La cinquantunesima stella – I No MUOS premiati per la pace

L’Italia aumenta le spese militari. Ma Trump “Non bastano, almeno cento milioni al giorno”

“…Capii che per tremila anni innumerevoli eserciti si erano dati battaglia per conquistare la Sicilia e che comunque i siciliani erano stati sempre sconfitti e avevano dovuto alla fine sempre seppellire i loro morti. Questo concetto mi si para perfettamente dinnanzi, autentica verità storica, al cospetto della cosiddetta sindrome Comiso, cioè della installazione della base di missili nucleari in Sicilia e di tutto quello che sta accadendo intorno. La viltà, anzi la vile menzogna del mondo politico italiano, la impaurita inerzia dell’opinione pubblica italiana dentro la quale ognuno tende ad arroccarsi in cima alla propria montagna nella speranza che i saraceni si limitino a menare strage nella valle, e la sprezzante (sprezzante perché non ha dato spiegazione di niente), quasi crudele indifferenza degli alti comandi militari che hanno adottato la inaudita soluzione: invece cioè di dotare le difese del Mediterraneo di altri due sommergibili atomici, con missili nucleari, istallare la base a Comiso, nel centro della Sicilia, esponendo l’intera regione e tutti i suoi cinque milioni di abitanti a un pericolo mortale. E qui sta il punto: poiché nell’ipotesi atroce di un conflitto fra grandi potenze (dunque né voluto né deciso dai siciliani), non è Comiso e il suo hinterland – cinquanta-settanta chilometri di raggio – a correre il rischio di sparire in un globo di fuoco, ma tutta la Sicilia…”

Giuseppe Fava, “Cinque milioni di siciliani bruceranno in un lampo?”, I Siciliani, marzo 1983

Comiso 1981 Giornale del Sud

Un momento della marcia della Pace di Comiso, 1981- foto Giovanni Caruso

Catania, 1970. Marco rientrò in casa, e subito la madre lo informò “Senti Marco, è arrivata la cartolina rosa, sei stato chiamato per il militare. Due anni in marina!”. Marco restò in silenzio. Negli ultimi anni di liceo, con un Sessantotto che stava per arrivare, aveva imparato che gli eserciti hanno lo scopo di prepararsi alla guerra non solo per difendersi ma anche per togliere la libertà agli altri popoli; si ricordò dell’articolo undici della Costituzione: la Repubblica ripudia la guerra. Ma come fare per non di bruciare due anni della sua vita, i suoi sogni, i suoi progetti, i suoi amori?

Qualche giorno prima – ricordò – con Giulia era andato al cinema dove davano Hair, la storia di hippies pacifisti e figli dei fiori che vivevano liberamente nella metropoli per diffondere amore e pace contro la guerra di conquista che gli Usa conducevano in Vietnam. Ma l’esercito americano voleva carne da cannoni da mandare laggiù. Così uno di quei ragazzi finì in Vietnam a trovare la morte in una guerra non voluta. A tutto questo pensò Marco. Pensò anche di sfuggire un sopruso che lui non aveva scelto e che altri avevano scelto per lui. Ma allora era molto difficile non obbedire a quel dovere. Chi si rifiutava di “servire la patria” doveva dichiararsi “disobbediente”, “obiettore di coscienza”. Un reato che ti bollava come vigliacco, e per i vigliacchi renitenti c’era la fortezza di Gaeta, il carcere militare. Marco, impaurito, scelse la “libertà condizionata”. La decisione fu presa “No, la prigione no! Prenderò la cosa con filosofia”.

Camerate affollate, ordini urlati da ufficiali e sottoufficiali, il nonnismo violento. “Marinaio Marco C. svelto! Giù dalla branda! Si va al poligono”. Sagome con le sembianze di un uomo, da “uccidere” per simulare il combattimento. “Tutto ciò è stupido! – disse Marco a Francesco – Ci fanno giocare alla guerra per farci entrare nel sistema. Io non ci sto!”. “Hai ragione. Mi hanno fatto lasciare la terra e mi hanno insegnato il fucile. Ma io rivoglio la mia zappa!”.

Marco quella mattina fu chiamato dal furiere “Sei stato destinato alla base Nato di San Cusmano, di fronte alla rada di Augusta, sulle colline. Torni in Sicilia!”. Il treno si avvicinava ad Augusta, la oltrepassò, dai finestrini vide i grandi serbatoi e le ciminiere. Fuoco e fumi gialli e puzzolenti, e quel che rimaneva del paese di Melilli Marina bagnato da un mare nero e oleoso. Odore di veleno. “Stazione di Priolo!” urlò il capostazione e Marco scese. Una camionetta della Marina lo aspettava. “Benvenuto! Dai che ti portiamo alla base!”.

Giunti alla base lo portarono subito al deposito materiali. “Ma perché questa maschera antigas? A che serve?”. Lo capì quando vide gli enormi serbatoi di carburante per i cacciabombardieri di Sigonella. Una passeggiata fra i campi che portavano alla montagna dove, arrampicato, c’era il paese di Melilli. Sotto quella montagna c’erano i serbatoi che aveva visto qualche giorno prima. “Ma questa gente sa cosa c’è qui sotto? Sa quale rischio corre?”. Durante il servizio fu portato in diverse altre basi. Una era chiamata “Le mine”, deposito di siluri e missili. Una “Xirumi”, deposito di munizioni e bombe aeree e navali. E c’era il Molo Nato, dove attraccava la Us Navy a caricare il carburante per le portaerei da cui partivano i cacciabombardieri. “Ma è una pazzia! Basterebbe una scintilla, o l’ordine di un pazzo guerrafondaio, e mezza Sicilia salterebbe in aria”.

Comiso: Pio La Torre in assemblea

Comiso: Pio La Torre in assemblea

Finì il servizio ma il ricordo, disumano, durò molto a lungo. Durava ancora quando Marco, ormai militante pacifista, si ritrovò a narrare con la sua macchina fotografica i cortei contro i missili nucleari progettati per ridurre in cenere l’Est.

Comiso, in provincia di Ragusa, era stata scelta per ospitare i missili Usa, col governo italiano ubbidiente e d’accordo. Si trovò ad ascoltare le parole di Pio La Torre, che da lì a poco sarebbe stato ucciso dalla mafia per la sua proposta di confiscare i beni mafiosi, e anche per le sue denunce delle infiltrazioni mafiose nei lavori della base missilistica di Comiso. Marco vide le sue foto accanto agli articoli dei “carusi”, sul giornale di Pippo Fava, che denunciavano il pericolo del nostro popolo in caso di attacco nucleare. Pio La Torre non si sbagliava. Le infiltrazioni mafiose erano reali, il villaggio dei militari Usa a Comiso era stato costruito da Costanzo, uno dei “quattro cavalieri dell’apocalisse mafiosa” come li definì Fava. “Ok, ok, no problem” dicevano gli americani. D’altronde, per loro non era una novità trovarsi accanto a cosa nostra: dai tempi del loro sbarco, nel lontano 1943, gente come Lucky Luciano o “don” Calò Vizzini erano stati i primi a essere “arruolati” per dare una mano ad ammiragli e generali.

Un po’ per i movimenti pacifisti, un po’ per la fine della guerra fredda – erano gli anni Ottanta: il muro di Berlino sarebbe caduto da lì a poco – i missili di Comiso non furono mai attivati.

***

Catania, ventunesimo secolo. Un comizio del leader Matteo Renzi alla villa Bellini, in una delle “feste dell’Unità”. Una mamma tira fuori una bandiera pacifista e comincia a gridare “No al Muos! Non vogliamo la base americana a Niscemi! Non fate ammalare i nostri figli con le antenne! E no alla guerra!”. Arrivano le guardie e se la portano via.

Mamma No MUOS trascinata con forza, Festa dell’Unità 2016 – foto Ivana Sciacca

Gli anni sono passati, la storia è andata avanti, ma la Sicilia è ancora un deposito di armi, basi e missili – nonché diavolerie più moderne – dei nostri comproprietari, le forze armate Usa. Stavolta tocca a Niscemi, nel bellissimo bosco di sugheri antichi, destinato a una base elettronica da cui manovreranno le guerre in tutto il Mediterraneo e nel Medio Oriente. Le donne, i cittadini, i giovani di mezza Sicilia protestano. Il governo italiano, al solito, china la testa di fronte ai generali stranieri.

In fondo, ha avuto ragione Salvatore Giuliano, il capo dei banditi mafiosi che settant’anni fa, per ordine dei latifondisti, sterminò i contadini che volevano la riforma della terra. “Dobbiamo unirci all’America! – strepitava Giuliano –Dobbiamo essere, qui in Sicilia, la cinquantunesima stella della bandiera degli Stati Uniti!”. E, alla fine, così è andata.

L’Italia ha aumentato le spese militari, ultimamente, fino a ventitré miliardi l’anno. Ma poi è arrivato Trump e ha sbraitato “Non basta! Cento milioni al giorno, minimo, dovete uscire per armi e missili! Altrimenti…”. (E ancora noi siciliani siamo fortunati, con una decina di basi grandi e piccole ce la caviamo. In Sardegna, il 74% del territorio è gravato da servitù militari).

* * *

“Noi saremo laggiù, con i nostri soldati, dovunque sia minacciata la pace! Missioni di pace, missioni di pace, missioni…”, declamano a ogni occasione i ministri. Ma, per definizione, un soldato armato e un fucile non sono mai portatori di pace. Marco, pensando a questo, ricordò la sua esperienza da militare e le sue manifestazioni per la pace. E non per nostalgia. “Mi hanno dato un fucile – gli risuonarono le parole del soldato Francesco – mi hanno dato un fucile ma io rivoglio la mia zappa!”.

SCHEDA – I No MUOS premiati per la pace

Il 1 settembre 2017 ad Aquisgrana c’è stata la consegna ufficiale del Premio Aachener-Friedenspreis per la pace al Movimento No Muos, il più prestigioso premio europeo per la Pace. Il Premio per la Pace di Aachen è il più ambito riconoscimento europeo per la pace che dal 1988 si assegna ogni anno in Germania e prevede due sezioni: una interna alla Germania e l’altra internazionale. L’8 maggio 2017, nel corso della consueta conferenza stampa ad Aachen, è stato dato l’annuncio che per quest’anno il premio sarà assegnato a noi No MUOS. Alla cerimonia di premiazione ha partecipato una delegazione di attivisti siciliani.

NoMuosTondo

Corteo No MUOS, Niscemi – foto Alessandro Romeo

Nell’esprimere tutta la nostra soddisfazione per l’importante riconoscimento internazionale conseguito, ribadiamo la validità di un impegno che dura da molti anni, caratterizzato da iniziative di ogni tipo. Dall’informazione all’azione, con conferenze, azioni legali, cortei, e occupazioni delle antenne, della base USA, l’invasione della stessa, i blocchi stradali. Il tutto grazie al consenso popolare che questa lotta si è saputa conquistare e ai valori di autorganizzazione, indipendenza, partecipazione dal basso e solidarietà alla base di questo impegno.

L’assegnazione del Premio per la Pace è un incoraggiamento a proseguire la battaglia contro la militarizzazione della Sicilia e del Mediterraneo, contro i micidiali respingimenti di migranti di Frontex e dei governi europei, contro le guerre imperialiste che insanguinano il Pianeta, di cui il sistema MUOS, con le sue quattro stazioni sparse nel Mondo, di cui una a Niscemi, è uno strumento essenziale.

La nostra resistenza continuerà fino a quando le antenne NRTF e le parabole del MUOS non verranno smontate, fino a quando Sigonella e tutte le altre basi USA in Sicilia non verranno smantellate. La Sicilia non vuole più essere una piattaforma militare al centro del Mediterraneo, ma una terra di pace, di accoglienza, e di benessere per chi ci vive.

Movimento NO MUOS

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