Per le strade di Bologna

Il giornalismo di Giancarlo, quello che vogliamo continuare a fare

Sei mesi fa una Mehari verde ha percorso le strade di Bologna per raccontare la storia di Giancarlo Siani, il giornalista napoletano freddato dalla Camorra nel 1985. Giancarlo, un altro “abusivo” della professione in un altro territorio di confine, quello di Torre Annunziata. Uno che diceva troppo su ciò che tutti preferivano tacere. Proponiamo la lettera che la redazione di Dieci e Venticinque ha pubblicato lo scorso febbraio, per continuare a fare il punto sul giornalismo etico, l’unico che vogliamo continuare a fare.

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Caro Giancarlo,
a più di trent’anni di distanza dalla tua tragica scomparsa, in quella sera del 23 settembre 1985, la tua Mehari verde, con cui facevi la spola tra Napoli e Torre Annunziata, si è rimessa in moto. Qualcuno non era felice per niente. Delle tue inchieste scomode, della tua inesauribile curiosità, tantomeno del tuo impegno contro la camorra. Qualcuno aveva deciso che dovevi essere messo a tacere. Per loro eri solo un ragazzino troppo curioso. Sapevi contro chi stavi combattendo, ma la passione non conosce ostacoli, nemmeno quelli che sanno di piombo. Così sei andato avanti per la tua strada, continuando a macinare chilometri. Poi, in un attimo, è finito tutto.
Trentadue anni fa, anche in Campania veniva ucciso un giornalista. I tuoi articoli, Giancarlo, non sono però morti con te, anzi. Ne sono stati tratti libri, e ne hanno parlato in tanti in questi anni. Le tue parole sono arrivate nelle scuole, tra i ragazzi che ascoltando la tua storia hanno capito quanto grande può essere una passione, se ci credi davvero. Alcuni di loro hanno dato vita a un’emittente radiofonica, che nel tuo nome continua a denunciare angherie e soprusi, dando voce a chi usa come arma soltanto la propria voce. Quest’anno anche la tua automobile ha ripreso vita, per portare in giro per l’Italia le testimonianze di quanti hanno tratto insegnamento dal tuo sacrificio. Questo viaggio, il Viaggio Legale lo hanno chiamato, è arrivato fino in Emilia-Romagna – dove in questi mesi si sta celebrando uno dei più grandi processi contro la mafia, il processo Aemilia – facendo tappa in molte città e comuni.
Per anni abbiamo pensato che la mafia non ci riguardasse, che fosse una cosa lontana da noi e di cui era meglio non interessarsi. Ora ci troviamo a raccogliere i cocci di quest’Italia che stenta a riprendersi, pervasa dalla corruzione e dal malaffare. Giancarlo, tu ci hai insegnato che le parole fanno più male di una bomba atomica, che non importa chi sei e da dove vieni, basta dire ciò che si pensa e non restare in silenzio, non pensare di essere solo uno dei tanti, ma comprendere di essere un pezzo importante di quell’ingranaggio che fa funzionare la macchina. I ragazzi di Bologna – erano centinaia – lo hanno capito. Si sono messi in gioco, facendo domande e provando a cercare negli altri e dentro loro stessi le risposte. Hanno guardato la tua macchina tra le strade della città, all’università, all’aeroporto, e in tanti altri luoghi simbolo di Bologna. Adesso la Mehari è partita di nuovo, alla volta di Rimini e della Romagna, per continuare a raccontare la tua storia. Il cammino verso la Verità non si è affatto concluso.

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