La Catania che non c’è

I volontari della Comunità di Sant’Egidio per i senzatetto

“Ciao! finalmente ci vediamo”, Mbaye è un ragazzo dalla faccia pulita e sorridente, ha un paio di occhiali tondi che nascondono occhi pieni di luce. Arriva con lo zaino in spalla, forse viene da una giornata di studio. È un volontario della Comunità di Sant’Egidio, e ogni giorno si occupa di emigranti. Dietro Santa Chiara, in via Garibaldi, adesso si preparano tanti panini imbottiti. Attorno a due tavoli i volontari si danno da fare incartando il cibo e riempendo buste di frutta e dolci. Alle otto di sera si esce per andare a distribuire.

senza tetto - mario libert

Nella comitiva ci sono pure Mamadou e Moussa, due ragazzi ospiti della Comunità. Mamadou ha vent’anni, è da poco a Catania. Viene dal Gambia e mastica qualche parola d’italiano. Moussa è in Sicilia da quattro anni e con la lingua se la cava. “Sono arrivato dal Mali a diciannove anni in barcone. È da tre anni – sorride – che vengo in Comunità”.

In piazza Santa Maria di Gesù si avvicinano le prime persone, alcuni dei senzatetto catanesi. I volontari, spesso, sono il loro unico punto di riferimento. Riconosco Camillo, un signore anziano con una gamba ingessata e la stampella. Chiacchieriamo con lui mentre sul bordo della fontana sorseggia una cioccolata calda. Arrivano altri due amici, poi un altro ancora.

In via Plebiscito c’è Salvatore: ottant’anni, trecento euri di pensione e una panchina per casa. “Gliel’hanno dimezzata quand’è rimasto vedovo – dice Mbaye – ma ora stiamo cercando di fargli recuperare la pensione di prima”.

 “No grazie, ho già mangiato, meglio darglielo a un altro” fa Salvatore al volontario che fa per offrirgli un panino. Ci mostra una foto di quand’era giovane. Poco più in là, un’anziana signora accudisce il compagno, visibilmente stanco, assopito sulla panchina. “Mi ricordo di quando lei ci chiamò la prima volta –  dice ancora Mbaye – Fu poco prima di perdere la casa, ci chiese una borsa di spesa per mangiare. Lei e il suo compagno ora dormono qui”.

Dietro l’angolo c’è Alfio, sessantasette anni. Mangia con passione il panino con frittata e ci racconta un po’ della sua vita. È già pronto ad affrontare la notte, avvolto in un grande cappotto e con una coperta sulle gambe. Ha mani grandi e vissute, da bracciante, i piedi gonfi. “Ho lavorato in campagna, ho portato i camion, le ruspe”. È un omone sorridente e allegro, di voce profonda e grave. Uno dei tanti che a Catania, di notte, non dormono sotto un tetto. “Stiamo cercando di far ristrutturare uno spazio per farci un centro di accoglienza. Tutti dovrebbero avere un posto stabile per dormire e per passarci un po’ della giornata,  senza l’obbligo di arrivare col buio la sera e andarsene col buio alle sei di mattina”.

 

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