Scuola-lavoro

Fatta bene servirebbe, ma ora pare messa lì per sfruttare i ragazzi

“C’è molta confusione, nemmeno i professori sanno che cosa si deve fare” – dice Mattia, liceale di Catania – “Solo le classi con tutor dalle idee chiare cominciano subito le attività, la maggior parte degli studenti aspetta di cominciare”.

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“Non abbiamo un riferimento – fa la sua compagna Martina – e non sappiamo che progetti ci sono”. “Quando entrò in vigore – fa Alessandro – ci fu un caos totale. Ora abbiamo istituito una Commissione Alternanza che ogni mese si vede coi docenti incaricati, per far scegliere i progetti ai ragazzi. Fino all’anno scorso li proponevano solo gli insegnanti”.

Federica, del linguistico, nota che “c’è stata scarsa organizzazione da parte della scuola e dei vari enti, capitava di andare a fare attività e nessuno sapeva cosa farci fare”. Per Nicola dello scientifico “nei licei non è utile, lo è di più negli istituti tecnici. Là ci si avvicina a lavori che s’incontrano dopo il diploma”. Nei tecnici in effetti è sempre stata diffusa la pratica di portare studenti in azienda per far loro conoscere il mondo del lavoro. Adesso è obbligatoria per tutti. L’alternanza scuola-lavoro, in vigore da due anni, consiste in stage/lavori gratis per gli studenti, duecento ore nel triennio per i licei e quattrocento per i tecnici. Per raggiungere questo numero di ore i ragazzi fanno attività di qualsiasi tipo.

“Per settanta ore, mattina e pomeriggio, siamo stati a catalogare libri al computer – racconta Mattia che ha lavorato in una biblioteca – Non abbiamo imparato molto ed è stato anche noioso”. “Il nostro compito era di prendere dei libri, spolverarli e posarli di nuovo” spiega Nicola, che è stato in un’altra biblioteca. “Entravano pochissimi visitatori – racconta Umberto, “guida turistica” in un museo – Alla fine, di visite guidate non ne ho fatto neanche una”.

“In alcune aziende i lavoratori ci hanno insegnato a fare le saldature, che a scuola non avremmo mai imparato”: è andata meglio a Federico, di un istituto tecnico. Con l’alternanza molti di noi non sono andati a scuola per una settimana intera – lamenta invece Mimmo, del classico – A maggio è stato un problema, con le interrogazioni finali”. “Al quinto anno – dice Umberto – abbiamo dovuto fare una settimana d’interrogazioni e compiti in classe per recuperare il programma. A un certo punto ci siamo dovuti rifiutare di andare all’alternanza perché perdevamo ore di lezione. La risposta è stata che si doveva fare per forza”.

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