“O petrolio o energia pulita”

“Un referendum che va molto oltre le trivelle”. Secondo il professor Armaroli, del Cnr di Bologna, il momento della svolta è questo.

Nel nostro paese le fonti rinnovabili (idroelettrico, fotovoltaico, eolico, geotermico, biomasse) coprono il 42% della domanda elettrica. Negli ultimi anni però una serie di provvedimenti legislativi ha creato crescenti complicazioni burocratiche al loro sviluppo, ostacolando l’ulteriore espansione di queste fonti.

Nicola Armaroli, dirigente di ricerca del CNR di Bologna, è uno dei più forti sostenitori della transizione energetica alle rinnovabili. Per questo motivo, abbiamo voluto capire con lui perché sia urgente spingere in una direzione diversa da quella dell’estrazione di idrocarburi che, a conti fatti, sembra non portare i vantaggi promessi.

Prof. Armaroli, qual è il motivo principale per cui dovremmo votare Sì e quali sono i danni ambientali principali derivanti dalle attività di estrazione di idrocarburi?

Innanzitutto bisogna fare chiarezza sul quesito referendario, che riguarda solo le concessioni di estrazione entro le 12 miglia marine che inizieranno a scadere dal prossimo anno. Si tratta di installazioni che hanno prodotto l’anno scorso circa lo 0,8% del consumo nazionale di petrolio e il 2% di quello di gas. Quantità oggettivamente poco rilevanti. Ma il voto ha un significato molto più ampio: dobbiamo votare sì per spingere il governo a intraprendere con decisione la strada della transizione energetica e cominciare a limitare in modo più convinto la nostra dipendenza dai combustibili fossili. Abbiamo già fatto passi importanti, specie nel settore elettrico, che dobbiamo consolidare.

Gli impatti ambientali degli idrocarburi cambiano a seconda che si tratti di ricerca, estrazione o uso. Una delle conseguenze principali dell’estrazione, che colpisce in particolare l’Adriatico settentrionale è la subsidenza, un fenomeno naturale esacerbato dalle attività di estrazione. Per quanto riguarda il petrolio, vi possono essere depositi di catrame nei fondali nei pressi degli impianti. Nella fase preliminare di ricerca dei giacimenti, può essere utilizzata la tecnica di indagine geofisica nota come “Air-gun”, che si ritiene abbia un impatto molto negativo sulla fauna marina.

Infine abbiamo un problema di carattere più generale: la produzione di idrocarburi ci fa rimanere legati a un sistema energetico che causa l’alterazione del clima. Un problema che, attraverso l’Accordo di Parigi, il nostro governo ha dichiarato di voler combattere.

Che tipo di atteggiamento sta tenendo il nostro governo verso quest’ultima problematica?

Quello del nostro governo è un atteggiamento schizzofrenico. Da un lato sottoscrive accordi internazionali e si impegna a perseguire le politiche Europee sulla transizione energetica. Sul fronte interno è, però, fortemente influenzato dalle lobby delle grandi aziende energetiche che decidono da sempre la strategia energetica del nostro paese. Questa sudditanza poteva avere delle ragioni nei primi del dopoguerra, quando c’era un Paese da ricostruire. Ma l’Italia di oggi è un Paese profondamente diverso da quello degli anni 50-60.

Cosa risponde a chi sostiene che continuare le estrazioni ci aiuti a perseguire l’indipendenza energetica?

Questa affermazione fa sorridere. I dati del Ministero dello Sviluppo Economico, quindi del Governo, parlano chiaro. Sommando risorse certe e risorse probabili, abbiamo nel sottosuolo italiano l’equivalente di 23 mesi di consumo di gas e di 38 mesi di consumo di petrolio. I giacimenti italiani sono piccoli in quantità e sono anche, per quanto riguarda il petrolio, di scarsa qualità. L’interesse su queste residue risorse da parte di aziende private sta nel fatto che in Italia si estraggono idrocarburi a prezzi stracciati. I canoni per i permessi e le concessioni sono irrisori, mentre le royalties sono praticamente le più basse al mondo.

Lo scorso anno, per esempio, l’Italia ha incassato dalle royalties 352 milioni di euro, di cui solo 55 sono andati allo Stato, mentre gran parte sono andati alle singole regioni (142 milioni alla Basilicata). Il guadagno della collettività è irrisorio. L’Emilia Romagna, per esempio, ha ricavato dalle royalties 7 milioni di euro (su una media di bilancio di 12 miliardi di euro). Briciole, rispetto ai danni che subisce da questo tipo di attività. Inoltre, allargando lo sguardo a livello mondiale, va rilevato che il sistema dei combustibili fossili ha un costo enorme per la collettività: 5.300 miliardi di dollari l’anno di contributi diretti (es. esenzioni fiscali) e indiretti (esternalità, danni sanitari), una cifra pari al 6,5 % del PIL mondiale, come ha stimato di recente il Fondo Monetario Internazionale.

Si è mai confrontato con Emilio Miceli, segretario dei chimici della CGIL, che definisce “errore fatale e strategico” fermare l’estrazione di idrocarburi nel nostro paese?

In Italia vi sono circa 40 mila addetti nelle aziende di questo settore, ma la maggior parte di essi lavora all’estero. Considerando che il referendum riguarda solo le estrazioni entro 12 miglia dalla costa, l’eventuale effetto sull’occupazione in Italia sarebbe minimo. A questo proposito, le grandi organizzazioni sindacali si sono ugualmente preoccupate per le decine di migliaia di posti di lavoro che sono andati persi in questi 3-4 anni per le politiche miopi e vessatorie che stanno tagliando le gambe all’ascesa delle rinnovabili? Purtroppo si tratta per lo più di aziende piccole e piccolissime che spesso non hanno voce. Se vogliamo creare nuovi posti di lavoro è necessario intraprendere una politica energetica nuova. Il numero di posti di lavoro che crea la filiera rinnovabile, che è il futuro, è almeno il doppio di quello dell’industria degli idrocarburi, che è il passato. La transizione energetica, porterà inevitabilmente una grande ristrutturazione industriale. Amo pensare che, oggi, un visionario come Enrico Mattei sarebbe il primo a trainare il paese verso le rinnovabili. E non da oggi.

C’è poi chi sostiene come Gianfranco Borghini, del comitato “Ottimisti e Razionali”, che continuare ad estrarre petrolio permetta di limitare l’inquinamento dei mari, perché in questo modo si limita il transito di petroliere…

Invito chi si dichiara “razionale” a fare due conti: lo 0,8% citato sopra equivale al carico di tre petroliere di medie dimensioni in un anno. Inoltre, l’ultimo grande incidente petrolifero (Golfo del Messico 2010) è avvenuto a una piattaforma e non a una petroliera. A proposito di inquinamento, giova ricordare che le grandi multinazionali europee che vogliono trivellare i nostri mari vantando grandi performance ambientali, non brillano su questo aspetto nei paesi più poveri del mondo. Invito a leggere i reportage dal Delta del Niger.

Mentre il rapporto dei tecnici con le istituzioni…

Questo è un problema molto italiano. I nostri politici non ascoltano mai chi tecnicamente conosce i problemi nella loro complessità. Il governo ascolta principalmente le lobby degli idrocarburi perché, dall’epoca di Enrico Mattei, vige il concetto che l’interesse della principale azienda energetica italiana coincide con quello dell’intera Italia. Però Mattei è morto 53 anni fa: quell’epoca e quell’Italia appartengono ai libri di storia, oggi dobbiamo voltare pagina.

Io faccio parte di quel piccolissimo gruppo di scienziati che 10 anni fa si è battuto contro la follia di riempire l’Italia di centrali elettriche turbogas di grande potenza, sostenendo che era un affare per poche aziende, esattamente come oggi con le trivellazioni. Nessuno ci ascoltò, ma oggi molte di queste centrali sono una zavorra per il sistema elettrico italiano e devono essere dismesse.

Altra vicenda: 2011, referendum sul nucleare. Per fortuna in quel caso la saggezza degli elettori italiani ha prevalso. Oggi produciamo con il fotovoltaico la quota di elettricità che era stata promessa nel 2025 con le fantomatiche centrali nucleari che non sarebbero mai entrate in funzione, come sta avvenendo persino in Finlandia. Quando all’epoca dicevamo queste cose, gli stessi che oggi si battono per non porre freni alle trivellazioni ci additavano come retrogradi. Ci abbiamo visto lungo due volte. Chissà, magari stavolta potrebbe valer la pena ascoltarci.

Quindi che significato ha questo referendum?

Il significato di questo referendum va al di là del suo quesito specifico, che riguarda una questione minimale. E’ sempre stato così, sin dal referendum sul nucleare del 1987. Questo referendum ha un importantissimo significato politico: gli italiani sono chiamati a dire se vogliono continuare una politica energetica basata sugli idrocarburi e legata al passato o se vogliono che l’Italia si incammini senza incertezze lungo la strada della transizione energetica alle rinnovabili.

Infine, certificato che queste sono le ultime risorse di petrolio e di gas che abbiamo in Italia, io mi pongo anche questa domanda: “Dove sta scritto che dobbiamo consumare tutto noi?” Perché non lasciare qualche risorsa del sottosuolo anche ai nostri figli?

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