quelle figure che la circondavano. I suoi occhi, dapprima spalancati e iniettati di sangue, divennero timidi e piccoli. Cercava lo sguardo dei ragazzi dell’associazione e dei vicini usciti sul pianerottolo. Abbandonata a se stessa, Francesca aveva trovato un modo per farsi aiutare da una società che l’aveva parcheggiata a tempo indeterminato in un non-luogo come le case popolari. Questi vetusti palazzoni sono contenitori di bisogni e difficoltà che, messe insieme, si moltiplicano a dismisura. Gli abitanti sono lasciati a una guerra intestina per ogni centimetro di dignità, privati spesso delle necessità elementari.

Portata in ambulanza, Francesca fu ricoverata con trattamento sanitario obbligatorio. I militari lasciarono la porta di casa aperta. Sull’uscio, tracce di scotch, fiori e sterco, che periodicamente stendeva sulla superficie per allontanare i vicini. Nei momenti di calma, invece, Francesca amava fare regali, soprattutto fiori. Casa sua era buia, con un tanfo irrespirabile. Francesca non si lavava, ma amava mettersi molto profumo. In casa mancavano acqua corrente ed elettricità. Il frigo traboccava di cibo avariato. Il letto era coperto da cartoni. Sulle pareti le foto di un matrimonio. Tre volte sposata, dei tre mariti l’ultimo fu l’unico a non picchiarla. Quando venne a mancare, Francesca vegliò sul corpo del marito per giorni. La rividi un paio di mesi dopo, provata dagli psicofarmaci. Poi non l’ho più rivista. Chi è andato a trovarla durante il ricovero l’ha descritta come sempre: scorbutica, volgare, iperattiva, dolce, bisognosa di attenzioni, con la battuta pronta e piccole gentilezze per le persone a cui voleva bene.

 

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