Riforma del Codice Antimafia

Ne parla il deputato Davide Mattiello

Non basta sottrarre beni alle mafie, se ciò che si è tolto si trasforma in una sconfitta sociale. Non basta sequestrare i beni alla criminalità organizzata, se poi questi beni finiscono abbandonati a loro stessi. In Italia oltre 23mila sono gli immobili confiscati, ma di questi non si conosce quanti siano stati effettivamente destinati. Più di 3mila sono le imprese confiscate, ma di queste solo pochissime hanno ripreso la loro attività. È alla luce di questi dati che è nata una nuova proposta di legge sui beni confiscati e la riforma del Codice Antimafia.

giardino di Scidà

Per comprendere meglio il testo della proposta, ci siamo rivolti a un esperto, l’onorevole Davide Mattiello. Relatore della Commissione permanente di Giustizia, ha influito molto su questa proposta di legge. Mattiello ha precisato che tale riforma mira a modificare il Codice Antimafia varato nel 2011, con legge delega del 2010. Dal 2013 in poi la Commissione Antimafia ha aperto un’inchiesta dedicata al funzionamento dei sequestri e delle confische, e nel dicembre 2014 ha redatto una proposta complessiva finale con l’aiuto di altre associazioni, tra cui Libera. Quest’ultima ha infatti giocato un ruolo significativo nella raccolta di firme, che hanno  permesso di presentare la proposta come di iniziativa popolare di fronte al Parlamento. Di lì, la Commissione ha prodotto una nuova proposta di modifica.

Cosa ha portato alla nascita di questa riforma, se si pensa che tale disciplina è entrata in vigore solo poco tempo prima con il Codice del 2011?

La disciplina del Codice Antimafia prevede l’istituzione di un ente, l’Agenzia Nazionale per l’amministrazione e destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata. Come si può dedurre dalla denominazione stessa, questo ente svolge essenzialmente due funzioni: la prima consiste nel governare la destinazione dei beni definitivamente confiscati, la seconda nell’amministrare quelli che ancora non hanno ottenuto una destinazione, e che non sono soggetti a confisca definitiva. Il problema che è stato riscontrato fin da subito è che tale ente funziona poco e male, pertanto i risultati sono stati al di sotto delle aspettative. Quest’ente ha le gambe troppo sottili, è troppo debole e poco organizzato, dotato di poco personale. Ed è questo uno dei punti principali di questa riforma, che mira a una ridefinizione e a un potenziamento del ruolo dell’Agenzia e del suo funzionamento.”

Il testo di legge prevede la creazione di un Fondo di garanzia per beni e aziende sequestrate. Come funziona questo strumento?

Quello delle aziende è stato un altro dei punti fondamentali che ha portato alla nascita di questo testo. Circa il novanta per cento di queste aziende, una volta confiscate, falliscono. Tra i tanti motivi, ricordiamo il fatto che una volta che queste aziende vengono sequestrate, le banche che le finanziavano chiudono i rubinetti del credito.  E questo mi porta a fare una considerazione di natura politica: perché le banche fornivano crediti alle aziende nel momento in cui erano gestite dalle mafie, e tagliano i fondi quando invece arriva lo Stato a dare loro un riscatto? Questa proposta vuole con questo istituto aumentare i fondi di finanziamento per queste aziende sequestrate, tali da consentire all’amministratore giudiziario e all’Agenzia di potersi muovere più agevolmente nella strada che condurrà alla rinascita delle imprese. Di fatto, quando una di queste aziende fallisce, il fallimento è doppio: da un lato infatti lo Stato “distrugge”  posti di lavoro, dall’altro è una sconfitta nella battaglia contro la mafia se si considera che la produttività di queste aziende era elevata ed efficiente quando queste erano sotto il controllo delle mafie.

La riforma incide  anche nella procedura che intercorre tra la proposta di sequestro e la condanna definitiva di confisca. Quali sono gli obiettivi?

Sì, per quanto riguarda la procedura, l’intervento è stato profondo, per assicurare due garanzie: tempi certi e rapidi, ma soprattutto tutelare i diritti della difesa del proposto e del terzo creditore in buona fede. Relativamente al primo punto, vorrei osservare il fatto che oggi il processo che porta alla condanna definitiva può durare anche fino ai dieci anni. Il che è inconcepibile. Ad esempio, la proposta prevede la così detta distrettualizzazione. Si cerca in questo modo di concentrare le accuse all’interno dei singoli distretti antimafia. Per quanto riguarda la tutela dei terzi e del proposto, la questione è fortemente delicata. Sia l’UE, sia la Corte Costituzionale hanno più volte invitato il legislatore a rendere questa procedura maggiormente tutelante, soprattutto in tema di prevenzione patrimoniale. In questo caso sequestro e confisca prescindono dal giudizio del giudice. Nonostante non sia stato accertato alcun reato o delitto, si ha l’ablazione del bene. Il soggetto che subisce tale misura di prevenzione non è un condannato, ma solo un indiziato. L’effetto che si produce nei suoi confronti è devastante e pericoloso, proprio per le conseguenze negative che può comportare. Si genera un’indagine patrimoniale, si accerta che quei determinati beni oggetto dell’indagine non possano essere giustificati con il reddito o con il lavoro svolto dal sospettato. Si cercano indizi di comportamenti illeciti e abituali. Si tratta di un istituto privo di garanzie processuali.

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