Emigranti in Sicilia. Cronaca da un paesino

Dorme ancora, Scordia. Dorme come sa dormire una città di provincia, chiusa nella campagna, semplice e contadina…

Il buio è fresco. Tutt’intorno gli aranci, i giardini, che manderanno i loro frutti lontano, esattamente come i figli di questi stessi campi sono stati mandati via di casa dalla disoccupazione e dal bisogno, perché offrissero agli stranieri le loro braccia.

L’ora è quella in cui il mattino si mesce alla notte. Che cosa sia, non è chiaro. Perché c’è mattino e mattino. Quello di serie A, con Veltroni in tv, il sole delle nove e mezzo, cappuccino & cornetto; quello di serie B, cartella precipitosa, cravatta e caffè. Quello di serie C, quando gli uomini e le donne si alzano, spesso prima del sole e dei suoi problemi. E dentro quest’ultimo esiste un altro mattino, un mattino degli ultimi, un’aurora che sgattaiola tra i panara e i sacchi improvvisati, tra le stradine e i campi. Appartiene a sagome scure, che attraversano una stradina vicino a uno stabile abbandonato, mentre i primi raggi convivono con il giallognolo dei lampioni. I cittadini di Scordia quello stabile lo chiamano ex Copeca, dal nome dell’azienda che l’utilizzava. E loro, i niuri, per lo più maghrebini, specie tunisini, erano molti più d’un centinaio quando l’hanno occupato.

Il cielo dice che pioverà, cioè che oggi non si lavora. Sarà per questo che le sagome scure sono venute giù dalla stradina più tardi del solito. Arrivano fino al chiosco, dove prendono un caffè e fumano; vanno e vengono, anche se di fronte al chiosco dovrebbe esserci un punto di raccolta, un luogo dove incontrare caporali, padroni o intermediari. Ma oggi gli unici punti attivi sono quei due che si trovano vicino all’ingresso del paese, il primo vicino alla fermata del bus, vicino a un altro chiosco, il secondo di fronte a un bar.

Hanno degli zaini sgualciti dai colori vivaci; attaccate alle mani, delle buste di plastica miserevoli. In molti hanno un cappello, per via del sole siciliano, che può essere crudele a metà del giorno. I ragazzi che sono fermi sotto la fermata del bus, nel primo punto di raccolta, sembrano degli studenti ripetenti, dei pendolari. Una macchina si ferma a ridosso del gruppo; l’autista scende e va a ristorarsi; un maghrebino apre la portiera e sale. Un altro maghrebino, meglio acconciato di quello di prima, gli s’avvicina e, aperto lo sportello, gli parla per un bel pezzo, finché l’autista ritorna. Poi il chiacchierone va verso gli altri, dice loro qualcosa, mentre restano esposti come carne sul ciglio della strada. E, in pochi minuti, l’auto è scomparsa, i migranti si sono dispersi. Magia.

Il secondo punto, più popoloso, vede una manciata di maghrebini appollaiati sui gradini di fronte al bar, altri accanto all’ingresso. Un padrone discute di soldi con questi ultimi; tra di loro un ragazzino, avrà 15 anni. I vecchi parlano tra loro, in cerchio, proprio davanti alla porta del caffè. Poi arriva un furgoncino. L’ansia dell’attesa si scioglie, i migranti si muovono insieme verso l’autista, che, nel frattempo, è sceso. Parlano in arabo, migranti e autista, che è forse un intermediario. Qualcuno sale sul furgoncino. “Voli cincu euro” fa un signore, accennando al fatto che succedeva qualcosa di simile quando lui era emigrante. Vuole cinque euro, l’autista, un uomo un po’ attempato. Va a prendere forse il caffè e ritorna. Poche altre parole. Qualcosa, un segnale, da parte di uno della chiurma e tutti scompaiono, il furgoncino scivola lungo la strada e resta solo un ragazzo seduto su un gradino. Forse l’autista ha dato un altro punto d’incontro. Forse non c’è da lavorare, perché sta per piovere. E il cielo comincia a piangere.

L’ex Copeca è formata da due diversi edifici. Il primo è più vicino all’ingresso. Sotto una specie di balcone si riparano cinque maghrebini con la matita agli occhi, che sembrano pezzi di carbone incastonati nell’albume d’un uovo. Nazzir parla un italiano misto al siciliano, con tutte le varianti del caso; lo si capisce molto facilmente. I cinque ci accolgono con una stretta di mano. Non hanno l’umore alle stelle. Lui, Nazzir, ha marcati tratti camitici, piuttosto che semitici, forse perché viene dal sud della Tunisia, da Sfax. Ha il permesso di soggiorno, è in regola e lavora di solito per un’azienda che sta fallendo, per cui acconsente a farsi riprendere. “Nun mi scantu i nenti” dice. Non ha paura di nulla. Una stanza senza il muro che da verso l’esterno è la cucina: qualche cassa piena di cenere e bottiglie, polvere a terra, così tanta che quasi non si vede il pavimento. Su stanno le camere da letto. “Qui dormono quattro persone” fa, mentre indica un materasso un po’ largo. Accanto c’è il bagno. C’è acqua corrente? “Né acqua, né corenti”. Al piano terra ci sono degli altri bagni, ma sono inutilizzabili. E l’altro edificio? Nazzir ha come una sorta di pudore. Deve prima chiedere se possiamo andare là. L’altro gruppo non è, per così dire, sua giurisdizione. La grande piattaforma di cemento che sostiene il capannone, il secondo edificio, ha un salone vuoto e spettrale, dove è impossibile abitare. Alcuni degli altri migranti vivono, invece, in una sala vicina, dove le tende di plastica, quelle che dovevano delimitare forse una zona per i soli addetti ai lavori, sono ora inutile ornamento. Ci tengono a mostrarci le loro pentole, sporche e maledette, quasi fossero il metro di misura dei loro inappagati desideri.

Alla fine dell’edificio abitano la maggior parte dei migranti: sui muri quadri elettrici con i fili scoperti. In quel momento stanno ritornando altre persone dai campi, per via della pioggia. Quelli che sono rimasti dentro portano fuori i materassi bagnati, mentre c’accorgiamo che il maltempo s’è un po’ calmato. Uno un po’ più vecchio parla con Nazzir e s’avvicina per parlarci. Forse è il capo di questo gruppo. Nessuno li aiuta, dice. Non hanno trovato altri posti dove andare, né a chi chiedere un alloggio. Sono “come topi, no cani, perché cani non abita qua”. Perché non vanno altrove? “Non ci danno soldi”. E non c’è lavoro, almeno non come prima. Nel frattempo è arrivato un gruppo di militanti a portare dei panini. I più integralisti non li mangiano, perché non sanno come è stata lavorata la carne.

Nazzir ha 42 anni. E fa questa vita. Ci racconta la sua storia, mentre muove gli occhi sotto le sopraciglia cespugliose. Per affittare una casa ci vogliono i soldi, dice, ma non vengono pagati. “Siamo sfruttati, lavoriamo alla cassa, a 80 centesimi, a malapena le persone arrivano a 20 cascie, a 16 euro”. Il passaggio per il lavoro è 5 euro, ma può anche essere di meno. Certo, i giardini possono dare molte arance, ma non è facile. “Alziamo alle cincu di matina, andiamo al bar, prendiamo un caffè come tutti e aspettiamo il mezzo per andare a trabajare”. La sua voce resta a mezz’aria nel freddo di fine inverno. Poi Nazzir ci accompagna all’uscita. Si teme uno sgombro, uno sgombro imminente. Nazzir è preoccupato, ma non abbiamo il tempo di approfondire. Va con gli altri del suo gruppo e ci salutiamo.

Il Prc, l’IdV, la Cgil e le associazioni cattoliche, specie il Tra Noi, hanno cercato di far fronte a quello che sembra un vuoto istituzionale. “Il sindaco continua ad ignorare qualsiasi tipo di richiesta” dice il comunista Carlo Barchitta. Lui stesso si è recato con i migranti davanti a una chiesa del paese, di domenica sera, per mettere il problema sotto gli occhi della cittadinanza. Dai cattolici sono arrivate le buste della spesa. Alfio Distefano, dell’IdV, racconta, interrogato sui numeri della presenza: “Abbiamo constatato tra i 150 e 200 migranti”. “Bisogna scindere il fatto umano da quello politico” continua, giustificando la posizione dei due partiti. Forse è piuttosto strano che dei partiti, delle associazioni e un sindacato debbano fare quello che non fanno le Istituzioni. In un tessuto molto particolare, che meriterebbe maggiore attenzione, dove lo sfruttamento fiorisce. Infatti, come dice Rocco Anzaldi, Cgil, “una prevalenza di questi ragazzi immigrati ha il permesso di soggiorno, ma spesso gli sfruttatori non versano le giornate all’INPS”. Sono dei meccanismi perversi. E la cittadinanza? Per lo più è turbata dai niuri. Ma è un paese d’emigranti e, a quanto dicono alcuni militanti, si possono far ragionare.

 

SCHEDE

CRONOLOGIA

Dicembre: prime occupazioni ex Copeca da parte dei migranti

10 Febbraio: Conferenza dei Servizi, la popolazione si oppone alla costruzione del centro commerciale Scordia Megastore

24 Febbraio: Rifondazione Comunista e Italia dei Valori entrano in contatto con i migranti

Fine febbraio: le associazioni cattoliche contribuiscono con alimenti al sostentamento dei migranti; IdV, Prc, insieme ad alcuni cittadini contribuiscono a un fondo per sostenere le spese per lo spostamento di alcuni migranti che vogliono lasciare Scordia

COSTI DELLA VITA DA MIGRANTE

3/6 euro: passaggio dal punto di raccolta al punto di lavoro

80 centesimi: pagamento che il migrante riceve per ogni cassetta di frutta che raccoglie

30 centesimi: cifra ricavata dal caporale per ogni lavoratore che porta al campo di lavoro

70 centesimi: costo di un caffè a Scordia

9 euro circa: soglia usuale di guadagno minino per giorno

40 euro circa: soglia usuale di guadagno massimo per giorno

GLOSSARIO

Caporalato: fenomeno dello sfruttamento di forza-lavoro a basso costo attraverso l’impiego di referenti tra i proprietari terrieri e i lavoratori, incentrata sulla figura del caporale

Caporale: metafora militare di largo uso per definire un migrante o, meno frequentemente, un italiano che organizza una chiurma nell’arruolamento, nella formazione e la controlla sul lavoro

Intermediario: collocabile tra il caporale e la chiurma, fa da referente per il gruppo, ma vive con i braccianti condividendone le stesse condizioni

Chiurma: “ciurma”, gruppo di lavoro con un nucleo stabile; in senso estensivo, significa gruppo di lavoratori di campagna

Panaru: contenitore, “cesto” in lingua siciliana; in senso estensivo, secchio di largo uso nella raccolta degli agrumi

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