Telejato: a giugno lo switch off. E poi?

Quelli che non strozza la mafia, li strangola il governo. È il caso di Telejato, che con la leggina anti-piccole tv di Berlusconi è condannata a chiudere. E la mafia ringrazia

Forse ne sanno più all’estero che dalle nostre parti. Ne sono venute da ogni parte: televisioni francesi, svizzere, tedesche, svedesi, americane e persino argentine, tutte a cercare notizie di questa piccola emittente che sembra un’anomalia, in tutti i sensi, nel panorama dell’informazione in Italia. Il telegiornale più lungo del mondo, la tv più piccola del mondo, la tv più denunciata del mondo.
Il telegiornale dura in media due ore ed è un contenitore di tutto quello che succede in un territorio che comprende un bacino d’ascolto di  una decina di  comuni e di circa 200.000 abitanti: un territorio “ad alta densità mafiosa”, considerato che si tratta di Corleone, Alcamo, Castellammare del Golfo, Cinisi, Montelepre ecc.
Vi si trovano le informazioni più disparate, dalla cronaca, aggiornata sino a poco prima di andare in onda,  che spazia dall’incendio doloso al furto, all’omicidio, per passare alla politica, con estenuati interviste ad esponenti di tutte le appartenenze,  alle operazioni delle forze dell’ordine, ai servizi culturali, alle iniziative religiose, alle lunghe esternazioni di Pino Maniaci che assume sempre più il tono di una “vox clamans in deserto”, cioè di un predicatore che bacchetta tutti e dispensa buoni consigli, con un’aria da saggio santone che mal gli si addice.
Sulla lunghezza del telegiornale c’è qualche spiegazione: coloro che chiedono di avere trasmessa la pubblicità, vogliono che sia inserita nel corso del notiziario, e siccome, data la sua caratteristica di “televisione comunitaria”, l’emittente non può trasmettere oltre tre minuti di pubblicità l’ora, ecco il protrarsi di certe strategie studiate per allungare i tempi.
Sulle denunce, dopo la duecentesima si è perso il conto: si dovrebbero sfiorare le trecento, delle quali buona parte attribuibili alla Distilleria Bertolino: nei confronti di quella che è stata definita, da più soggetti, “la grande inquinatrice”, “dispensatrice di veleni” “seminatrice di morte”, Telejato ha condotto una campagna quasi quotidianamente, per denunciarne i danni provocati all’ambiente e alla salute delle persone. Altre denunce sono dovute a privati, per lo più politici o dipendenti comunali, dei quali sono state denunciate alcune marachelle al confine tra il personale e il pubblico.
Percò Telejato ha dovuto ricorrere alla “copertura” di direttori responsabili del telegiornale, iscritti all’albo dei giornalisti, come Francesco Alotta, Francesco Forgione, Riccardo Orioles.   
 Gli studi sono composti da tre stanze, quella operativa, addetta al montaggio, al riversaggio e all’impostazione del palinsesto, quella in cui si trasmette e si fanno le registrazioni dal vivo e quella in cui qualcuno della redazione si ritira per scrivere gli articoli. Le attrezzature sono in gran parte obsolete e costantemente guaste o soggette a riparazioni, ove si eccettuano alcuni computer regalati da Arcoiris, in grado di fare, dice Pino, “cose mirabolanti”.
La fotocopiatrice è ormai inagibile, il fax non sempre funziona, il telefono qualche volta è tagliato per mancato pagamento delle bollette, ed idem dicasi della luce, alla quale si compensa qualche volta con un gruppo elettrogeno, o attaccando il filo al contatore dell’inquilino del piano di sotto.
E tuttavia, a partire dalle 13, quando si ritira Letizia, la figlia di Pino, con la sua borsa di lavoro dove è conservata una buona telecamera e le cassette con il materiale girato, il telegiornale comincia a prender forma, si predispongono i titoli, si cercano le immagini da associare alle interviste, si esplorano i vari siti d’informazione per individuare qualche notizia dell’ultimo momento, si ritagliano gli articoli di giornale da rielaborare e registrare.
La temperatura, soprattutto quella di Pino Maniaci, va salendo sino all’ebollizione, grida, imprecazioni, rimproveri, carte in aria, scatti nervosi e poi, alle 14,20 via con la sigla e si compie il miracolo: il telegiornale va in onda mentre Pino saltella andando dalla sedia di speaker al computer centrale, utilizzando tutti gli spazi liberi tra una notizia e l’altra, anche per fumare, o “allungando il brodo” dei commenti, se c’è da aspettare la messa in onda di un servizio non ancora pronto. C’è una ricerca quasi spasmodica di tutte le notizie e immagini che interessano i mafiosi, ormai universalmente noti come pdm (pezzi di merda), con dettagliate descrizioni di arresti, confisca di beni, vicende processuali, omicidi, estorsioni, bravate varie.
Tutto questo, tra non molto minaccia di finire. Dieci anni di storia, che hanno certamente lasciato un segno, diventeranno un ricordo e lasceranno il vuoto. Nella finanziaria del 2011 sono state abolite, senza che nessuno se ne accorgesse, le televisioni comunitarie. Le loro frequenze sono state messe in vendita ed acquistate dalle ditte di telefonia mobile portando nelle casse dello stato circa quattro miliardi.
“Switch off”, spegnere, staccare la spina: abbiamo imparato anche questo: il 30 giugno sarà staccata la spina a tutte le emittenti private locali: sopravviveranno solo quelle che avranno partecipato a un bando di gara esibendo i loro requisiti, essenzialmente fondati sui requisiti economici e sul numero del personale: potranno essere costituite anche reti di televisioni. Chi vince una frequenza avrà a disposizione con  cinque bande su cui poter trasmettere, o da potere eventualmente affittare.
Attenzione: da tutto questo dovrebbero essere  escluse le reti Mediaset, la RAI, Telecom e forse La 7 e SKY: è quello che è stato definito, non chiedete perché, il “beauty contest”. Il governo Berlusconi ha quindi fatto alle sue reti il grosso regalo di continuare a trasmettere senza pagare allo stato quanto dovuto per l’utilizzo dell’etere. E in più ha progettato una manovra con cui chiudere la bocca a tutta la piccola informazione locale, per lasciare posto solo all’informazione governativa controllata secondo precise direttive.
E’ triste il silenzio totale che ha coperto questa manovra. Le forze d’opposizione hanno scoperto tutto questo solo dopo che Telejato ha sollevato il problema su scala nazionale, chiedendo interventi a modifica di una legge capestro: e così ha cominciato a muoversi anche qualche firma del giornalismo e qualche esponente politico: Beppe Lumia ha fatto un’interpellanza in Senato, Salvino Caputo ne ha fatto una alla Regione Siciliana.
Si aspettavano notizie dal Consiglio dei Ministri del 19-01, ma tutta la vicenda è stata rinviata di 90 giorni, scatenando l’ira di Mediaset, che sperava di vedere approvato subito  il beauty contest e che ha gridato, chissà perché,all’illegalità. Il PD ha valutato positivamente il rinvio, promettendo di fare inserire, all’interno della legge che regola la futura distribuzione delle frequenze locali, una norma che preveda la sopravvivenza delle emittenti comunitarie,come Telejato, pari a un terzo delle altre emittenti.
La sensazione, stando anche alle ultime minacce del solito Berlusca, è che fra tre mesi il governo Monti, travolto dalle contraddizioni della sua eterogenea maggioranza, non esisterà più,  che assisteremo al ritorno di Ringo e  del beauty contest, magari in un contesto di bunga bunga. Allo stato attuale Telejato non ha più una frequenza. La costituzione del comitato “Siamo tutti Telejato” sta cercando, attraverso una raccolta di firme e di fondi, di tenere alta l’attenzione sul problema, ma è chiaro che, in questo vertiginoso gioco d’interessi, gli spazi di sopravvivenza, in assenza di una forte mobilitazione, sono sempre più ristretti. E la mafia ringrazia.

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