Il Nocella è rossonero

Violazioni delle norme ambientali? Solo denunce inascoltate

Ora che la campagna elettorale è finita, si possono spegnere i riflettori anche sulla Distilleria. Continuare a parlarne può cominciare a dare fastidio.
Ormai gran parte dei siciliani, partinicesi e limitrofi compresi, si sono rassegnati, alzano le spalle, non vanno più a votare, con l’amara considerazione che “tanto non cambia niente” e ognuno continua a farsi i fatti suoi cercando di non dar fastidio agli altri, anche se si tratta di fastidi che possono interessare, oltre che se stessi, la propria famiglia e le generazioni che verranno, soprattutto in tema di salute e di rispetto per l’ambiente in cui viviamo.

bottiglia2

E in questo micidiale senso di accettazione passiva di ciò che ci circonda, i “furbetti” continuano ad agire con la certezza di non essere disturbati e di godere di quella impunità che caratterizza l’andazzo di quella che abbiamo definito la Libera Repubblica di Partinico o, se vogliamo essere monarchici, il Libero Regno di Partinico con la sua inossidabile regina.
Il Patto per la Salute e per l’Ambiente, sulla scia della lezione e dell’eredità lasciata dal suo fondatore Nino Amato, continua per contro il monitoraggio del territorio e giornalmente documenta le palesi violazioni delle norme ambientali, non rinunciando a fare le sue denunce, in gran parte inascoltate.
In questi giorni le acque del Nocella rivelano livelli altissimi d’inquinamento e si colorano di rosso e di nero, sino a formare uno scarico putrido che porta tutto a mare, con buona salute dei pesci e della flora marina che, dalla baia di San Cataldo si estende a tutto il Golfo di Castellammare. La Guardia Costiera e i Vigili urbani controllano, per quanto possono, la zona, ma c’è sempre la difficoltà di risalire ai responsabili, non tanto perché non si conoscono, ma perché non è facile incastrarli.
Il caso della distilleria è il più abnorme. Come sappiamo, a seguito dei lavori di copertura degli scarichi della distilleria, a suo tempo deciso da un assessore che voleva forse evitare che tutto fosse a cielo aperto, il punto di controllo è stato individuato e fissato in un posto lontano qualche chilometro dalla fabbrica, inaccessibile a causa della fitta vegetazione, sigillato e controllabile solo “in contraddittorio”, ovvero  con la presenza di un rappresentante della distilleria che attesti la regolarità del prelievo. È successo già alcune volte che misteriosamente, al momento del controllo, l’acqua diventasse limpida e che le analisi non rivelassero nulla di difforme dai soliti colibatteri fecali. Le acque di questi giorni sono serviti a “miscelare” gli sversamenti nel torrente, che, è doveroso dirlo, hanno mescolato al rosso vino il nero e il grasso degli scarichi degli oleifici, sino a lasciarci pensare che il Nocella non sia diventato sponsor del Milan o non sia diventato come la bandiera degli anarchici, a causa del suo colore rossonero.
Nei giorni scorsi abbiamo parlato di un progetto per un inceneritore presentato dalla ditta Metran, che dovrebbe sorgere nei pressi della superstrada per Alcamo, ma è doveroso fare alcune precisazioni, ovvero che tale progetto dovrebbe occuparsi di biomasse per la trasformazione, soprattutto del rifiuto organico, in gas metano, cosa ben fattibile in zona agricola. In tal senso la distilleria delocalizzata potrebbe lavorare le proprie vinacce esauste, come derivati dal ciclo di lavorazione, senza alcun bisogno di variante della zona in zona industriale. La domanda è: perché la distilleria ha richiesto tale variante? E la risposta più semplice è quella che lascia supporre che il processo di termovalorizzazione non si atterrebbe solo alla combustione di biomasse per ricavarne energia, ma a un più ampio disegno di combustione di rifiuti vari ovvero di scarti di produzione: per alimentare un simile “bruciatore” occorrerebbe una quantità di rifiuti di gran lunga superiore a quella delle semplici vinacce esauste, cosa che è possibile fare solo se si lavora in zona industriale. Tornano a questo punto in campo alcune perplessità degli ambientalisti, naturalmente siamo in un generico campo di supposizioni che non risolvono il problema di fondo, ovvero quello della presenza della distilleria in un posto in cui ormai non può più stare, e quello dell’urgenza di una sua delocalizzazione lì dove il ciclo di lavorazione sia soggetto a tutti quei controlli che non ne coprano le illegalità o i danni causati  e non ne garantiscano l’impunità. E questo dovrebbe essere quotidiano compito non del Patto per la salute e l’ambiente, ma degli organi di controllo delegati a farlo. Cioè niente.

[ ]

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Codice di verifica *

Si informano i lettori che i commenti troppo lunghi potrebbero essere considerati SPAM e cestinati in automatico.
Vi preghiamo pertanto di essere concisi nei vostri commenti.