Lombardo chi? L’esercito di mercenari del Movimento per l’Autonomia che governa Catania.

Raffaele Lombardo - Assemblea Regionale 25-26 giugno

Il 25 giugno 2011 il lungomare della Playa di Catania, intitolato a John Fitzgerald Kennedy, era intasato di auto. Le lunghe code che partivano dal porto e dalla zona industriale si estendavano per qualche chilometro. Per ore uomini incravattati e donne ingioiellate, nonostante il caldo estivo, erano rimasti chiusi nelle loro auto con l’aria condazionata sparata sui colletti e la mano al telefonino.

“C’è traffico, sono in ritardo, siamo tantissimi. Scusami, arrivo” avevano recitato centinaia di sms, quasi tutti uguali, indirizzati ai vertici del Movimento per l’Autonomia.

Al Palaghiaccio di Catania, beffardamente costruito in riva al mare, si teneva l’assemblea regionale convocata da Raffaele Lombardo. Buona parte della città si stava precipitando alla corte del Presidente.

Decine e decine di interventi dal palco. Assessori, consiglieri, presidenti di enti, di associazioni, rappresentanti di partiti, presidenti di altre regioni si erano alternati pur di avere un momento di visibilità al cospetto di Lombardo, per essere parte della costruzione del suo partito.

Ogni intervento era rivolto al Presidente e iniziava col ringraziamento al Presidente.

In centinaia e centinaia avevano scritto il loro nome sul modulo per richiedere di intervenire in assemblea. Moltissimi erano stati scartati perché poco significativi, perché già quell’area era stata rappresentata sul palco, perché gli interventi erano diventati troppi, davvero troppi.

Raffaele Lombardo, Presidente della Regione Sicilia, celebrava in quella giornata il suo potere assoluto. La classe dirigente catanese e siciliana lo aveva, trasversalmente, incoronato Presidentissimo. Non era questione di bonapartismo, non era autocelebrazione, in migliaia si erano accalcati per accreditarsi come parte di quel sistema di potere.

Lombardo aveva il vento in poppa. Dalla DC al centrodestra aveva preso in mano i democristiani catanesi. Li aveva organizzati in 4 liste per le comunali di Catania del 2005. La sua macchina organizzativa aveva allora conseganto la vittoria a Umberto Scapagnini, decretando la sonora sconfitta  di Bianco che, indiavolato, dichiarava a Lombardo guerra mortale. Lombardo diventava ViceSindaco, poi Presidente della Provincia, nel 2008 Presidente della Regione, eletto da un quasi plebiscito. Il centrosinistra candidò Anna Finocchiaro apposta per perdere.

Lombardo non si limitava ai CAF per gestire i voti. Il salto di qualità era penetrare con scientifica precisione ogni settore pubblico e gestirne ogni nomina. Primari di Ospedali, concorsi universitari, consulenze, posti in lista nei quartieri, nei comuni, posti di vertice delle pubbliche amministrazioni, assunzioni in alcune aziende private: tutte le richieste di raccomandazione erano rivolte a Raffaele Lombardo o ad uno dei suoi uomini di fiducia.

Erano talmente tante le richieste che esisteva un sistema informatico per gestirle. Veniva schedato il segnalante, la persona raccomandata, il tema della richiesta e l’ufficio al quale far pervenire la raccomandazione.

Da un lato un esercito di postulanti, dall’altro una figura istituzionale compiacente. Una bolgia di interessi reciproci e clientele che si autoalimentava.

Il sistema era perfetto: se Lombardo riusciva a far nominare un direttore sanitario, alla sue corte sarebbero arrivati i futuri primari. Nominati i nuovi primari avrebbe tenuto in scacco i capi reparto. Così al servizio del partito ci sarebbe stata una bella fetta di sanità e a disposizione di assessori, consiglieri, sindaci di piccoli comuni la possibilità di telefonare in ospedale per superare la fila al pronto soccorso, per anticipare un intervento. Telefonate di ringraziamento e una fonte inesauribile di voti. Questo sistema si riproduceva in ogni settore pubblico, dall’INPS all’Università.

La permeabilità democratica di questo sistema era totale. Fu questa la straordinaria e perversa intuizione di Lombardo, che fece scuola. Il partito era aperto a tutti, di destra, di sinistra, di centro, atei o cattolici, chiunque volesse farne parte era benvenuto.

Le file di gente fuori dalla stanza del Presidente in via Pola, sede storica del Movimento per l’Autonomia, erano interminabili. Raffaele Lombardo, soddisfatto dalle ore di anticamera a cui la persona si prestava, incontrava tutti. E di tutti si ricordava il volto, il nome, la storia, la richiesta di raccomandazione.

Sembrava non dovesse finire mai. Lombardo, a parte i comunisti notoriamente ostili ai potenti e l’asse Bianco-Firrarello ostile a potenti che non siano loro, aveva il sostegno di tutto il resto dell’arco costituzionale, Pd compreso. Raffaele Lombardo era il Vicerè della Sicilia e si apprestava a ricoprire ruoli straordinariamente importanti a Roma.

La caduta.

Il 29 marzo 2012 il Giudice per le indagini preliminari di Catania, Luigi Barone dispone  l’imputazione coatta per il Presidente della Regione Sicilia con l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa nell’ambito dell’inchiesta Iblis sulla mafia nel calatino. Il 28 luglio dello stesso anno Raffaele Lombardo si dimette dalla carica di Presidente.

Alle elezioni che seguono le dimissioni Lombardo riesce a far eleggere il figlio Toti deputato regionale, Rosario Crocetta è eletto Presidente.

Nel giro di qualche mese l’epopea lombardiana si esaurisce.

Via Pola chiude, l’appartamento di via Pacini, residenza dell’ex Presidente, non è più presidiato dalla guardia forestale. Lombardo, di rado, passeggia in via Umberto, sfoglia qualche libro e si studia le carte processuali. I suoi più stretti collaboratori fondano nuovi movimenti, i postulanti cambiano indirizzo.

Il Movimento per l’autonomia oggi non esiste più. Raffaele Lombardo è solo un imputato. Ma chi riempiva le assemblee, chiedeva prebende, elargiva raccomandazioni e si inchinava al Presidentissimo, oggi continua indisturbato, con identici metodi, la propria attività, perpetuando quel sistema di potere.

Non c’è più via Pola ma il comitato elettorale di Luca Sammartino e Valeria Sudano. C’è il senatore Firrarello e il sottosegretario Castiglione, suo genero. C’è Bianco, adesso finalmente, nuovamente, Sindaco di Catania. O l’eurodeputato Giovanni La Via. Segreterie politiche che hanno ereditato stuoli di donne e uomini ormai biologicamente trasformati in mendicanti di favori.

Gli stessi che il 25 e 26 giugno 2011 ringraziavano il Presidente al Palaghiaccio o supplicavano di poterlo ringraziare dal pulpito, ancora adesso governano Catania. Chi come ViceSindaco, chi come capogruppo di maggioranza, chi come Assessore, chi come consigliere comunale. Altri sono deputati regionali al fianco di Crocetta e si apprestano a essere eletti nelle fila del Partito Democratico. Moltissimi sono Sindaci e consiglieri in giro per i comuni siciliani.

Il 19 febbraio 2014 Lombardo è condannato in primo grado per concorso esterno in associazione mafiosa alla pena di 6 anni e 8 mesi di reclusione e all’interdizione perpetua dai pubblici uffici.

Adesso arriva la sentenza di appello.

La magistratura ha fatto il suo corso, ha svolto il suo ruolo, ha indagato e poi giudicato se le condotte messe in atto da Lombardo erano o meno penalmente rilevanti.

Non sarà il carcere per un uomo di quasi settant’anni a risarcire Catania e la Sicilia per anni di governo clientelare che ha reso la nostra terra un deserto dal quale fuggire.  Nessuna assoluzione potrà lavare la coscienza di chi sul favore e la clientela ha costruito un sistema di potere mafiogeno e distruttivo.

Sta a noi siciliani prendere coscienza di quegli anni, smettere di delegare alla magistratura, che non ha certo questa funzione, il difficile e scomodo compito di giudicare la bontà o la meschinità di un governo. Sta a noi decidere da che parte stare: quella delle donne e degli uomini onesti, con la schiena dritta o quella dei signori da anticamera inginocchiati di fronte al potente di turno.

Nessuna assoluzione politica possiamo concedere a Raffaele Lombardo ma nemmeno ai suoi fedeli, fino a un certo punto, cortigiani: oggi al potere con Enzo Bianco a Catania, con Crocetta a Palermo.

Non potenti ma mercenari, pronti a cambiare di nuovo casacca.

Loro sono i soldati del sistema di potere, loro è la colpa del tragico degrado delle istituzioni democratiche, di loro non ci si libera tramite azioni giudiziarie ma rispettando la fila al pronto soccorso, superando senza raccomandazioni un concorso, con una matita dentro il seggio elettorale.

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