Cos’ha davvero detto il giudice Zuccaro

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Relazione del Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Catania, Carmelo Zuccaro e del  sostituto procuratore della Repubblica presso il tribunale di Catania, Andrea Bonomo al “Comitato parlamentare di controllo sull’attuazione dell’Accordo di Schengen, di vigilanza sull’attività di Europol, di controllo e vigilanza in materia di immigrazione”.

22 marzo 2017

Resoconto stenografico

Carmelo Zuccaro:

La ringrazio, presidente, perché mi dà l’occasione di presentare l’esperienza del nostro ufficio, che sin dal novembre 2013, quindi a ridosso delle tragedie che costarono la vita a numerosi migranti al largo di Lampedusa, ha costituito un gruppo con lo specifico compito di occuparsi del contrasto non al fenomeno migratorio clandestino soltanto, ma a coloro che organizzano il traffico di questi migranti.

   Siamo convinti, infatti, che per poter incidere più efficacemente a livello giudiziario – mi rendo conto che il livello giudiziario in questo caso è particolarmente limitato per risolvere il problema – sia necessario occuparci di coloro che questo traffico organizzano e ne traggono gli utili più rilevanti.

   All’epoca, il mio predecessore, l’attuale procuratore generale di Roma Salvi, ebbe l’idea di costituire questo gruppo, di cui io assunsi il coordinamento da procuratore aggiunto dell’epoca. Attualmente, il gruppo è coordinato e diretto dal collega Bonomo, qui presente con me.

   Nel corso del tempo, ci siamo occupati di analizzare l’evoluzione di questo fenomeno. Posso dire che abbiamo anche inciso sulle diverse modalità che nel corso del tempo gli organizzatori hanno assunto per conseguire il loro obiettivo.

   Quando il gruppo è stato costituito, c’era il problema delle navi madri che portavano in Sicilia i barconi con i migranti. Ricordo che all’epoca ci è capitato anche di occuparci di alcuni esponenti della criminalità organizzata locale, i quali noleggiavano delle barche che mettevano a disposizione delle navi più grandi, che non potevano avvicinarsi sino a riva, per farvi sbarcare i migranti che arrivavano nelle nostre terre.

   All’epoca, in effetti abbiamo registrato da parte di qualche esponente criminale… Non ci risulta che, però, lo abbia fatto nell’ambito dell’organizzazione mafiosa di appartenenza. In quell’ipotesi, si trattava della famiglia catanese di Cosa nostra. Risultava, comunque, essere un esponente di quel gruppo, e certamente quindi si avvaleva anche di alcuni mezzi e strumenti che gli derivano dall’appartenenza a quel gruppo.

   Il fenomeno da allora si è molto evoluto. Come procura di Catania e come gruppo specializzato, siamo riusciti ad affermare un principio, adesso riconosciuto dalla Corte di cassazione pacificamente e dai nostri tribunali di merito, e cioè la giurisdizione italiana su quello che avviene in alto mare nelle acque internazionali.

   Ricordo che una delle prime volte che mandammo delle nostre unità navali a sequestrare un’imbarcazione, una nave madre, all’epoca intercettammo delle conversazioni: coloro che si trovavano sulla nave madre si mettevano in contatto con gli organizzatori, rimasti nelle terre di origine, e questi li tranquillizzavano dicendo loro di stare tranquilli, che non potevano far loro nulla perché in acque internazionali non si può intervenire, il reato non è commesso, non c’è la giurisdizione italiana. Con loro grande stupore, invece, intervenimmo, sequestrammo il natante e traemmo in arresto coloro che si trovavano a bordo di quel natante.

   Da allora, a seguito dell’affermazione di questa giurisdizione, si sono organizzati in maniera molto diversa. Adesso, come sappiamo, non arrivano più barconi con gli organizzatori, ma soltanto i piccoli barconi con i migranti.

   Tuttavia, nel corso dell’operazione «Mare Nostrum», attraverso la collaborazione soprattutto delle unità navali più attrezzate, dotate anche di apparecchi di ricognizione, riuscimmo ad avere delle informazioni e un aiuto molto valido per individuare e perseguire gli organizzatori. Anche a mutata modalità di trasporto di queste organizzazioni, infatti, accanto ai barconi piccoli, che non avevano più la nave madre, vi era una serie di natanti più piccoli che svolgevano la funzione di facilitatori, cioè apprestavano le vettovaglie, davano indicazioni circa la rotta che doveva essere seguìta, e magari sul barcone vi erano persone più sprovvedute che non disponevano di nozioni di navigazione tali da poter affrontare il viaggio in alto mare.

   Attraverso l’assetto navale di «Mare Nostrum» siamo riusciti a individuare alcuni di questi facilitatori e ad acquisire notizie, che ci hanno consentito anche di individuare alcuni organizzatori a livello, se non apicale, comunque vicino al vertice. Abbiamo anche avviato delle attività di rogatoria internazionale, con l’Egitto in particolar modo, per ottenere la loro assistenza, che ci consentisse di acquisire notizie su questi organizzatori, che operavano a livello medio-alto, e, avendo ottenuto un provvedimento restrittivo, anche per eseguire il provvedimento restrittivo stesso.

   Purtroppo, le rogatorie si sono fermate soltanto a livello informativo basso, in quanto l’Egitto ci ha dato alcune indicazioni molto limitate, peraltro anche fornendoci, almeno in prima battuta, delle indicazioni errate, forse dovute a confusione, omonimie e così via, su alcuni di questi organizzatori. Al momento in cui, però, è stato richiesto di poterli trarre in arresto, ci è stato detto che la loro Costituzione non consentiva la consegna di queste persone nonostante l’Egitto fosse tra coloro che avevano firmato vari trattati, da quello di Montego Bay alla Convenzione di Palermo.

   Quest’aiuto da parte degli assetti navali nell’individuazione del livello degli organizzatori è scemato con il venir meno di questa missione, che d’altra parte per i suoi costi, com’è noto, non poteva protrarre la sua attività troppo a lungo. Con l’assetto navale organizzato da Eunavfor Med, vi sono state sin dall’inizio alcune difficoltà, dovute al fatto che il fronte delle navi che operava all’inizio in alto mare era troppo vicino alle coste dei Paesi da cui queste navi partivano per poterci consentire di individuare dei facilitatori.

   Sostanzialmente, dei facilitatori non vi era bisogno, perché, almeno all’inizio, ci si avvicinava un po’ troppo alle frontiere delle acque territoriali della Libia, che era il Paese dal quale proveniva la maggiore corrente di traffico che interessava il nostro distretto catanese.

   C’è stata un’interlocuzione in varie sedi e ho avuto modo di rappresentare alla Direzione nazionale, in presenza dei vertici della missione, questo disappunto: una missione nata con il precipuo compito di contrastare il fenomeno non riusciva a raggiungere inizialmente quest’obiettivo proprio per il modo in cui veniva organizzato l’assetto.

   Anche da qui sono intervenute delle modifiche. In questo momento, le navi di Eunavfor Med si trovano in una linea arretrata rispetto alla linea iniziale di intervento. Attraverso un’interlocuzione anche con il comandante in nave della missione, l’ammiraglio Berutti Bergotto, si è realizzata una collaborazione, che è stata, nei limiti in cui poteva essere, piuttosto proficua per acquisire informazioni e notizie sugli assetti che andavano a mano a mano realizzando in alto mare.

(Le organizzazioni non governative)

   A partire dal settembre-ottobre del 2016, abbiamo invece registrato un improvviso proliferare di unità navali di queste ONG, che hanno fatto il lavoro che prima gli organizzatori svolgevano, cioè quello di accompagnare fino al nostro territorio i barconi dei migranti.

   Abbiamo registrato la presenza, nei momenti di maggiore picco, nelle acque internazionali di 13 assetti navali, come lei, presidente, ricordava. Ci siamo voluti interrogare, cercando di essere attenti all’evoluzione del fenomeno, sulla strategia migliore per poterlo contrastare, cercando di capire perché mai vi fosse stato un proliferare così intenso di queste unità navali. Soprattutto, abbiamo cercato di capire come si potessero affrontare costi così elevati senza disporre di un ritorno in termini di profitto economico.

   Quello che è emerso dagli esiti della prima indagine conoscitiva che abbiamo fatto è che il Paese europeo che ha dato vita alla maggior parte di queste ONG è la Germania, alla quale fanno capo ben 5 di queste ONG: SOS Méditerranée, Sea Watch Foundation, Sea-Eye, Lifeboat, Jugend Rettet.

   Sono ben sei navi presenti, perché SOS Méditerranée può contare su una nave, Aquarius, che batte bandiera di Gibilterra, una nave guardapesca; Sea Watch Foundation ha due unità navali, una che batte bandiera neozelandese e l’altra che batte bandiera olandese; Sea-Eye può contare su un’unità che batte bandiera olandese; Lifeboat su un’unità che batte bandiera tedesca; l’ultima, Jugend Rettet, su un peschereccio che batte anch’esso bandiera olandese.

   Per quello che abbiamo potuto ricavare dai primi accertamenti, i costi mensili o giornalieri che affrontano queste ONG sono effettivamente elevati. Per quanto riguarda, per esempio, Aquarius, la nave di SOS Méditerranée, ci risulta che ammonta a circa 11.000 euro al giorno il costo di gestione della missione. Per quanto riguarda, per esempio, il peschereccio Jugend, i costi mensili ammontano invece su base mensile a circa 40.000 euro.

   Per quanto riguarda la ONG MOAS, fondata nel 2013, che ha sede a Malta, abbiamo due unità: la Phoenix, che batte bandiera del Belize; la Topaz Responder, che batte bandiera delle isole Marshall. Sono certamente sospetti anche i Paesi che danno bandiera a questi assetti navali.

   I costi mensili che si affrontano, compresi i soli costi di spedizione di noleggio di due droni – hanno anche dei droni ad alta tecnologia, dati in noleggio dalla Schiebel, un’azienda austriaca che produce questi apparecchi sofisticati, che svolgono attività di ricognizione, e quindi sono in grado di individuare in alto mare, ma a volte anche in territorio libico, i barconi che si trovano in acqua – ammontano a circa 400.000 euro. In questi costi non sono compresi, ovviamente, quelli per l’acquisto delle navi… Sto parlando dei costi mensili dell’ONG MOAS. Questi sono dati piuttosto approssimativi, ma che hanno un’approssimazione abbastanza affidabile.

   Dicevo che cinque sono le ONG tedesche. Non voglio considerare Medici senza frontiere, che opera con due unità (la Bourbon Argos e Dignity I), e Save the Children, che opera con un’unità. Le altre sono due navi di una ONG spagnola, che prima si occupava anche di salvare i migranti siriani che tentavano di raggiungere l’isola greca di Lesbo partendo dalla Turchia. Adesso, operano tranquillamente nel Mediterraneo. La loro unità navale batte bandiera panamense. Una è di Malta. Non abbiamo, quindi, trovato ONG, né ci aspettavamo di trovarne, di nazionalità non europee. Non ci aspettavamo di trovarne, perché sarebbe stato ingenuo pensare che questo potesse avvenire.

   Queste unità navali, vi dicevo, a volte operano all’interno del territorio libico. In ogni caso, quasi sempre operano in acque internazionali, proprio nell’immediato confine del territorio libico. Se volete dei dati che vi diano un’idea del fenomeno, nel corso del 2016 – tenete conto che queste ONG hanno cominciato a operare in maniera così numerosa soltanto a partire dal mese di settembre-ottobre – circa il 30 per cento dei salvataggi i cui migranti siano poi approdati nel distretto catanese era da riferire a salvataggi effettuati dalle ONG. Questo 30 per cento si è prodotto soltanto negli ultimi quattro mesi del 2016. Nel corso del 2017, in cui c’è un proliferare di sbarchi veramente incredibile, abbiamo almeno il 50 per cento dei salvataggi effettuato da queste ONG.

   Parallelamente a questo, registriamo un dato che ovviamente ci desta molta preoccupazione: i morti in mare nel corso del 2016 e del 2017 – parlo solo di dati ufficiali – hanno raggiunto un numero elevatissimo. Nel corso del 2016, mi risulta che oltre 5.000 persone, dati ufficiali, sarebbero morte in mare nel tentativo di entrare in Europa. Per quanto riguarda il nostro distretto, quello catanese, abbiamo più di 2.000 morti nel triennio 2013-2015, e questo numero di morti non accenna a diminuire. Vi ho detto che nel 2016 siamo arrivati a quella cifra.

   Questo mi induce a ritenere che la presenza di queste organizzazioni, a prescindere dagli intenti per cui operano, non ha attenuato purtroppo il numero delle tragedie in mare. Sono convinto che i dati ufficiali di questi morti rispecchino soltanto in maniera molto approssimativa il dato effettivo delle tragedie che si verificano in alto mare.

   Noi stiamo constatando che, effettivamente, i barconi su cui questi migranti vengono fatti salire sono sempre più inadeguati

al loro scopo, sempre più inidonei. Le persone che si pongono alla guida di questi barconi sono sempre più inidonee. Ormai, non sono più appartenenti, sia pure a livello basso, all’organizzazione del traffico. Stiamo parlando di persone che vengono scelte all’ultimo momento tra gli stessi migranti, a cui viene data in mano una bussola, quando viene loro data, un telefono satellitare, quando viene loro dato, e si dice loro di seguire una determinata rotta, che tanto prima o poi è certo che – è quello che viene detto a loro – li soccorrerà una ONG.

   Io sono convinto che, per quanto possano essere numerose quelle ONG, non riescano a coprire tutto l’intenso traffico che sta avvenendo in questo momento, dalle coste della Libia in particolare, il mio osservatorio principale.

   Resta il fatto che coloro che hanno la fortuna di salire su queste unità navali affrontano il viaggio in condizioni certamente ottimali. Proprio ieri, sono sbarcati da noi, a Catania, circa 1000 migranti, che sono stati tratti in salvo dalla SOS Méditerranée: nel corso del viaggio, una delle migranti è riuscita a partorire felicemente un bimbo, quindi non c’è dubbio che quelli che riescono a essere salvati affrontano il viaggio in condizioni ottimali. Tuttavia, vi sono tutti gli altri, le cui speranze vengono alimentate dal fatto di poter contare sul salvataggio, che poi molte volte non si realizza.

   Che cosa comporta questo per quanto riguarda la nostra attività giudiziaria? I cosiddetti facilitatori, cioè le imbarcazioni che accompagnavano nei primi tratti delle acque internazionali questi barconi di migranti, oggi ci possiamo dimenticare di poterli identificare. Neanche ai facilitatori, quindi neanche a questo livello medio basso dell’organizzazione del traffico, riusciamo più ad arrivare, perché queste ONG indubbiamente hanno fatto venir meno quest’esigenza. In un solo caso siamo riusciti, di recente, a individuare e trarre in arresto dei facilitatori, perché si è verificato un evento del tutto atipico: una clientela un po’ particolare, un po’ privilegiata, di siriani, molti dei quali, come sapete, dispongono di risorse economiche maggiori, era riuscita a ottenere un trasporto in condizioni migliori su un barcone che non ospitava un numero trasbordante di migranti.

   In quel caso, a quel barcone si affiancava – avendo pagato una certa cifra ed essendo una committenza un po’ particolare, potevano pretendere un po’ di più da questi organizzatori del traffico – un’unità navale di facilitatori. Il motore di quest’unità navale va in avaria e non si riesce a muovere. I migranti riescono a ottenere di non allontanarsi, come pure avrebbero potuto fare chiedendo aiuto agli altri organizzatori che navigavano lì vicino, perché appunto comunque sarebbero stati in difficoltà qualora non fossero stati accanto a loro, vicini, quelli che erano in grado di fornire loro indicazioni sulla rotta.

   Questo ha consentito a una nostra unità della missione EUNVAFOR MED di intervenire e di trarli in arresto. Se, però, non si fosse verificato questo caso del tutto atipico con una committenza del tutto particolare, non l’avremmo potuto più fare, e infatti non riusciamo più a individuare neanche i cosiddetti facilitatori.

   Quelli che riusciamo a prendere sono soltanto gli scafisti, ma l’indicazione che ho fornito, ovviamente dopo una consultazione con il gruppo di lavoro specializzato e avendo preso atto che coloro che si trovano alla guida erano né più né meno che migranti individuati a caso, è stata che non si doveva più richiedere alcuna misura cautelare nei loro confronti. La gravità della condotta loro ascrivibile sicuramente non era tale da giustificare questa misura, essendo da considerare migranti a tutti gli effetti, come gli alti, soltanto individuati per porsi al timone. In questo momento, quindi, registriamo una sorta di scacco che la presenza di queste ONG provoca nell’attività di contrasto al fenomeno degli organizzatori del traffico.

   Sostanzialmente, questo è il dato oggettivo che vi rappresento. Che cosa si propone di fare il nostro ufficio? Non siamo abituati, infatti, a registrare un fenomeno senza cercare di individuare possibili strategie di contrasto.

   Noi riteniamo ci si debba porre il problema di capire da dove provenga il denaro che alimenta, che finanzia questi costi elevati. Da questo punto di vista, la successiva fase della nostra indagine conoscitiva sarà quella di capire quali sono i canali di finanziamento.

   Certo, ci rendiamo conto che la circostanza per cui alcune di queste ONG possono contare anche sulla donazione del 5 per mille detraibile fiscalmente anche in Italia, oltre che in altri Paesi, rende più difficile individuare in tutti i modi tutte le forme di finanziamento possibili. Ci rendiamo conto che il fatto che alcune di queste unità battano bandiera di Paesi non propriamente in prima fila per la collaborazione con le autorità giudiziarie, ci renderà più difficile questo compito.

   Tuttavia, credo che questo compito debba essere svolto. La procura di Catania lo farà – ovviamente, abbiamo una sfera di competenza ben limitata – in relazione a quelle ONG che porteranno dei migranti del nostro distretto. Non ci potremo certamente estendere ad altri distretti.

   L’altra cosa che vogliamo cercare di capire è se da parte di queste ONG vi è comunque quella doverosa collaborazione che si deve prestare alle autorità di polizia e alle autorità giudiziarie al momento in cui si pongono in contatto con l’autorità giudiziaria italiana.

   Come lei ricordava, presidente, già il fatto che venga disattesa l’applicazione della Convenzione di Ginevra e delle altre convenzioni internazionali che prevedono il soccorso in alto mare nella misura in cui non si approda nel porto più vicino, ma in quello che costituisce la meta intermedia agognata, quantomeno dei migranti, e cioè l’Italia, e la Sicilia in particolare, indubbiamente è un’anomalia che va registrata.

   Se poi, come purtroppo registriamo in alcuni casi, questo scambio informativo, che io giudico assolutamente doveroso, non si realizza, e cioè non ci danno indicazioni su che cosa hanno potuto vedere in quel momento, se si rifiuta qualunque forma di collaborazione, questo è un punto che, laddove documentato, come non è sempre facile, darà luogo da parte del nostro ufficio a iniziative giudiziarie calibrate sul tipo di rifiuto, di non collaborazione che dobbiamo registrare. Allo stato, mi sento di dire questo per quanto riguarda la nostra indagine conoscitiva sulle ONG.

   Passo direttamente alle altre tematiche su cui lei mi sollecitava.

Per quanto riguarda il MOAS, sappiamo che quelli che hanno finanziato questa ONG sono degli imprenditori italo-americani, Christopher e Regina Catrambone, i fondatori del MOAS. Sappiamo anche quali sono i loro principali sponsor, la stessa Schiebel, l’azienda austriaca che produce i droni di cui quest’organizzazione si avvale, Caritas Germany, Unique Maritime Group e così via. Sono i principali sponsor del MOAS.

   Anche SOS Méditerranée, che si avvale in larga misura anche di personale di Medici senza frontiere, è stata ideata dall’ex ammiraglio della Marina tedesca Klaus Vogel, che appunto ha pensato di dar vita a questa ONG. Il Sea-Eye è di un imprenditore tedesco di Ratisbona. Per quanto riguarda l’unità navale Astral, uno yacht trasformato in vascello di salvataggio, utilizzato da Proactiva Open Arms, l’organizzazione spagnola, risulta essere stata donata dall’imprenditore italiano Livio Lo Monaco. Ripeto che siamo a un primo livello conoscitivo. D’altra parte, è da poco che abbiamo iniziato quest’indagine, e quindi altri elementi in questo momento non sono in grado di fornirveli.

   Quello della tratta è un altro dei fenomeni criminali che abbiamo potuto constatare essere particolarmente consumato, perpetrato nel nostro territorio. Il fenomeno della tratta, soprattutto di ragazze minorenni provenienti dal centro Africa, è emerso in tutta evidenza nel corso del 2016, ma certamente già era stato avviato negli anni precedenti. Abbiamo deciso, infatti, di dedicarvi un gruppo di lavoro specializzato, che, avvalendosi della dedizione di una collega del mio ufficio, la dottoressa Lina Trovato, sta facendo emergere numerose situazioni di illegalità.

   In questo caso, abbiamo potuto intercettare, almeno per la parte che riguarda delle conversazioni che interessano il territorio italiano, che però partono dai Paesi di origine, la programmazione di questo traffico. Sostanzialmente, sin dall’inizio le famiglie sono indotte, attraverso determinate promesse di una migliore vita per le loro figlie, a consegnare agli organizzatori di questo traffico le ragazze, spesso minorenni, alle quali viene consentito di viaggiare senza sopportare alcun costo per tale viaggio, ma già durante il viaggio debbono subire dei trattamenti che servono ad affermare la volontà sopraffattrice degli organizzatori del traffico. Sono costrette, quindi, a subire già prestazioni sessuali non volute e condizioni di trasporto molto disagiate.

Quando arrivano nelle connection house – anche loro ci passano, il tragitto che percorrono è uguale per tutti i migranti normali, oltre che per loro – vengono sottoposte ancora una volta a vessazioni. Quelle più recalcitranti vengono sottoposte a riti magici, allo juju, una forma di vudù specifica del territorio centroafricano, che secondo loro serve ad annientare la volontà di resistenza di queste vittime, e purtroppo molte volte l’effetto psicologico si produce realmente.

   Sappiamo di alcune modalità di questo rito, perché vi è sempre un’inventiva particolare da parte di questi organizzatori, che adesso prevede l’utilizzo di alcuni oggetti particolari per rafforzare l’assoggettamento delle vittime di questo traffico. Quando giungono in Italia, vengono prese in carico dalle maman che operano nel nostro territorio, sempre della stessa nazionalità delle vittime designate del traffico. Sono persone che, dopo aver estinto il loro debito attraverso le prestazioni sessuali, godono di una limitata sfera di autonomia e si mettono a gestire i nuovi arrivi, ovviamente partecipando ad una parte dei proventi di questo traffico.

   Il traffico quindi è gestito in questo caso interamente da organizzazioni straniere, non ci risulta (sul punto abbiamo condotto numerose indagini, quindi riteniamo di avere una conoscenza del fenomeno oggi abbastanza completa) il coinvolgimento di elementi appartenenti a organizzazioni mafiose locali.

   Per quanto riguarda queste persone, noi riusciamo in alcuni casi ad ottenerne la collaborazione, e in questo caso riusciamo a risalire a tutti gli anelli della catena, almeno fino a coloro che operano nei Paesi di origine di queste persone, però spesso queste persone dimostrano una volontà non collaborativa, anche perché si spaventano non solo del fatto di essere state sottoposte al rito vudù, ma anche delle ritorsioni che possono essere poste in essere sulle loro famiglie nei Paesi d’origine, perché molte di loro lasciano i loro familiari nel territorio di origine.

   La percentuale di collaborazione è comunque significativa, soprattutto se paragonata alla collaborazione che ci offrono molte vittime di estorsione nel nostro territorio catanese, ma tuttavia sarebbe auspicabile che possa essere ancora superiore.

   Per quanto riguarda il coinvolgimento delle organizzazioni criminali locali nel traffico dei migranti, abbiamo detto che per quanto riguarda le tratte non ci risulta, per quanto riguarda invece l’organizzazione del traffico, a parte il fatto che oggi abbiamo questi dati che sono incompleti e insufficienti a causa della modalità con cui questo traffico avviene, non ci risulta un coinvolgimento di organizzazioni criminali catanesi o comunque operanti nel nostro distretto (parlo del circondario delle procure di Catania, di Siracusa, di Ragusa e di Caltagirone) in questo traffico, se non per fenomeni che pure sono presenti, ma il coinvolgimento delle organizzazioni è marginale, nello sfruttamento del caporalato.

   Lì in alcuni casi abbiamo visto che tra gli intermediari per la messa a disposizione di migranti a soggetti che li utilizzano nelle campagne ovviamente in condizioni di sfruttamento palese le attività di mediazione ci risultano essere state svolte da soggetti che appartengono a organizzazioni mafiose locali, ma – ripeto – è un fenomeno marginale, almeno in base ai dati di cui disponiamo.

   Per quanto riguarda il resto, invece, quello che abbiamo potuto constatare dalle indagini che abbiamo compiuto è il grosso interesse che hanno le organizzazioni criminali locali, anche quelle di tipo mafioso, a intercettare il flusso di denaro che si muove intorno ai centri di assistenza dei richiedenti asilo, della prima accoglienza, flusso di denaro che è particolarmente cospicuo e interessante e, siccome queste organizzazioni mafiose sono abituate a intercettare tutte le risorse economiche più ingenti, è ovvio che anche a questo fenomeno non sono rimaste indifferenti.

   Nell’indagine che abbiamo compiuto in relazione alla vicenda del CARA di Mineo abbiamo potuto vedere che queste organizzazioni quantomeno hanno preteso l’utilizzazione di imprenditori a loro vicini o comunque a loro collegati, per ottenere l’appalto di alcuni servizi da parte delle cooperative che gestiscono il CARA di Mineo.

   Questo è sicuramente un coinvolgimento delle organizzazioni mafiose molto più interessante dal punto di vista dei profitti di quello che si può ricavare in altro modo da questi migranti, ma su questo punto mi sono soffermato già in altra sede parlamentare nell’illustrare la vicenda del CARA di Mineo e quindi, salvo che non vi sia un interesse particolare, farei rimando a quel verbale.

   Credo di aver dato indicazioni in ordine ai vari punti che lei mi segnalava, salvo quello del terrorismo. Per quanto riguarda il terrorismo, le indicazioni che nascono dalle nostre indagini sono quelle per cui effettivamente alcuni dei soggetti che giungono nei nostri territori sembrano già in qualche modo radicalizzati, nel senso che quando abbiamo potuto sequestrare dei telefonini o della documentazione in loro possesso alcuni di loro avevano video e immagini che riprendevano scritti e parole d’ordine che sono propri dell’Isis o Daesh.

   In questo caso ovviamente siamo intervenuti e abbiamo aperto dei procedimenti nei loro confronti, però si tratta di casi isolati. Il più delle volte abbiamo potuto constatare invece un fenomeno di radicalizzazione successiva all’ingresso in Italia di questi migranti. Lo registriamo nell’ambito della popolazione carceraria, da cui indubbiamente ci giungono segnalazioni molto concrete di fenomeni di reclutamento, di radicalizzazione che vedono come promotori alcuni di questi migranti tratti in arresto perché ovviamente dediti ad attività illecite, che a loro volta cercano di fare proselitismo all’interno delle carceri.

   Questo è un fenomeno che almeno nelle due carceri di Catania è piuttosto sviluppato. L’altro fenomeno di radicalizzazione lo registriamo in quei centri in cui viene utilizzata la manodopera dei migranti nelle attività agricole delle serre, e mi riferisco soprattutto al territorio del ragusano, dove vi sono diverse le serre in cui vengono utilizzati i migranti, e alcuni di loro ci risultano aver avuto contatti con soggetti che poi sono risultati più o meno collegati con organizzazioni terroristiche.

   Riteniamo (ma sul punto non abbiamo indicazioni documentali certe) che una parte dei proventi del traffico di migranti clandestini finisca nelle mani di soggetti che hanno delle organizzazioni militari o paramilitari, e tra queste non si possono escludere organizzazioni collegate con il mondo del terrorismo, ma, mentre di quello che vi ho detto prima abbiamo una contezza documentale, di questo fenomeno invece abbiamo soltanto delle indicazioni a livello indiziario.

* * *

Vi sono veramente grato perché sono alcune cose che vanno messe a punto anche nel mio discorso, scendendo nel concreto su problematiche specifiche, e con queste domande mi date l’occasione di farlo.

   Dove avvengono questi naufragi? Il punto è questo: un tempo noi registravamo i naufragi (quando vi ho fornito il dato di oltre 2.000 morti verificatesi nel distretto catanese tra il 2013 e il 2015 mi riferivo a quello) in alto mare, ma comunque in zone ben controllate dagli assetti navali (Mare Nostrum e Mare Sicuro), e lì sì che possiamo disporre di dati attendibili.

   Si trattava quindi di naufragi vicino alle nostre acque territoriali, anche se ancora in acque internazionali, naufragi che hanno colpito maggiormente l’opinione pubblica, perché per esempio quello che si è registrato nel corso del 2015 con circa 800 morti al largo del territorio catanese, ma sempre nelle acque internazionali, ha scosso le nostre coscienze ed è stato deciso dal Governo di compiere un’azione umanitaria di recupero del relitto.

   Il punto è che oggi di questi naufragi non abbiamo documentazione, perché noi li ricaviamo indirettamente dal fatto che le persone che salviamo ci parlano di persone con cui viaggiavano che sono morte e ci raccontano dei naufragi avvenuti, ma questo ce lo dicono quelli che sono riusciti a scampare alla morte e sono stati soccorsi. Abbiamo ragione di ritenere fondatamente che, laddove invece il naufragio si sia verificato in maniera totale, perché l’intervento non è stato tempestivo, purtroppo non avremo mai notizia del numero di persone coinvolte, e quello che ci preoccupa è che non ci sono viaggi con meno di 500-600 persone, quindi ogni volta perdiamo un dato su circa 500 persone che non ce l’hanno fatta. Questo mi induce a ritenere che i dati ufficiali di cui disponiamo siano largamente insufficienti.

   Con Frontex, che pure ha segnalato questo come un fenomeno preoccupante, noi abbiamo da tempo avviato un rapporto di proficua collaborazione. A Catania opera una sede di Frontex perché, dato il fenomeno particolarmente diffuso di sbarchi nel nostro distretto e il particolare impegno che la nostra procura ha voluto riservare al contrasto di questo fenomeno, è stato ritenuto da Frontex utile poter agire interfacciandosi con la procura di Catania.

   La riflessione sul fenomeno, che poi è stata esternata da Frontex nel dicembre di quest’anno, è una riflessione che è comune alla nostra procura, a Frontex e anche agli operatori di Eunavfor Med, perché il fenomeno ovviamente lo abbiamo registrato tutti e tutti ci siamo posti le stesse domande sulle ragioni che hanno fatto nascere questo fenomeno.

   La collaborazione quindi con Frontex, nei limiti in cui oggi può essere, è sicuramente totale, l’abbiamo avuta anche perché per lungo tempo ha operato a Catania un magistrato di collegamento della Gran Bretagna, che ha ritenuto di dovere aprire un ufficio a Catania per poter dialogare con la nostra procura, in modo da scambiare informazioni sulle correnti di traffico che riguardavano Paesi di interesse della Gran Bretagna.

   Il punto è che oggi noi disponiamo di tante informazioni che attengono a quello che avviene nei Paesi di origine, ma non disponiamo di informazioni processualmente utilizzabili, da spendere per perseguire determinati soggetti. Questo Frontex non è in condizione di darcelo, come non è in condizione di darcelo nessuna delle missioni navali che sta operando. Io ho citato soprattutto Eunavfor Med perché, dato lo specchio di mare attenzionato da questa missione, il Mediterraneo centrale (come sapete, ciascuna di queste missioni si è ripartita una fetta del mare e del territorio), abbiamo maggiore possibilità di contatti con i vertici di Eunavfor Med, a volte ci giungono indicazioni dagli operatori di Mare Sicuro, ma la maggior parte delle indicazioni e della nostra collaborazione è con Eunavfor Med.

   Mi è stato chiesto come funzioni il sistema della richiesta di soccorso e di distribuzione del salvataggio, cosa che può fornire qualche risposta sui collegamenti tra queste organizzazioni e gli organizzatori del traffico. Da una parte vi è da dire che le ONG sono quasi sempre più vicine al luogo del soccorso di qualsiasi altro peschereccio o imbarcazione che si trovi a operare nel Mediterraneo, il che è facilmente comprensibile perché lo scopo delle ONG è proprio quello di andarli a cercare, mentre gli altri natanti hanno ben altro tipo di scopo (vanno a pescare o a svolgere altre attività commerciali).

   Poiché la zona interessata è facilmente individuabile, è evidente che le unità navali delle ONG si trovano prima e, siccome il principio che si segue quando viene compulsata la centrale operativa operante nel Lazio è quello della nave più vicina al luogo in cui si verifica l’emergenza, è evidente che le ONG avranno sempre un vantaggio rispetto alle altre unità navali, che tra l’altro neanche cercano questo vantaggio, perché si tratta di essere distolte dalla loro attività e quindi di subire anche dei danni economici.

   Le unità navali, come dicevo all’inizio, stanno cercando di arretrare il loro fronte perché la loro missione principale non è il salvataggio. Eunavfor Med non viene infatti creata dall’Unione europea per il salvataggio, ma viene creata per contrastare e, se operassero a ridosso, non potrebbero operare il contrasto, quindi hanno arretrato rispetto all’iniziale assetto delle loro navi. Le ONG invece avanzano.

   Il discorso è un altro: sono convinto che non sempre comunque sia stata la centrale operativa a chiamare le ONG. Io ritengo che poiché i punti di contatto con le ONG si desumono anche dalle fonti aperte – se andiamo su internet, possiamo riuscire a reperire anche numeri di telefono e punti di contatto di queste ONG – come si fa ad escludere che siano state chiamate direttamente?

(“E’ stato provato?” chiede un parlamentare)

Ecco, questo è il punto. Questo non è stato provato, ma non è stato neanche escluso. Quello che è provato è che certamente quando vengono chiamate le ONG sono sempre più vicine. Quello che noi cerchiamo adesso di comprendere – questo è uno dei punti che stiamo cercando di comprendere, per questo dico che è molto interessante la questione che avete sollevato – è proprio questo. C’è probabilmente da indagare sul fatto che qualche volta questo contatto possa non essere stato mediato dalla centrale operativa.

   Vedete, sul punto, sembra facile poterlo accertare, ma è tutt’altro che facile. Lo dico perché se qualcuno chiama prima una ONG e l’ONG interviene e poi ci si mette al sicuro chiamando anche la centrale operativa, io non saprò mai esattamente qual è stato il primo contatto, perché ovviamente non ho sotto controllo i telefoni che vengono chiamati. Quindi, è oggetto di una nostra indagine, ma non è facile riuscire ad accertarlo, eppure varrebbe la pena di farlo perché questo ci darebbe indicazione non necessariamente – attenzione – di un coinvolgimento, ma del fatto che effettivamente la possibilità di accedere facilmente, attraverso la consultazione di internet, a questi punti di contatto fa scattare un collegamento di fatto, obiettivo, tra gli organizzatori del traffico e queste ONG.

   Intanto, sui centri di accoglienza mi si chiedeva circa la collaborazione con altre autorità giudiziarie sui fenomeni di malaffare che si sono verificati in relazione alla gestione di questi centri di accoglienza. Noi abbiamo una collaborazione e un coordinamento molto intenso con la Procura di Caltagirone, li abbiamo avuti in relazione all’indagine che riguarda il CARA di Mineo. Abbiamo scambi di informazioni, che non sono, però, coordinamenti investigativi con altre procure della Sicilia, che pure ci segnalano episodi di mala gestio e di ingerenze illecite nell’assegnazione degli appalti. Sul punto non posso dire altro perché ovviamente si tratterebbe di parlare di materiale che riguarda altre autorità giudiziarie.

   Per quanto riguarda la cooperazione con altre procure nella indagine sulle ONG, siamo consapevoli del fatto che certamente la procura di Palermo e di Cagliari, che ne hanno dato indicazione specifica, ma forse anche altre procure stanno svolgendo un’attività conoscitiva in tal senso. Qui non si può parlare di un vero e proprio coordinamento di indagini perché ancora una notizia di reato non l’abbiamo e quindi non abbiamo potuto attivare il meccanismo previsto dal 371 del codice di procedura penale. Tuttavia, vi è questa consapevolezza reciproca che si sta cercando tutti insieme di capire qual è il fenomeno. Quando, invece, dovessi arrivare a poter iscrivere un fascicolo giudiziario al registro delle notizie di reato (noti o ignoti poi lo si vedrà) a quel punto è chiaro che si solleciterà – anche la Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo che svolge una funzione di coordinamento anche in questo campo veramente molto importante – una riunione di coordinamento con la Direzione, cosa che ora mi sembra però prematuro fare.

Vengo al discorso della volontà di creare corridoi sicuri. Qual è la volontà che anima le ONG? Noi abbiamo ovviamente fatto un ventaglio di ipotesi. Si può partire da quella peggiore, che è quella di un consapevole accordo che sarebbe potuto intercorrere tra le ONG e queste organizzazioni. Questa, che è l’ipotesi sicuramente peggiore, non dà al momento alcun riscontro, ma è ovvio che ci lavoriamo.

   La volontà di creare corridoi sicuri è certamente un dato oggettivo. Loro stanno creando oggi un corridoio che consente un accesso in Italia, che sicuramente è del tutto anomalo, perché siamo interessati da correnti di traffico che certamente non ci sarebbero state se le ONG non avessero creato questi corridoi. Allora, io mi chiedo, ma sicuramente ve lo chiederete voi prima di me, perché è il vostro compito: è consentito a delle organizzazioni private di sostituirsi alle forze politiche e alle volontà delle nazioni nel creare questi corridoi e nello scegliere le modalità per creare questi corridoi? È consentito che siano loro a sostituirsi agli Stati? Io credo che questo sia un problema di carattere politico che voi vi dovete porre. Il problema che mi pongo è il seguente: questi soggetti, a prescindere dal fatto che ancora non ci risulta e probabilmente non perseguiranno profitti privati, si rendono comunque responsabili del reato quantomeno di cui all’articolo 12 della cosiddetta «Bossi-Fini» oppure no? Per questo vi dico che non appena si verificherà un caso che mi dia la possibilità di farlo, su questo aprirò un’indagine, perché evidentemente si può dubitare del fatto che sia lecito scegliere comunque il porto di approdo e portare in Italia dei migranti che non dovrebbero finire in Italia. Questo è il dato oggettivo che io debbo in questo momento certificare.

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