La guerra di casa mia. Violenza domestica e cultura mafiosa

Si ubriaca, torna a casa e la picchia. E’ una storia comune, in alcuni quartieri. Ma non c’era il progresso, non erano arrivati i diritti? Da qualche tempo in qua, per molte donne, la storia è tornata indietro. Aumentano le violenze, aumentano gli omicidi. E non solo mafiosi

Mai come in questo periodo la vita delle donne è difficile e pesante, mai come in questi ultimi anni siamo venuti a conoscenza di così numerosi atti di violenza fisica, morale e psicologica verso le donne. Violenze ed omicidi spesso compiuti da uomini molto vicini alle vittime che avvengono nella maggior parte fra le mura domestiche, quelle stesse mura che dovrebbero in qualche modo proteggere ognuno di noi.

Catania, quartiere di San Cristoforo la storia di Mariella, nome convenzionale dato a caso, è un emblema della situazione in cui vivono tante donne, non solo a Catania ma in tanti quartieri delle città del Sud.

Dopo un’esperienza matrimoniale fallita e con due figli da crescere e mantenere, Mariella ha l’occasione di incontrare ed innamorarsi di un altro uomo. Per una donna sola, senza istruzione e senza lavoro è difficile affrontare i problemi della vita, confrontarsi giorno per giorno con le difficoltà di ogni genere per racimolare pochi euro che le permettano di pagare l’affitto di quelle due camere a pianterreno che a stento possono chiamarsi casa, saldare le bollette dell’acqua e della luce, vestire i propri figli, ma soprattutto fare la spesa.

Inoltre l ‘abbandono da parte delle istituzioni verso le donne che non hanno alcun sostegno sociale o un lavoro che li renda indipendenti, fa si che si è costrette ad “innamorarsi” per opportunismo piuttosto che per amore. Quel “peccato originale” commesso da chi amministra per conto dello stato influisce anche su scelte di vita che si presume siano solo sentimentali.

Per cui Mariella decide di andare a convivere con quest’uomo che ama. Condividere la vita con lui significherebbe risolvere alcuni problemi economici e sopratutto avere un uomo accanto la farà sentire più sicura e protetta.

Con il passare del tempo però quest’uomo si dimostra molto diverso da quello che Mariella ha conosciuto. Lui lavora saltuariamente, ma la cosa grave è che dei pochi soldi che guadagna a casa ne porta una minima parte mentre il resto lo spende nelle putie dove si tracanna così tanto vino da ubriacarsi.

Quando torna a casa è un susseguirsi di litigi fra lui e Mariella con la quale scarica tutta la sua violenza. Spacca i tavoli a colpi di pugni, rompe le sedie lanciandole contro i muri, incutendo paura e terrore. Spesso al culmine della lite arriva a picchiare la sua compagna, non curandosi nemmeno della presenza dei bambini. Quando poi la sbornia finisce, egli le chiede perdono promettendole che non succederà più. Invece puntualmente l’uomo continua ad ubriacarsi e quando torna a casa sfoga la sua sbornia con violenze e maltrattamenti.

Su Mariella sono evidenti i lividi ed i segni dei maltrattamenti a cui è stata sottoposta, ma la donna non ha il coraggio di denunciarlo. Dovrebbe subire l’interrogatorio della Polizia, e poi dovrebbe sopportare il confronto con i parenti e mostrare la vergogna di un altro fallimento e poi come farebbe a mantenere i propri figli senza un lavoro? Così Mariella sceglie di non denunciare e tenersi il suo uomo, continuando a vivere, se così si può dire, nella paura e nella violenza, sottomettendosi alle angherie ed ai soprusi del suo compagno.

Forse un giorno avrà la forza di ribellarsi e fuggire da questa situazione di oppressione e maltrattamenti, ma affinché questo possa succedere Mariella deve trovare la sicurezza in se stessa e soprattutto deve trovare la sua tranquillità economica che potrà avere solo con un lavoro.

Altri quartieri, altri contesti, altre città, altri ceti sociali, la situazione non cambia. Anzi la violenza dell’uomo sulla donna raggiunge il massimo della sua manifestazione, si arriva all’omicidio.

Stefania Noce, 24 anni, studentessa universitaria, impegnata socialmente nelle lotte contro le ingiustizie sociali, uccisa assieme al nonno da diverse coltellate inflittegli dal suo ex fidanzato.

Francesca Alleruzzo, 45 anni, maestra elementare, vittima della furia omicida dell’ex marito, il quale non ha esitato ad uccidere anche la figlia della donna, il fidanzato ed il nuovo compagno della donna, pur di completare il suo piano omicida.

Gabriella Falzoni, 51 anni, strangolata con un foulard dal marito al culmine di un litigio causato dalla gelosia dell’uomo.

Sono donne vittime di una violenza maschile che si fa chiamare amore. Sono alcuni esempi di ferocie avvenute ultimamente, ma l’elenco è molto più ampio.

Donne uccise dall’ancor più infame sistema mafioso, che tiene in pugno le volontà delle donne e le considera proprietà delle cosche.

Lea Garofano, 35 anni, era una collaboratrice di giustizia sottoposta a protezione. Aveva deciso di testimoniare sulle faide interne tra la sua famiglia e quella del suo ex compagno Carlo Cosco.

Torturata e poi uccisa con un colpo di pistola, il suo corpo poi venne sciolto nell’acido.

Maria Concetta Cacciola, 31 anni, testimone di giustizia, fatta morire dalla sua famiglia perché aveva scelto la libertà. Si suicida ingerendo acido muriatico.

L’omicidio è il massimo della violenza che si possa infliggere ad un essere umano.

Ma le donne molto più spesso vengono sottoposte ad angherie, brutalità e soprusi fisici e psicologici che non vengono né denunciati né esternati, neanche alle persone più vicine. Per una donna è umiliante dovere prima ammettere che il suo uomo le abbia fatto del male e poi è ancora più difficile essere sottoposta ad interrogatori e domande che la portano ad essere lei stessa imputata ed a doversi giustificare del cattivo comportamento del proprio uomo.

Quante volte ci è successo di vedere una nostra amica o una nostra parente con dei lividi in viso o nel corpo che lasciano presumere una violenza ricevuta. Eppure alla domanda “ma cosa ti è successo?” con imbarazzo e difficoltà questa risponde “niente, sono caduta!” oppure “ non ho visto un palo e ci sono andata a sbattere contro!”.

E quando si parla della realizzazione degli obiettivi della propria vita, quante donne hanno dichiarato “Mi sarebbe piaciuto lavorare ma mio marito non vuole!”. Ma che diritto hanno gli uomini di decidere sulle aspirazioni delle proprie compagne? Amare una persona non vuol dire essere padroni della sua vita ma donarsi reciprocamente. Non tutti gli uomini naturalmente usano violenza alle donne, ma quelli che la usano lo fanno per mantenere o rafforzare il loro potere nei riguardi delle donne e chiunque sia più debole.

Eppure le donne hanno sempre dimostrato e continuano a dimostrare una forza d’animo non comune. Sono le donne a mettersi avanti quando in famiglia c’è un genitore da accudire o un familiare che sta male, sono le donne che si sbracciano le maniche e fanno qualsiasi tipo di lavoro quando il marito o il compagno è disoccupato o non bastano i soldi per arrivare alla fine del mese.

Sono le donne ad attivarsi con lavori onesti quando il marito è in carcere per pagare gli avvocati e mantenere i figli. Sono principalmente le donne che si preoccupano dell’educazione dei figli, cercando di creare un futuro migliore per essi.

Il problema della violenza sulle donne è principalmente un problema degli uomini e bisogna risolverlo con loro. Spesso gli uomini sono schiacciati dalla nostra società dove i valori che contano sono quelli dell’apparire e quelli dell’avere. Una società che spesso calpesta la dignità di ogni uomo e ogni donna ed un mondo del lavoro che opprime gli animi e non dà alcuna gratificazione. E ancora, la politica e le istituzioni non creano le condizioni per uno stato sociale che abbia cura dei suoi cittadini e delle sue cittadine. In tutto ciò gli uomini esprimono il loro disagio in famiglia, riversando il loro malessere sulle persone più deboli: le loro donne ed i loro bambini.

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