Lamezia: come sopravvivere senza tribunale?

Oggi Lamezia Terme sta combattendo due battaglie: una contro la ndrangheta e una con­tro lo Stato. Secondo una legge delega dalla terza finanziaria del governo Berlusconi del settembre 2011 – che il governo Monti è chiamato ad attuare – il tribunale della terza città calabrese rischia di scomparire

Per riempire le casse dello Stato, si prevede la soppressione in tutta Italia di trentasette tribunali, e tra questi po­trebbe rientrare quello di Lamezia Terme; c’è chi ipotizza di accorparlo agli uffici giudiziari di Vibo Valentia.

Mentre si discute se un tribunale in un territorio ad alta densità mafiosa sia utile o meno, nel centro di Lamezia scoppiano due bombe. È accaduto pochi giorni fa: il sindaco Gianni Speranza e don Panizza, il sacerdote diventato il simbolo dell’antimafia lametina, erano a Reggio Calabria per incontrare il ministro Can­cellieri. Nel pomeriggio era scoppiato un ordigno davanti a uno studio fotografico. Qualche giorno prima, nello stesso posto e sempre di giorno, era stata data alle fiamme un’autovettura.

Ventiquattro ore dopo l’incontro con il Ministro ecco la seconda bomba, questa volta davanti ad una pizzeria, a pochi metri dal tribunale.

Ora all’ingresso di quella pizzeria c’è un cartello: “Cedesi attività”. Lo stesso cartello qualche mese fa era stato esposto davanti una pasticce­ria colpita da un’altra bomba.

A Lamezia vogliono chiudere il Tribu­nale. La città dei due mari, snodo princi­pale tra le due Calabrie, ha compiuto ne­gli ultimi anni importanti passi verso la legalità, lasciandosi alle spalle un passato ingombrante.

Il comune lametino, infatti, era stato sciolto per ben due volte per in­filtrazione mafiosa, nel 1991 e nel 2002. L’ammini­strazione comunale guidata da Gianni Speranza non si è lasciata intimi­dire dal­la ndrangheta, è andata dritta per la sua strada di rinnovamento, dimostran­do che un cambiamento è possibile.

Lo scorso anno fra quelle stesse strade dove in pieno giorno scoppiano le bom­be, si è svolta, ad esempio, la prima edi­zione di “Trame”, il festival dei libri sulle mafie. Fino a tarda notte la gente si riversava nelle strade. Davanti alla cultu­ra i lametini non hanno abbassato le ser­rande, non hanno avuto paura di pronun­ciare ad alta voce quelle parole solita­mente sussurrate.

Perché non è vero che i cittadini sono indifferenti, anzi hanno fame di cambia­mento. E adesso sono preoccupati, e for­se anche un po’ arrabbiati: «Che è servito tanto impegno contro la mafia se poi lo Stato ci toglie addirittura il Tribunale?»

Gianni Speranza ha iniziato una batta­glia contro questa legge, e la continuerà senza desistere: «Se chiudesse il tribuna­le di Lamezia vorrebbe dire che stiamo rinunciando a fare giustizia. Il fatto che in pieno giorno si mettano due bombe, con il rischio di mettere in pericolo la vita dei cittadini, basta per far capire quanto è assurdo pensare che il tribunale della città possa essere accorpato a un al­tro tribunale. Le bombe in sé smentisco­no la razionalità di un piano che per lo Stato non prevedrebbe alcun risparmio. Se l’accorpamento avesse luogo i costi sarebbero maggiori per i cittadini.

È quel che abbiamo detto al ministro Cancellieri quando ci ha ricevuti: non c’è nessun ri­sparmio per lo Stato, c’è solo un minore presidio di legalità per i cittadini. Io cre­do che nessuna parte d’Italia possa essere insensibile al fatto che bisogna ri­sparmiare, ma siamo già davanti a un funzio­namento molto cattivo della giusti­zia in Italia, se a questo sommiamo delle scelte sbagliate, è la fine della legalità».

I parametri contenuti nel decreto, che dovrebbero guidare l’accorpamento giu­diziario, hanno del paradossale se si pen­sa di applicarli al territorio lametino. Uno dei criteri per decidere se un tribu­nale abbia ragione di esistere è la densità mafiosa presente sul territorio. Le cosche lametine non si sono mai nascoste, nem­meno davanti ad un governo così cieco.

Ma non è solo questo. Lo spiega Gian­ni Speranza: «È accettabile che da una parte si discute di abolire le province e dall’altra la provincia sia un criterio per avere il tribunale? C’è un errore del go­verno Berlusconi, protratto dal governo Monti».

I dati del censimento forniti dall’Istat parlano chiaro: Lamezia si conferma tra le città più popolose della regione con 70.523 abitanti. Davanti una Calabria sempre più spopolata, Lamezia è l’unico territorio con un leggero aumento demo­grafico. Questo può significare una sola cosa: che i cittadini non hanno bisogno di scappare, che in quel luogo ci vivono bene.

E se il tribunale dovesse chiudere che cosa succederà? Chi ci rimarrà a Lamez­ia? Sembra un chiaro messaggio alla ndrangheta: “Venite pure, qui la giustizia non ve la fa nessuno”.

Il sindaco pesa le parole, ma non gira attorno alle questio­ni: «Devo dire che il ministro Cancellieri si è dimostrata di­sponibile al dialogo: il governo esamine­rà con molta attenzione il dossier che ab­biamo consegnato. Però attenzione: se si decidesse per la chiusura non succedono cose di poco conto. Perché uno dovrebbe fare il sindaco al suo comune di fronte ad un governo che non ti ascolta? Se il go­verno non ti ascolta uno se ne va a casa. Questa è una battaglia grossa, non di qualche assemblea. Io sono fiducioso, ma deve essere chiaro che se le cose dovessero andar e male, io sono serenamente determinato ad andar via, senza retorica o toni campanilistici».

Quello che sta per accadere a Lamezia non è così diverso da quello che succede nella vicina Sicilia. A Partinico, a pochi passi da Palermo, l’emittente Telejato, piccolo grande presidio di lotta antima­fia, rischia la chiusura per una leggina del governo Berlusconi.

Difendersi dalla mafia non basta, non è abbastanza fatico­so. Combatterla col buon giornalismo che non trascura di fare i nomi e i cogno­mi o con la buona amministrazione che tutele le imprese, che si impegna per co­struire una cittadi­nanza attiva e responsa­bile, no, non ba­sta. Adesso bisogna com­battere le leggi dello Stato. E non passerà molto tempo dal giorno in cui cammi­nando per le stra­de di Roma ci imbattere­mo in un cartel­lo. Questa volta esposto davanti al Parla­mento. “Cedesi attività”.

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