Il mese che ammazzò l’Italia

Gli ultimi giorni del generale dalla Chiesa

Dopo che dalla Chiesa rilascia quella clamorosa intervista a Bocca, per la prima volta gli italiani si accorgono che la mafia è un fenomeno nazionale ed europeo. Quell’intervista rappresenta una svolta perché per la prima volta si parla dei Cavalieri del lavoro di Catania come paradigma dell’imprenditoria mafiosa, dell’accumulazione illecita e del riciclaggio del denaro sporco nelle banche o nelle attività apparentemente lecite, palazzoni di venti piani, cementificazione disordinata, centri turistico-alberghieri, ristoranti alla moda. Per la prima volta si parla di mafia “globale”, di “policentrismo” di Cosa nostra, di confisca dei beni mafiosi.

“Mio padre”, spiega Nando dalla Chiesa, “disse ciò che soltanto adesso viene chiarito da Massimo Ciancimino: ovvero che c’era un patto di ferro tra Totò Riina e i Cavalieri. Ma la politica, a quelle denunce, non reagì. Dopo la morte di mio padre, il Psi tranquillamente flirtò con i Cavalieri, la Dc fece lo stesso e il Pci accusò gli antimafiosi di chiedere le analisi del sangue agli imprenditori”.

C’è una parola che dalla Chiesa – a proposito dei poteri speciali che gli devono essere conferiti – rivela a Bocca: “Settembre”. O entro settembre gli danno i poteri promessi oppure rinuncia all’incarico. Tradotto in parole povere: o lo Stato fa seriamente la lotta alla mafia o me ne vado. Un perentorio aut aut che, se avesse scadenza immediata, metterebbe lo Stato con le spalle al muro. Prima di tutto perché lo Stato, la lotta alla mafia non ha mai voluto farla seriamente, e poi perché lo stesso Stato non può perdere la faccia di fronte a un’opinione pubblica sempre più inquieta, specie dopo un’intervista clamorosa come quella data a Bocca. Ma siccome quell’aut aut è fatto ad agosto, qualcuno pensa che il tempo di organizzarsi ancora c’è. Un mese è sufficiente. Settembre… Certo generale, a settembre può succedere di tutto.

Intanto si vota il rinnovo delle gestione delle esattorie siciliane. Ai cugini Salvo vengono confermati i privilegi di sempre, e anche la legittimazione di sempre.

Cade il primo governo Spadolini cui fa seguito, pochi giorni dopo, lo “Spadolini bis”, un “governo fotocopia” in quanto composto dagli stessi ministri e dagli stessi sottosegretari del primo. Forattini su “Repubblica” disegna il presidente del Consiglio nudo con due pisellini. E la frase: “Spadolini bis”.

I giornali agostani riportano le cronache di sempre, il caldo, i bagni a Mondello, gli incendi nelle campagne. Le uniche notizie che rompono il tran tran sono l’indagine nei confronti del presidente della Banca Vaticana Paul Marcinkus, l’incidente al pilota di Formula 1 Pironi, e l’arrivo a Beirut del contingente di pace.

Ma il 12 agosto nei viali del Policlinico di Palermo, la mafia uccide Paolo Giaccone, valoroso medico legale che si rifiuta di falsificare l’esito di una perizia relativa ad alcuni mafiosi.

Ma Palermo continua ad essere l’immobile, la splendida, la miserabile capitale di sempre. Apparentemente. Nel sottosuolo si muove qualcosa, qualcosa di molto grosso.

Istintivamente Emanuela avverte i segnali. Lei è milanese e non conosce i linguaggi, i messaggi, i codici che viaggiano con lo scirocco di quel terribile agosto, eppure ha antenne sensibili, percepisce che attorno a lei e al marito c’è una tranquillità fin troppo strana, la stessa che ha percepito Bocca quando si è recato in prefettura. E lo confida al generale. È una circostanza emersa al maxiprocesso istruito da Falcone. Una circostanza venuta fuori quando è stata interrogata la domestica di Villa Paino, residenza del Prefetto e della moglie. A tavola Emanuela si mostra timorosa: stare a Palermo è “pericolosissimo”.

Intanto il “sottosuolo” palermitano si muove, subisce fortissime scosse, mentre lassù, in superficie, nessuno avverte tremori, la città sembra surreale, apparente, continua a sonnecchiare, avvolta da quell’afa a quaranta gradi all’ombra. Sonnecchia il vetturino, sonnecchia il suo cavallo, sonnecchia ‘u panellaru, sonnecchia il macellaio, sonnecchia il bibitaro, sonnecchia la politica.

Solo i mafiosi sono attivi. E molto preoccupati. Questo-ci-fotte-come-ha-fottuto-i-terroristi… Addirittura-dice-che-li-torturava… Un-cuinnutu… Dalla città apparente, gli uomini dabbene fanno eco: Ma-che-vuole-questo-dalla Chiesa?-Si-vada-a- sciacquare-le-palle-a-Mondello.

Intanto i segnali si moltiplicano. In prefettura arrivano strane telefonate. C’è chi si presenta come giornalista, chi come ufficiale dei Carabinieri, chi come anonimo e dal centralista vuol sapere se la signora dalla Chiesa è in casa; chiude improvvisamente quando l’operatore telefonico gli chiede se intende parlare col generale.

È da un mese – da quando il nuovo Prefetto si è dato quella scadenza, “settembre” – che gli “uomini d’onore” si riuniscono ogni giorno al “Fondo Pipitone” per organizzare il piano di morte. È nel quartiere dell’Acquasanta, vicino ai Cantieri navali. Lì la Famiglia Galatolo – quella che controlla la zona – ha messo a disposizione i suoi locali per fare il “quartier generale” delle cosche palermitane. Il “sottosuolo” è questo. Invisibile. Impalpabile. Impenetrabile. Eppure sotto gli occhi di tutti. Alla luce del sole… Il 2 dalla Chiesa incontra il ministro delle Finanze Rino Formica. Il Prefetto sottopone al titolare delle Finanze il rapporto delle Fiamme gialle in cui si parla di oltre tremila patrimoni sospetti… 3 settembre. Mattina. La pazienza di dalla Chiesa è al limite, ormai ha la chiara percezione che a Roma lo hanno mollato. Avverte che la terra brucia sotto i piedi, che certi legami invisibili diventano sempre più chiari. “La situazione sta precipitando. Purtroppo quanto avevo previsto sta verificandosi, stanno venendo al pettine certi nodi che mi ero premurato di prospettare a chi di dovere, al momento in cui mi era stato affidato questo incarico”.

“C’era uno scenario inquietante”, dice Giuseppe Ayala, Pm al maxiprocesso “Non si capiva perché il governo non gli dava i poteri promessi. Lui pressava e loro nicchiavano. Ci fu la netta sensazione che fosse stato mandato in Sicilia e poi abbandonato a se stesso perché c’erano probabilmente pezzi dello Stato contrari al conferimento di questi poteri, pezzi dello Stato che lavoravano non nell’interesse dello Stato. Basterebbe questo ad ipotizzare che dietro questa strage non ci fu soltanto la mafia”.

(Da: Luciano Mirone, A Palermo per morire, Castelvecchi 2011)

 

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