Sconosciuto profugo numero 10. La storia dei vivi

San Lorenzo. Una carretta del mare giunge sul litorale della Playa di Catania, al largo del Lido Verde. A bordo, dicono i giornali, 120 migranti. Quattro di loro, stremati dal viaggio, muoiono in mare tentando di raggiungere la spiaggia, altri due vengono soccorsi sulla riva ma non ce la fanno a sopravvivere. Non rintracciati fino a quel momento, invisibili ai sofisticati radar della marina, a dare la notizia dello sbarco è il proprietario del lido, i primi ad arrivare i Vigili del Fuoco in servizio al Porto di Catania. Sei cadaveri giacciono sul bagnasciuga, avvolti nelle coperte scintillanti dorate e argentate del pronto intervento, sotto lo sguardo, a volte sconvolto, dei tantissimi bagnanti.

Di quelle sei giovanissime vite spezzate, di quei ragazzi egiziani tra i 16 e i 27 anni di cui solo le autorità conoscono i nomi parleranno i telegiornali, i ministri, la gente nei bar e sotto l’ombrellone. Per loro la Rete Antirazzista, Catania Bene Comune, l’Arci e il Collettivo Politico Experia hanno chiesto al Comune di Catania che venisse proclamato il lutto cittadino. La Giunta, tramite il vicesindaco Marco Consoli, con una scelta importante e di significato straordinario ha deciso, accogliendo l’appello, che il 14 agosto, nella vigilia di ferragosto, sarà lutto cittadino. Il Comune si è pure impegnato, come richiesto, a svolgere le cerimonie funebri qualora le salme non dovessero essere richieste nei paesi d’origine. L’Amministrazione comunale di Catania ha deciso la via della pietà e della compassione, del lutto e delle bandiere a mezz’asta. La via giusta anche se i loro partiti di riferimento a Roma e loro stessi in parlamento hanno votato negli ultimi anni le leggi che permettono i rimpatri forzosi, che programmano di rinchiudere i migranti in lager moderni. Si sono convertiti all’umanità loro che hanno detto sì ai respingimenti, alle inumane trafile per la cittadinanza, ai ghetti nel deserto che chiamano centri d’accoglienza. Con le loro dita sui pulsanti del parlamento romano hanno creato la clandestinità e oggi loro, complici delle scelte politiche che negli ultimi anni hanno causato le migliaia di morti nel Mediterraneo, dichiarano il lutto. Un lutto che serve soprattutto a loro per comprendere gli errori e i frutti delle loro leggi criminali e razziste. Per il resto della città sarà un momento straordinario di civiltà e dignità.

Null’altro è possibile fare per quei sei ragazzi uccisi dall’emigrazione, uccisi dalla povertà, vittime anche loro delle guerre e delle dittature. Ma alla Playa di Catania all’alba del 10 agosto tanti altri migranti sono arrivati vivi. Donne, uomini, ragazzi e bambini provenienti dall’Egitto e dalla Siria. I minori non accompagnati da parenti, soprattutto egiziani, sono stati subito trasferiti in centri d’accoglienza per minori dislocati nella Provincia di Catania e in Calabria. Il resto dei migranti, composto in larga parte da nuclei familiari con bambini, provenienti dalla Siria, è stato invece trasferito presso la nuova sede della Scuola Doria in via Case Sante nel quartiere popolare dei Cappuccini, a due passi da via Plebiscito, a Catania. Per queste donne e questi uomini in pochi nelle Istituzioni si sono dati da fare. Nessun interprete o mediatore culturale è stato mandato dalla Prefettura e dalla Questura, nessun presidio medico è stato allestito dalla Regione. Solo il Comune, con l’impegno dell’Assessora Scialfa e l’interessamento del vicesindaco ha tentato di assicurare ciò che era di loro competenza fornire ai migranti: pasti e locali. Ma fortunatamente c’è altro oltre le Istituzioni. La Rete Antirazzista, l’Arci, Catania Bene Comune, il Collettivo Politico Experia e l’osservatorio per Catania hanno mantenuto una presenza costante sin dal momento dello sbarco per monitorare la situazione e compensare le gravi carenze della Prefettura. Medici, interpreti, mediatori culturali sono stati contattati e forniti dalle associazioni. Il quartiere si è attivato regalando ai migranti vestiti, cibo, giocattoli per i bambini e altri generi di prima necessità. Anche la riparazione degli occhiali di un bambino è stata regalata dall’ottico a cui i militanti si erano rivolti. Segni di una solidarietà attiva e vivace, antirazzista e pacifista.

Per chi è arrivato col barcone però niente è ancora certo. I migranti che da 48 ore vivono in situazioni precarie, nel caldo estremo della palestra della scuola, sanno solo che vogliono raggiungere i loro parenti nel nord Europa. Per questo rifiutano, per ora, di richiedere asilo in Italia (cosa che li tratterrebbe per molti mesi nel nostro Paese) e attendono che la Ministra Kyenge, contattato tramite l’On. Albanella, permetta un veloce transito dai centri d’accoglienza per raggiungere in tempi brevi le loro destinazioni. Le normative già prevedono i ricongiungimenti familiari e basterebbe un lavoro puntuale di censimento delle singole situazioni dei migranti per arrivare all’esito che essi sperano. Tuttavia i tempi si allungano a causa dell’impreparazione della Prefettura e della diffidenza, più che legittima per chi proviene da una dittatura, dimostrata dai migranti. Alla scuola Doria, in compagnia dei poliziotti che ogni sei ore cambiano turno, i bambini siriani giocano e urlano “freedom” mostrando la V, le ambulanze arrivano ogni mezz’ora per rispondere alle varie emergenze mediche e mentre le donne mostrano la loro esasperazione qualche padre minaccia gesti eclatanti nel caso non fosse liberato.

Zitto, spaventato e abbandonato dalle Istituzioni nel reparto di ortopedia dell’ospedale Vittorio Emanuele c’è invece un ragazzo di 16 anni egiziano, trasferito in ospedale subito dopo lo sbarco. Una bruttissima frattura del bacino lo costringe a letto. Nessuno dalla Prefettura o dalla Questura ha mandato un interprete che potesse tradurre le parole dei medici, chiedergli come stava. Così i medici e i compagni di reparto, che subito l’hanno preso a cuore, non hanno potuto chiamarlo per nome e sulla cartella clinica hanno scritto “ Sconosciuto profugo numero 10”. Il numero che i soccorritori gli avevano scritto sulla mano. Solo l’intervento di Alì, contattato dalle associazioni dopo che una pattuglia della polizia scientifica aveva posto il problema della necessità di un interprete, ha potuto permettere di scoprire che Hamed ha 16 anni, non è allergico ad alcun farmaco e non ha mai subito un’anestesia. Ad Hamed manca sua madre e negli occhi conserva la paura e il coraggio di chi per dieci giorni ha navigato nel mare aperto alla ricerca di una speranza, della dignità.

Gli sconosciuti profughi, non importa che numero abbiano scritto sulla mano, sono tanti. Scappano dalle guerre e dalla miseria. Quella miseria generata anche dalla nostra ricchezza, quella guerra determinata dalla nostra voglia di dominio. Meritano la dignità di un nome e di un futuro di pace.

Incominciamo a indignarci per la sorte che attende i vivi. Non basta più piangere i morti.

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