La periferia che non va di moda

A Secondigliano, la resistenza in sette metri quadrati

colaneri

Oggi mi vedo con un compagno mio delle elementari, Vincenzo Strino. Andavamo a scuola dalle cape di pezza francescane nella “venella spuntatore”, che in verità si chiamerebbe vico Lungo del ponte ma se lo chiedi a qualcuno così, nessuno ti sa dire dove sta. La toponomastica a Napoli è speciale, ogni quartiere ne tiene una sua, che quelli che danno i nomi alle strade non conoscono.

‘A Venella è il posto dove vendono l’eroina più schifosa di tutta Secondigliano, quei fatti che, nel pullman, i tossici bestemmiavano come a che quando, a causa della rota, dovevano scendere prima e comprarsi il pezzo là. Questo succedeva anni fa, quando sul corso ci stava ancora lo spartitraffico e nelle ore di punta restavi intasato per ore prima di arrivare a Scampia. Oggi nella Venella la roba si vende ancora, forse un po’ meno di prima e la vendono quelli di via Vanella Grassi, il vicolo affianco, di cui tutti parlano a causa della cosca omonima, che in questi ultimi mesi ha visto alcuni affiliati fare il voltafaccia e contendersi lo spaccio con gli ex amici. Oggi scenderò di casa e un po’ mi caco sotto perché abito in una zona che in tre mesi ha visto tre agguati ai danni di un giovane poco più che ventiseienne che da queste parti è stato soprannominato “l’immortale”, come quello di Gomorra, perché in questi tre mesi si è scansato tre esecuzioni degli ex amici, una a fine ottobre dietro cupa Santa Cesarea a Miano, un’altra il 2 gennaio a via Monviso, dove hanno fatto una grandissima menata di coriandoli: gli esecutori hanno sparato due colpi di 357 magnum da sopra ai mezzi e lui si è difeso da una Fiat Panda consegnandogli nove colpi di kalashnikov; l’ultimo episodio risale all’11 gennaio, quando sul corso di Secondigliano alle sette di sera, con tutti i negozi aperti, gli hanno fatto il pelo: due colpi dietro la schiena. Nel mio palazzo stanno tutti a informarsi sulle condizioni di salute del giovane bersaglio: «Ma è asciuto ‘o guaglione o sta ancora ‘o Don Bosco? No, pecchè se jesce isso, nun putimmo ascì nuje…».

Io non lo so se questo è uscito o no, e non intendo informarmi. Oggi mi vedo con Strino che tanto stamme sotto ‘o cielo! Strino era un bambino simpatico, teneva una bella capa di bomba, addirittura più a bomba della mia e parlava sempre. Negli anni ha fatto un sacco di cose belle, ora si occupa di comunicazione politica, cosa per cui viene guardato con somma sufficienza. Nel 2014 insieme ad altri resilienti ha fondato il Larsec, laboratorio di riscossa secondiglianese, una stanza di sette metri quadrati in mezzo all’Arco, piazza di Nocera per la toponomastica di stato. L’associazione si propone di svolgere attività con i bambini del quartiere, ma non ha finanziamenti, vive del volontariato dei soci e dell’ospitalità del centro giovanile Pertini (di fianco alla sede) e di alcune parrocchie.

Lo raggiungo lì, arriviamo quasi assieme, da lontano lo vedo aprire la porta dell’associazione mentre fuori ad aspettare impazienti ci sono già tre ragazzini. La stanza è troppo piccola per ospitarci in cinque e allora Strino a malincuore gli dice: «Uagliù, mi devo fare una chiacchierata con Stefania, vi dispiace se ci vediamo dopo?». Loro annuiscono rispettosi per poi sorridere vedendoci uscire pochi minuti dopo: «Azz, è stata una cosa veloce». Al Larsec non c’è elettricità in questi giorni, causa maltempo, e visto che di luce del sole ne avremo ancora per poco, propongo di andare a prenderci un bel caffè sul corso. Ci sediamo e ci facciamo il conto di quante associazioni ci sono nel nostro quartiere; se togli quelle nate in seno alle liste elettorali, attive per lo più a ridosso delle elezioni, e poi in letargo fino a quando non serve ancora fare incetta di voti, resta solo il Larsec, associazione che per statuto si dichiara svincolata da qualsiasi logica partitica. Nella vicina Scampia invece i numeri sono altri, le associazioni sono molte decine. «Scampia è di moda – dice Strino –, da quando ne hanno fatto un set cinematografico sono sorte associazioni di tutti i tipi, molti sono venuti da fuori Napoli ad aprirle. Secondigliano non ha la stessa attrattiva, non ha le Vele, un’icona suggestiva che riesce a vendere molto bene».

Strino è molto sfiduciato: «Noi, in una stanza di sette metri quadri non possiamo fare niente, non abbiamo neanche il bagno, ci appoggiamo a chi ci ospita; per il momento gli unici che si stanno aprendo al nostro progetto sono i preti di quartiere». Mi spiega che il primo passo dopo l’inaugurazione fu rivolgersi alle istituzioni: «Abbiamo parlato con tutti, dal sindaco, proprio qui a Secondigliano, ad Alessandra Clemente, a Piscopo, passando per Fucito quando era assessore al patrimonio. A loro abbiamo presentato anche un progetto di riqualificazione di uno spazio di trecento metri quadrati che avremmo voluto trasformare in laboratorio polifunzionale; si mostrarono entusiasti e ci dissero che ci avrebbero fatto sapere. Non li abbiamo più visti né sentiti».

Lo spazio in questione è un capannone industriale abbandonato dal ’98 in via degli Artigiani nel rione dei Fiori, che se dico “terzo mondo” lo conoscete anche voi. Due anni fa l’attuale presidente del consiglio comunale, Sandro Fucito, lo convertì, su loro segnalazione, da spazio industriale ad associativo, senza però preoccuparsi di indire un bando. Gli ispettori ci entrarono per vedere se era a norma e lo era, dopodiché quelli del Larsec presentarono il progetto, spiegandogli pure che il Comune non avrebbe dovuto cacciare un euro per aggiustarlo perché se gliel’avessero concesso per cinque anni a un prezzo calmierato, ci avrebbero pensato loro promuovendo iniziative di raccolta fondi in rete e attraverso manifestazioni sul territorio. Io e Strino decidiamo di pagare il caffè e passeggiare un po’, mentre ci alziamo mi confessa: «Stefà, questo progetto l’ho proposto a tutti gli assessori possibili, lo sai che nel frattempo quando lo occupammo per ripulirlo fummo cacciati da alcuni tizi dei capannoni vicini e alla fine è stata messa la colla nel catenaccio?».

Mentre parliamo un senso di solitudine mi assale, passeggiamo e vedo l’infanzia, l’adolescenza e la giovinezza in queste strade grigie, quando i sogni erano tanti e c’era il circoletto di Rifondazione a ospitarli, e nel parchetto eravamo tanti e diversissimi, oggi qualcuno sta in galera, qualche altro fa l’avvocato. È in questo parchetto, ‘o parchetto de’ drogati, che abbiamo cominciato a fare teatro, scalmanati e folli. È da qui che abbiamo iniziato a guardarci intorno alla ricerca di soluzioni. Ci sediamo nel parco, c’è qualche ragazzo che chiacchiera su una panchina, qualcuno che porta il cagnolino a fare cacca. Pensiamo a come sarebbe bello quest’anno organizzare qui il prossimo Secondigliano Block Party, che l’anno scorso vide al parco San Gaetano Errico una partecipazione incredibile della cittadinanza, tra i tanti rapper della zona c’era anche Lucariello. «Fu un’esperienza fantastica – ricorda Strino –, col drink in mano sembrava di essere a piazza Bellini». In occasioni come queste i residenti escono dal guscio, e per residenti non intendo i figli dei camorristi ma anche i tanti professionisti che vivono il quartiere come dormitorio e quando gli chiedono: «Di dove sei?», rispondono: «Di Capodichino» o «di Capodimonte».

I festival sono importanti, servono ad aggregare ma dovrebbero essere a corollario di progetti educativi permanenti che diano l’opportunità a chi vive il quartiere di scoprire in se stesso altre soluzioni, ma per fare questo servono spazi e gente formata e preparata a situazioni di tutti i tipi, o servirebbe formare i giovani e appassionati volontari del Larsec. «L’ipotesi di occupare è difficile da prendere in considerazione quando cerchi di educare alla legalità giovani che vivono in un contesto con regole sovvertite», continua Strino; ma se le istituzioni se ne lavano le mani e alla camorra sta bene che il quartiere sia abbandonato perché può operare indisturbata, chi di noi resta e non si vuole arrendere che cosa dovrebbe fare?

Il Larsec continua a raggranellare qualche spicciolo dal basso, per attivare un laboratorio che è soltanto una delle dieci proposte in agenda. E lo fa in nome di cosa? Il dubbio è che in posti come Secondigliano, resistere e insistere a spese proprie sia fare il gioco del giaguaro e permettere ancora una volta alle istituzioni territoriali di eludere le proprie responsabilità.

A scuola si moltiplicano i laboratori di educazione alla legalità. Il dubbio è che vogliano far passare per rispetto l’accettazione servile di qualunque mediocre affermazione e promessa elettorale. E forse questa logica ci sta annientando più di qualsiasi lotta sanguinaria tra clan, facendo proliferare una classe politica tra le più corrotte e disoneste. Allora forse, a Secondigliano e ovunque, oggi i bambini andrebbero educati al dissenso, a un concetto di giustizia più alto, che stia dalla parte dell’uomo che sceglie e accetta di fare la sua parte. Chi di noi ci crede ancora non può che restare qui, anche se lo scotto da pagare è la solitudine; il contrario significherebbe chiudere la porta in faccia ai tanti ragazzi che ti aspettano impazienti.

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