La roba dei mafiosi

“È tutta roba dei poveri, deve tornare a loro!”. Intanto il Palazzo trema: fra poco c’è il Processo…

Unni stati iegnu? Vogghiu veniri macari iù“. Così chiedeva a una volontaria del Gapa il piccolo Ciccio.

“Al castello Ursino”

A fari cchi?

“Presentiamo il nostro giornale”

I cuddai?

“No, I Siciliani Giovani, che è come I cordai, soltanto è più importante, perché parla di più cose dei Cordai e ha tante pagine”.

SG14luglioA

Quando Ciccio e le ragazze arrivano in piazza Federico II c’è un piacevole venticello che viene dal mare, si sente l’odore acre della carbonella che arde nei fucuni pronta ad arrostire puppetta e carne di cavallo. I tavoli delle trattorie vengono apparecchiati e la gente incomincia ad affollare l’antica piazza nel cuore del quartiere di San Cristoforo. Due donne parlano con Salvatore del quartiere “Stu quatteri e u chiù bellu di Catania! E ci sta tanta brava genti, povera ma brava!”. Ciccio si posiziona vicino al banchetto dove sono stati messi i giornali “Mi mettu ‘cca, ci pensu iù a vinnilli”. La piazzetta di Gammazita è pronta per l’evento.

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14 luglio, una data importante: ricorda la rivoluzione francese del 1789 e la presa di un altro castello, la Bastiglia, e questo ci piace perché ci fa sentire un po’ rivoluzionari. Siamo lì per presentare un giornale che segue le orme di chi lo fondò e lo diresse, Giuseppe Fava, che con i suoi ragazzi rivoluzionò il modo di fare giornalismo a Catania, e non solo.

Un giornale, I Siciliani, che ebbe il coraggio – prima con Il Giornale del Sud – di raccontare la verità sulle guerre di mafia dei primi anni Ottanta, e che urlò che a Catania Cosa nostra e la mafia esistevano eccome, mentre “la Catania bene” dei politici, degli imprenditori, degli intellettuali e della borghesia più becera dichiaravano “A Catania, la mafia non esiste, è solo un problema della Sicilia occidentale! E quelli che si ammazzano tra di loro, lo facciano pure così si levunu a mmenzu i peri!”.

Ma la storia de I Siciliani durò solo qualche anno e la prima fermata brusca fu quando il 5 gennaio dell’84 fu ucciso Giuseppe Fava con quattro colpi di pistola. Un altro anno e la storia di quel giornale finì. Ma non fu esattamente così. Infatti in realtà continuò con altre testate, di carta o sul web, dalla prima versione de I Siciliani Giovani ad Avvenimenti all’Alba fino ai giornali di quartiere come La Periferica e I Cordai. Tutte con una matrice comune: l’insegnamento di Fava. Che è stato tenuto vivo da tanti uomini e donne pronti a imparare il vecchio mestiere di artigiano delle parole.

Ma torniamo alla sera del 14 luglio. Noi siamo pronti ed è pronto il pubblico di nuovi e vecchi compagni e compagne. E anche di coloro che sono curiosi di saperne di più del numero 25 dei Siciliani Giovani in versione cartacea, novantasei pagine piene di racconti. Dalle periferie ai beni confiscati alle mafie, dal territorio militarizzato a come è difficile fare giornalismo in Italia, sino agli inserti fotografici di Letizia Battaglia e Tano D’Amico, due grandi fotografi che si sono confrontati con i nostri giovani fotogiornalisti.

Aprono la presentazione del giornale Ivana e Daniela, con la narrazione delle periferie. Da Catania a Napoli, come queste si somiglino un po’ tutte. Stessa povertà, stesso degrado, stesso abbandono da parte delle istituzioni. Alla voglia di riscatto, portato avanti dalle associazioni e movimenti sociali, che provano a far uscire gli ultimi dal pantano dei diritti negati. E lo fanno anche attraverso un’antimafia sociale e un percorso di cittadinanza attiva, per conquistare il diritto alla dignità.

A Giovanni è affidato il compito di parlare dei beni confiscati alle mafie. Narra il percorso politico fatto a Catania per far liberare i beni confiscati e restituirli alla società civile. Racconta anche una storia che parla di un’azienda di trasporti, sequestrata al clan Ercolano, la Geotrans, che con un competente amministratore giudiziario ha riportato in attivo l’azienda ridando dignità ai suoi lavoratori. “Quando abbiamo proposto al dottor Modica di portare su quei tir confiscati, da nord a sud, il nostro giornale lui ha accettato con entusiasmo, e così quei camion che erano di Aldo Ercolano hanno portato in giro per l’Italia I Siciliani Giovani. I Siciliani fu il giornale che spinse i padroni di Catania a ordinare al clan Santapaola la morte di Giuseppe Fava. Aldo Ercolano fu l’assassino materiale. Quale migliore atto di giustizia “naturale” si poteva compiere?

La stessa cosa vale per il bene confiscato alla mafia che all’associazione culturale I Siciliani Giovani, attraverso un regolare bando, è stato assegnato nel giorno che ricorda la strage di Capaci, il 23 maggio. Il bene confiscato si trova in via Randazzo. Un piccolo appartamento con un bel giardino. Non sarà la nuova sede della nostra redazione, ma la casa di tutte le associazioni che non hanno una sede o che vorranno gestirla insieme a noi. Ci è venuto spontaneo chiamare questo luogo Il giardino di Scidà, in ricordo del presidente del Tribunale dei minori di Catania, che tanto fece per combattere l’ingiustizia sociale, matrigna di tutte le mafie e di quella politica locale che volutamente dimentica le periferie della nostra città”.

giardino di Scidà

Si continua con gli altri interventi. Da Mario, nuovo entrato in redazione, che esprime la sua opinione su quello che è stato detto, a Matteo che racconta la situazione drammatica della città, dove un’amministrazione autoreferenziale pensa più agli equilibri politici per non “cadere”, o alla speculazione edilizia per favorire gli “amici degli amici”. Interviene anche Alessandro che spiega l’importanza della fotografia nel nostro giornale, di come rafforzi ciò che scriviamo. Chiude il direttore Orioles, che ricorda nomi vecchi e nuovi di tanti giovani giornalisti che fanno e faranno sempre parte della storia dei Siciliani.

E arriva il 19 luglio, il giorno che ricorda la strage di via D’ Amelio, dove un atto terroristico mafioso uccise Paolo Borsellino e la sua scorta. Ciccio è al Gapa, sente degli strani rumori dietro la porta. Si affaccia dalla biblioteca e si accorge che sotto la porta c’è qualcosa, come una busta. La va a prendere. “Che è ‘sta cosa?”. La nostra redattrice se la fa consegnare. Quando la guarda bene e legge ciò che c’è scritto, si accorge che insieme a quel biglietto c’è il Foglio dei Siciliani Giovani dello scorso febbraio: in prima pagina c’è la foto col nostro striscione, e dietro allo striscione militanti e redattori. Quando si accorge che da quella foto manca la testa di Giovanni, ci sta poco per comprendere che cos’è quella busta. Una minaccia di morte, non solo a Giovanni ma a tutta la redazione e probabilmente al Gapa che da trent’anni vive nel quartiere e per il quartiere, per denunciare l’ingiustizia sociale, attraverso il gioco e un doposcuola fuori dai parametri della scuola canonica.

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Paura? Forse un po’. Ma sappiamo che la paura fa parte del nostro mestiere, che va sentita ed elaborata per trasformarla in coraggio e azione. Si denuncia l’accaduto alle forze dell’ordine. Si fanno i comunicati stampa e i post su internet, con un messaggio inequivocabile: “Noi continuiamo”.

Sull’episodio ci ragioniamo e facciamo delle ipotesi. Pensiamo che sulla mafia puoi scrivere fiumi di parole per denunciare le sue violenze e le sue connessioni con la malapolitica, ma guai a toccarle i soldi e la roba “conquistata” con l’estorsione, la corruzione, con la violenza e il tanto sangue versato. Con le nostre parole e i nostri articoli, e soprattutto con le nostre azioni, le abbiamo toccato la roba. E questo la mafia non lo tollera.

Tanti i messaggi di solidarietà, di incoraggiamento, di “continuiamo la lotta”. Ma una riflessione: se ci fosse una società civile – fatta da associazioni, comitati e movimenti sociali – davvero unita in quell’utopico (per certuni) fronte comune, pronto a cacciare via mafia, malapolitica e comitati d’affari collusi, tutto questo sarebbe accaduto? Un quesito che non è di oggi, ma che risale a tanti anni fa, dalla morte di Giuseppe Fava ai tanti episodi di intimidazione che tanti uomini e donne hanno subito. Chi ha una risposta a questa domanda, risponda senza retorica e carità di facciata, e soprattutto senza finta indignazione. Quelle le conservi per i salotti buoni della borghesia catanese.

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Ma nelle stanze del potere, dove politici e imprenditori attendono il processo – che riguarda anche loro – per concorso esterno in associazione mafiosa a Mario Ciancio, cosa si dice? Hanno paura che venga fuori la verità del Palazzo? La verità di come questi signori in giacca e cravatta si sono fatti usare e hanno usato i clan mafiosi catanesi per farsi proteggere e sostenere nei loro affari? Magari promettendo impunità per i boss e gli affiliati?

Il disastro culturale e sociale che questi uomini, consapevoli e complici, hanno causato negli ultimi quaranta anni è di una gravità estrema. Noi lo vediamo tutti i giorni nei quartieri popolari e periferici, in tutti i luoghi dove una “manovalanza mafiosa” di ragazzi senza futuro si agita feroce e disperata. Molti, di fronte a queste vite, preferiscono voltarsi dall’altra parte. Se questi uomini – e chi li ha guidati monopolizzando l’intera informazione – hanno una coscienza, dicano la verità. Prima del Processo e nel Processo.

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