Solea, o della solitudine. Un romanzo jazz

“Cominciavo a essere leggermente ubriaco… E Miles Davis aveva attaccato Solea. Un pezzo che adoravo. Che ascoltavo continuamente, la notte, da quando Lole mi aveva lasciato. La solea, mi aveva spiegato lei una sera, è la colonna vertebrale del canto flamenco”

E il flamenco qualcuno dice che è la stessa cosa del blues, quel canto arcaico ed eterno dell’uomo che ha avuto tante forme e un solo significato, la solitudine. Proprio buffo il destino, schiavi e schiavisti, negri e spagnoli, blues e flamenco, uniti dalla stessa solitudine.

Solea, per chi volesse andarselo a sentire, si trova in un disco di Miles Davis del 1960, Sketches od Spain, quello famoso per l’Adagio tratto dal Concierto De Aranjuez di Joaquìn Rodrigo, ma per il resto quasi interamente scritto e arrangiato da Gil Evans. Solea è il brano numero 5, quello che chiude, e dura 12 minuti e 15 secondi. Da brivido, se solo si è disposti, si sentono tante cose. Solea è anche il titolo del romanzo che chiude la trilogia marsigliese, quella iniziata con Casino Totale e Chourmo, di Jean-Claude Izzo, ed è da lì che viene …

Cominciavo a essere leggermente ubriaco… Un brivido diverso, più difficile da sopportare, o forse semplicemente la stessa cosa, come il flamenco con il blues. La solitudine di Fabio Montale, ex poliziotto, reo di una “sensibilità a fior di pelle”, e per questo assassinato da un killer della mafia inviato dai padroni. Con un mandato sottoscritto da tutti, cassieri, semplici uscieri, marescialli, autisti e notai, consapevoli o meno.

La grandezza di Davis spesso è difficile da cogliere, perché lui non era né un grande trombettista né un grande compositore, la maggior parte delle cose che ha suonato e che lo hanno reso celebre non erano scritte da lui. La sua pelle era nera, ma anche nel suo caso evidentemente doveva trattarsi di un problema di sensibilità. La faccia luminosa della luna.

Il brano inizia con un solo di tromba emozionante, denso, caldo. E come sul Titanic, quando tutto è perso e resta solo il fondo, Paul Chambers al contrabbasso, Jimmy Cobb ed Elvin Jones ai tamburi, creano allora una marcetta leggera, che accompagna fino alla fine la tromba nel suo solitario viaggio verso il largo e il profondo. “La barca correva verso il largo. Ora andava tutto bene.Il Whisky mi colava sul mento, sul collo. Non sentivo più niente. Né nel corpo, né nella mente. Avevo chiuso con il dolore. Tutti i dolori. E le mie paure. La paura.”

Solea, di Jean-Claude Izzo, è un romanzo, la storia è inventata, ma non ha a che fare con la realtà perché “l’orrore della realtà supera di gran lunga ogni possibile finzione.” Parole sue, affidate a una nota in apertura del libro. Il libro è uscito nel 1998 in Francia (Gallimard) e poi nel 2000 in Italia (Edizioni e/o). Non molto tempo fa, e la realtà a cui si ispira è quella riportata dalla lettura quotidiana dei giornali, da notizie non molto diverse da quelle che si possono leggere oggi, ma ampiamente anche a documenti ufficiali, soprattutto quello pubblicato dal Dipartimento d’informazione pubblica dell’O.N.U., Nazioni Unite. Vertice mondiale per lo sviluppo sociale. La globalizzazione del crimine. Il bello della democrazia. Solea è un brano magistrale, uno dei più belli mai suonati da Miles Davis, la “colonna vertebrale del canto flamenco”, soledad, solitudine, la stessa.

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