Sicilia, migranti e profughi: ribaltare il modello dell’integrazione mancata. Intervista a Giuliana Sgrena

La Sicilia si trova oggi ad affrontare una sfida importante. Politica, sociale, culturale e religiosa. La sua posizione geografica, la sua storia secolare, le radici meticce e “bastarde” le impongono oggi un ruolo diverso e per certi versi più impegnativo rispetto alle altre regioni d’Italia e d’Europa. Un complesso processo di costruzione di quella che Giuliana Sgrena definisce una “comune identità mediterranea”, che unisce in nome delle stesse rivendicazioni i popoli del Nord del Mediterraneo e quelli del Sud.

Un’identità fondata sugli stessi movimenti di piazza che chiedono più democrazia, più diritti, maggiore partecipazione, un diverso ruolo della donna all’interno dei meccanismi decisionali delle istituzioni. Fondata sul rifiuto di un modello storicamente perdente di neoliberlismo rapace che ha depredato i paesi dell’Europa meridionale in nome del libero mercato. In nome di una precisa visione dell’economia, nata dalla Scuola di Chicago, che di fatto ha spogliato i governi dalla propria sovranità svendendola a pochi istituti in cambio di pesanti ma, ovviamente inefficaci, iniezioni di danaro.

Lo stesso modello post-imperialista che ha imposto la democrazia con le bombe, stuprando i territori e calpestando le identità dei popoli in nome del controllo dei pozzi di petrolio. Una manovra oculata di destabilizzazione che ha chiuso gli occhi, quando non direttamente sostenuto, le forze “ribelli” durante gli anni convulsi delle Primavere Arabe, non distinguendo tra movimenti democratici e gruppi islamisti.

Contribuendo, com’è successo in Libia, a “violare” quelle rivoluzioni – secondo una felice definizione di Giuliana Sgrena- trasformandole in fine in nuovi scenari teocratici. Un vero e proprio passo indietro rispetto al passato recente, dove si risponde con la sharia a chi chiede democrazia.

Una volontà predatoria globale che nei paesi del Sud del Mediterraneo ha contribuito a generare una delle più grosse migrazioni di massa degli ultimi anni. I numeri dei flussi migratori parlano chiaro. Parlano chiaro anche i numeri dei morti, dei cadaveri pescati dai pescherecci e dalle motovedette delle forze dell’ordine, che con l’attività messa in moto da Mare Nostrum hanno provato a contenere un’emorragia ormai insostenibile. Un disastro umanitario in cui hanno un ruolo centrale le organizzazioni criminali internazionali e le mafie nostrane.

Ed arriviamo dunque dalle coste africane alla Sicilia. L’integrazione mancata, fallita, in una terra di confine come la Sicilia ha trasformato biecamente la migrazione in uno strumento di guadagno e di clientela per una certa politica. Schiaffeggiando millenni di multiculturalismo e condannando l’isola ed i suoi abitanti a diventare ancora più “terra di frontiera” da qui ai prossimi anni. Ma oggi sono i confini stessi a superarci, ad imporre una riflessione più seria.

Sicuramente diversa dalla narrazione dell’emergenza proposto dalla retorica della conservazione e sposato quasi supinamente dal giornalismo italiano. L’esodo dei rifugiati di guerra si trasforma dunque in un nuovo capitolo della “terapia dello shock”, la strategia adottata dall’Occidente per distrarre dalle proprie responsabilità e proporre soluzioni emergenziali a problemi che richiederebbero un approccio diverso.

La rappresentazione mediatica dell’islam o, più nello specifico, del terrorismo di matrice islamica, soffre infatti di tutti i difetti già altre volte evidenziati della costruzione dell’altro come diverso da noi. Nella narrazione mainstream i gruppi islamisti, lo jihad e le culture arabe si mescolano in una raffazzonata identità che porta all’impossibilità di distinguere tra movimenti e soggettività profondamente diversi.

Ma ancora una volta, la questione riguarda soltanto la prospettiva di osservazione. Troppo vicini e troppo lontani allo stesso tempo, i media osservano un fenomeno complesso da un punto di vista sfocato che spesso, come ha avuto modo di sostenere Keith Abdelhafid, presidente della comunità islamica in Sicilia, è affetta da una “colpevole” ignoranza.

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Uscire dalla logica emergenziale della questione migrazione e profughi è la priorità che ci si deve intestare sin da subito: decretazioni d’urgenza, pioggia di fondi senza controlli sostanziali, Cara, Sprar, accoglienza integrata, pocket money, cooperative sociali. Una confusione normativa e organizzativa che rappresenta un ecosistema perfetto per creare sperperi, clientele e corruzioni.

Un flusso migratorio di scala mondiale appaltato alla politica siciliana. E scatta la corsa al migrante, ad accaparrarsi subappalti e forniture.

La stessa apertura e successiva gestione del Cara di Mineo rappresenta lucidamente lo stato delle politiche sull’integrazione nel paese, sotto punti di vista diversi.

Infatti, uno dei più grandi centri di accoglienza d’Europa – visitato negli scorsi giorni dal ministro degli Esteri francese venuto in visita per conoscere le politiche italiane – è stato imposto in maniera inadeguata in un territorio che ha gli stessi abitanti di quelli che vengono ospitati nel centro.

Mancano le reali politiche di integrazione, una reale progettualità sul fenomeno. E questo sia dal punto di vista centrale che regionale.

Eppure la Sicilia qualche potere in materia lo avrebbe. In base alla tanto declamata autonomia si potrebbe, infatti, garantire la cittadinanza alle seconde generazioni, ponendo una pietra miliare sulla via dell’integrazione reale, al netto di chiacchiere e proclami. E si darebbe un segnale all’Italia e all’Europa, dal laboratorio dell’integrazione chiamato Sicilia.

D’altronde nelle pagine di questo giornale riportavamo le parole di Rosario Crocetta che, all’indomani della strage di Charlie Hebdo, promise che avrebbe inserito nella sua agenda politica proprio il riconoscimento della cittadinanza ai nati in Sicilia.

Bisogna saper guardare oggi in faccia un fenomeno che ha scala planetaria, che investe le vite di milioni di uomini e donne che rischiano la loro vita per il sogno di condizioni di vita o migliori o, più drammaticamente, per scappare dalle loro case, ridotte in macerie da conflitti generati il più delle volte dalle condotte scellerate dell’Occidente.

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Dopo l’incontro “Un mare nostrum contro il terrorismo”, abbiamo chiesto alla giornalista Giuliana Sgrena, esperta conoscitrice del mondo islamico e dei teatri di guerra, un parere riguardo il modello d’integrazione, a nostro parare fallimentare, costituito dai centri di accoglienza.

Ecco l’intervista:

 

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