Guerra ai poveri

A Trieste il Sindaco voleva che diventasse reato dormire per strada nel centro cittadino. D’altronde i barboni puzzano e rovinano i prospetti dei ricchi palazzi, oltraggiando le beate passeggiate di signore e turisti. A Verona chi dona un pasto a chi vive in strada rischia una multa di cinquecento euro. A Imperia è vietato chiedere l’elemosina e chi viene beccato a mendicare rischia sanzioni pecuniarie per centinaia di euro. A Catania il Sindaco ordina operazioni di polizia contro i lavavetri con sequestri di manici di scopa, spazzole pulisci vetro e detersivi. Se potesse, una parte di popolazione farebbe arrestare i lavoratori dei call center che disturbano il riposo pomeridiano e getterebbe la chiave della cella di chi rovista nell’immondizia.

Dicono che sia per un fatto di rispetto della propria serenità, la chiamano legalità, lo definiscono decoro urbano, in realtà è una dichiarazione di guerra. La guerra ai più poveri. “La legge, nella sua maestosa equità, proibisce ai ricchi così come ai poveri di dormire sotto i ponti, mendicare per le strade e rubare il pane” scriveva Anatole France.

Il 10 febbraio il Consiglio dei Ministri su proposta del Ministro dell’Interno Marco Minniti e del Ministro della Giustizia Andrea Orlando ha approvato, nel silenzio, una delle leggi più odiose che l’Italia abbia mai conosciuto.

Si introducono infatti norme persecutorie ai danni di chi mendica, dorme in strada, pratica forme di accattonaggio. Si criminalizza, di fatto, la povertà e si colpiscono i soggetti più vulnerabili. Si arriva addirittura a concepire il cosiddetto Daspo urbano: il divieto per alcuni di frequentare alcune zone della città.

Le motivazioni di tali misure sono chiare: trasformare i centri storici ed economici delle città in linde Versailles, con i loro viali e i loro giardini, con tutto ordinato, con tutti educati. Fuori tutto il resto.

Un senza fissa dimora alla stazione centrale di Catania. Foto di Francesco Nicosia

Catania ha recepito immediatamente lo spirito dell’iniziativa governativa e l’amministrazione comunale è subito andata in guerra: “avremo armi concrete per intervenire su una varietà di comportamenti illegali contro i quali non esistevano prima sanzioni efficaci e combattere l’illegalità diffusa”, ha dichiarato il sindaco Enzo Bianco commentando l’approvazione del decreto sulla sicurezza urbana.

Nei giorni successivi due operazioni della polizia municipale per la “repressione dei lavavetri” hanno portato al sequestro di materiale da lavoro e al fermo di alcuni stranieri. Poi è arrivato lo sgombero, senza alcuna soluzione abitativa, di una decina di migranti da un locale comunale abbandonato usato come ricovero.

Il movimento Catania Bene Comune ha lanciato l’allarme: “appare ignobile e raccapricciante che l’Amministrazione pubblica si renda protagonista di un atto così vigliacco ai danni delle fasce più deboli della città. Non c’entra nulla con la legalità e tantomeno col decoro perseguitare chi chiede l’elemosina o offre un umile servizio agli automobilisti. Mostrare il pugno di ferro verso i più svantaggiati serve solo a favorire una scellerata guerra tra poveri e ad assecondare gli istinti più retrivi e dannosi della società. Il movimento politico ha inoltre fatto appello ad associazioni e soggetti sociali affinché “si fermi la deriva razzista in città e si impedisca alle Istituzioni di portare avanti provvedimenti persecutori contro i più poveri”.

Anche il Vicepresidente del Consiglio Comunale di Catania, Sebastiano Arcidiacono ha commentato i provvedimenti di espulsione ai danni dei lavavetri fermati dalla polizia municipale: “gli immigrati che fuggono dalla guerra nella speranza di poter vivere una vita degna di essere vissuta è un problema di tutti. Non è una questione di ordine pubblico né può essere una questione di consenso elettorale prendersela con i poveri o con gli immigrati. Rispedirli indietro significa, nella stragrande maggioranza dei casi, consegnarli alla morte. Non è cristiano. Non è umano”.

Quando il 10 agosto 2013 un barcone pieno di profughi siriani approdò alla Playa di Catania sei ragazzi si gettarono in mare pur non sapendo nuotare. I loro corpi vennero ritrovati sulla spiaggia. Chi ebbe salva la vita fu portato a San Cristoforo, quartiere popolare di Catania, una delle zone più difficili e povere della città.

Gli abitanti del quartiere passavano e ripassavano davanti i cancelli blindati della palestra della scuola trasformata in centro di accoglienza. Alcuni bambini portavano giocattoli, alcune mamme coperte, tanti ragazzi offrivano sigarette. E poi scarpe, vestiti, saponi, medicinali.

Non c’era razzismo nelle strade di San Cristoforo ma tanta solidarietà.

Qualche mese più tardi le stesse scene si ripeterono al Pala Nitta, a Librino, all’arrivo di centinaia di migranti africani.

Di generosi non ci sono che i poveri scriveva Balzac.

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