“Questo è il mio corpo”

Una proposta di legge contro la tratta e lo sfruttamento della prostituzione

Sono le due di notte, ci sono dieci gradi e sul ciglio della strada, al buio, si scorgono diverse ragazze. Delle macchine spesso si fermano da una di loro, le chiedono quanto costa, contrattano un po’ sul prezzo delle prestazioni e poi, quasi sempre, le fanno salire.

Foto di Francesco Nicosia

Sonia è appoggiata a un muretto, è piccola, magra, molto bella. Non dice la sua vera età: se gliela chiedono, risponde o ventidue, o ventitré. A volte anche venti. Non dice neanche il suo vero nome: sulla strada lei è Sonia, e basta. Cammina avanti e indietro, sfrega le mani per riscaldarsi e poi le poggia sulle gambe nude e fredde. È nigeriana, è in Italia da quattro mesi. È arrivata a Lampedusa, dopo una lunga camminata nel Sahara e un periodo in Libia: “cose brutte, in Libia” racconta nel suo italiano stentato “cose davvero brutte”. Ha attraversato il mare. “Nel mio paese la gente muore di fame” racconta in inglese “la mia famiglia è povera, adesso siamo rimaste io e mia madre, mio padre è morto l’anno scorso. Non avevamo nulla, non avevamo da mangiare. Un giorno mio zio mi ha detto che se volevo il suo aiuto, dovevo sposare un uomo vecchio e musulmano. Dovevo farlo, altrimenti mi avrebbe cacciato di casa. Io sono cristiana, non volevo. Ho vissuto in strada per molti giorni, finché una Lady non mi ha proposto di andare a lavorare in Italia, che lì stanno tutti bene e che sicuramente mi avrebbero aiutato. Avrei potuto fare la parrucchiera, mi diceva.” La Lady le ha organizzato il viaggio. Con un rito voodoo le ha fatto promettere che avrebbe ripagato tutti i soldi una volta in Italia e le ha spiegato a chi, una volta arrivata, avrebbe dovuto rivolgersi per lavorare.
Sonia è in Italia da quattro mesi e da tre sulla strada. Una volta arrivata ha scoperto quanto realmente era il suo debito con la Lady e i suoi sfruttatori: 30mila euro. Deve ripagarlo prostituendosi e senza lamentarsi. “Devo pagarlo perché ho paura per mia madre, loro possono arrivare a lei. Vorrei scappare, ma so che la metterei in pericolo”. Paga l’affitto del pezzo di marciapiede in cui ogni sera si vende, tutti i giorni fino alle due-tre del mattino. E ogni settimana deve portare un tot di soldi ai suoi sfruttatori, altrimenti viene picchiata.
Secondo un report dell’Ufficio delle Nazioni Unite per il controllo della droga e la prevenzione del crimine, ad oggi le vittime della tratta a livello mondiale sono ventuno milioni, tra traffico di bambini, di organi, prostituzione e lavoro nero. Le ragazze che si incontrano nella nostre strade sono quelle sopravvissute alla traversata africana e del mare, quelle che resistono alla violenza della Libia, alla fame e alle malattie. Non tutte, poi, sopravvivono anche alla strada.
In Italia sono tra le 75 e le 120mila le vittime della prostituzione e il 37 % ha un’età compresa tra i tredici e diciassette anni. La domanda è molto alta, sempre: secondo uno studio del gruppo Abele, sono circa due milioni e mezzo i clienti italiani ogni giorno. “Lo sfruttamento e la schiavitù legati alla prostituzione sono problemi che non possiamo far finta di non vedere. Su questo serve una vera battaglia” dichiara Caterina Bini, deputata della Repubblica Italiana, che lo scorso luglio ha presentato alla camera una proposta di legge (Atto Camera 3890 “Modifica all’articolo 3 della legge 20 febbraio 1958, n.75) contro la “schiavitù” della prostituzione. “Alla prostituzione – continua la Bini – ci si avvicina in genere attraverso dei luoghi comuni. Si tratta, in realtà, di una materia oscura, sepolta, che priva le donne della loro dignità e dei loro diritti. Anche io ritenevo che per eliminare lo sfruttamento la strada più corretta fosse la legalizzazione. Condividevo l’idea che si trattasse di un fenomeno inestirpabile. Poi ho scoperto che anche i modelli scelti da stati come la Germania e l’Olanda non funzionano: il mito della donna professionista del sesso che crea una casa chiusa autogestita è un mito sbagliato. Se si va dietro il luogo comune dell’autonomia, si scopre che queste donne non sono libere. Dietro di loro c’è la criminalità organizzata, che porta sempre violenza e schiavitù. La proposta combatte la tratta di esseri umani a scopo di prostituzione e lo sfruttamento sanzionando il cliente”. Per sostenere la proposta di legge, l’Associazione Papa Giovanni XXIII, da sempre impegnata con il servizio anti-tratta contro lo sfruttamento ai fini di prostituzione, propone la campagna di sensibilizzazione “Questo è il mio corpo”.
La campagna si basa sull’idea che ad alimentare la schiavitù è la domanda, e per questo meccanismo, vede la soluzione nella proposta di legge Bini, che sostiene con una petizione: “Chiediamo al Parlamento italiano” si legge nella presentazione della campagna “di approvare la proposta di legge Bini che vuole, sull’esperienza di altre legislazioni europee, punire il cliente dello sfruttamento sessuale, per togliere così alle organizzazioni criminali la fonte di guadagno e per combattere lo sfruttamento di persone vulnerabili: colpire la domanda per contrastare le conseguenze devastanti che la prostituzione crea. Le donne che si prostituiscono arrivano da ambienti familiari e sociali degradati, hanno alle spalle storie di povertà, violenza e abusi. Non ci può essere libertà in un comportamento che nasce da una catena di sopraffazioni”.

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