OMERTA’

L’omertà “popolare” e quella “perbene”. Come convivono a Catania

Non è solo la povertà del rapporto sfavorevole tra le proprie capacità di spesa e il mercato; no, è l’intreccio di molte povertà, è la povertà che viene dalla solitudine, dall’indigenza relazionale, dall’esilio in quartieri abbandonati, dal fatto di non avere società

(Giambattista Scidà)

Decine di persone hanno assistito al feroce pestaggio del vigile Licari. “Omertà popolare”. Certo. Ma ancora più feroce l’omertà “perbene”, coi cinquemila bravi catanesi che partecipano alla setta del santone pedofilo che si faceva portare nel letto, dalle madri-seguaci, le ragazzine scelte per “servire l’arcangelo”: per venticinque anni. Fra i primi, ignoranza e miseria concorrono a spiegare. Fra i secondi, egoismo brutale e assenza di valori umani. I primi si curano con le scuole (ma a Catania se ne chiude una all’anno). Ma i secondi?

Giambattista Scidà - foto archivio I Siciliani

Giambattista Scidà, già presidente del tribunale dei minori di Catania – foto archivio I Siciliani

Questa città, dove ancora c’è chi pubblicamente ingiuria Giuseppe Fava, abituata a rimuovere, abituata ad assolversi in massa (il processo al dittatore-padrone, che comincia a marzo, è stato rimandato e negato con tutti i mezzi), abituata a scaricare sui miserabili la sua ferocissima avidità di potere, non si può più curare con le aspirine e i pannicelli caldi. Occore un rovesciamento radicale.

Il Gapa, i Siciliani, I Briganti a Librino, Gammazita, lavorano coi loro poveri mezzi, giornata dopo giornata e anno dopo anno, per afferrare per i capelli le vittime, per tenerle a galla prima che diventino vittime o a loro volta oppressori. Ma questa è solo una parte. È soltanto una parte del drammatico lavoro, di questa lotta durissima per fare di questa città una città umana. Bisogna che comandino i poveri, che i piccoli rugbisti di Librino, fra dieci anni, prendano le cose in mano, coi loro fratelli del doposcuola del Gapa, delle piazzette di Gammazita, del piccolo mondo nuovo che pian piano si affaccia dal fiume limaccioso della città mafiosa.

Non sappiamo chi sia il giovane quasi-assassino del cinquantenne, se un rampollo di mafia  (e dunque ricco) o un ragazzo sbandato che ancora qualche anno fa avrebbe potuto essere salvato. Sappiamo chi sono i vigliacchi che hanno fatto corona, in silenzio colpevole, al suo delitto e, nel cerchio più esterno, coloro – numerosissimi e perbene – che fanno corona oggi, illudendosi di essere assolti da questa o quella parola di fuggevole e pelosa “solidarietà”.

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