Chi ha distrutto Palermo e chi (forse) la ricostruira

La città sta affrontando la stagione più difficile dagli anni della Primavera. Le varie amministrazioni di destra hanno lasciato macerie dappertutto. Quel po’ di cultura democratica che era sorta negli anni ’90 s’è dissolta fra clientelismi, inciuci e qualunquismo. E ora?

A Palermo le dimissioni del sindaco Cammarata hanno sicuramente rappresentato l’uscita da una sorta di incubo sociale e amministrativo che pur non fugando le tante apprensioni legate al probabile dissesto finanziario del Comune, maldestramente occultato dalle irresponsabili amministrazioni avvicendatesi nell’ultimo decennio, poteva dare una spinta di entusiasmo per voltare definitivamente una pagina infausta per il capoluogo.

Purtroppo, la strada risulta ancora molto in salita, soprattutto per la conduzione disastrosa delle primarie del centro – sinistra che, non senza più di qualche spazio di ambiguità, comunque si proponeva come alternativa al centro – destra, intanto interessato da diverse e complesse lotte intestine. Le contrapposizioni e i veleni che girano adesso nel centro – sinistra chissà quando lasceranno spazio alla politica trovando una sintesi presentabile per il popolo del centro – sinistra e per tutti quei cittadini che, perfino al di là delle loro convinzioni ed appartenenze, volevano dare un forte segnale di discontinuità rispetto a forze politiche comunque responsabili dell’esperienza distruttiva delle giunte Cammarata.

Eppure, il bivio “naturale” che s’imponeva nella città di Palermo, rappresentava un’occasione storica per attivare una politica finalmente in grado di proporre una nuova visione della città il cui enorme ritardo sociale, culturale ed infrastrutturale non è più possibile implementare, com’è stato fatto in tanti – troppi – anni. Una distruttiva fase in cui il sindaco Cammarata imponeva, perfinoai suoi potenziali sostenitori, soprattutto per scopi legati al suo destino politico, la sua imbarazzante presenza, cavalcando le “faide” politiche della sua area politica di riferimento. Adesso, cosa succederà nessuno lo può prevedere con certezza a partire dal probabile rientro in gioco di un centro – destra, e satelliti vari, che davano per perduta al loro controllo la città di Palermo.

Il fatto è che quel bivio “naturale”, costituito da grandi scelte urbanistiche, infrastrutturali e cultuali oggi s’impone ancor di più, presentando alcuni presupposti che la maggiore stabilità ed efficacia di una nuova amministrazione potrebbero mandare avanti in una logica di servizio per la città e non certo di possibili comitati di affari pronti a sfruttare le situazioni a partire dai loro interessi. Purtroppo è nella tradizione di Palermo dovere fare i conti, con disegni progettuali originati da esigenze reali, ma purtroppo non sempre condotti in modo “limpido” e spesso nemmeno lungimirante, per inadeguatezza progettuale e per tendenza a piegare interessi pubblici a disegni privati.

Fuori da ogni metafora è del tutto evidente che il rapporto fronte-mare città, – che, come a Barcellona e a Marsiglia, potrebbe rivoluzionare un contesto importante come Palermo – risulta mortificato da più di un lustro da scelte perfino incredibili considerando la confermazione di un territorio cittadino che ha la straordinaria potenzialità di adagiarsi sul mare anche con il suo centro. Allo stato Palermo è una città di mare senza mare che dal cosiddetto waterfront, piuttosto che attrarre bellezza e funzionalità, ha ricevuto brutture di ogni tipo e chiusure insensate di spazi con tantissimi problemi di ogni genere, dalla mobilità, alla ricettività di tipo turistico, agli insediamenti produttivi e tanto altro. In altri termini, finora al “fronte a mare” è stato negato il ruolo di opportunità d’integrazione e aggregazione urbanistica ed economica per l’intera città.

Del pari, vanno considerate con grande attenzione grandi aree come la Ex Fiera del Mediterraneo, i mercati ortofrutticolo ed ittico, la piazza Einstein e l’enorme spazio di archeologia industriale costituita dai Capannoni della Zisa, già Cantieri Culturali. Tale spazio, citato in ultimo – che è insieme un potenziale giacimento e incubatore di cultura e pratiche sociali – prima dell’avvento distruttivo di Cammarata ha conosciuto una fase di notevole prestigio nazionale ed internazionale e oggi è oggetto di un’interessantissima azione di resistenza e proposta portata avanti da un Comitato di cittadini e associazioni contro strane manovre messe in campo dalla Giunta Cammarata poco prima delle sue dimissioni con l’emissione in extremis di un bando molto discutibile, sia sul piano politico che della legittimità. Tutti questi spazi urbani, insieme a progetti di nuova realizzazione come il nuovo stadio, un acquario e altre strutture, costituiscono l’obiettivo di un Masterplan sullo sviluppo della città presentato dalla Confindustria di Palermo con la “benedizione” del livello regionale dell’organizzazione degli industriali.

Sono questi – sia il “fronte a mare”che le aree contenute nel Masterplan di Confindustria – progetti sicuramente importanti e ineludibili che possono costituire la spina dorsale di un’idea – forza per il rilancio socio – economico della città, dopo l’irresponsabile oscurantismo del disgoverno di Cammarata. Forse, però, bisognerebbe che i presupposti economici – culturali e gli interessi ad essi collegati siano messi sotto esame da un’amministrazione che non si può che auspicare illuminata per una città ormai al collasso sotto tutti i profili. Questo non solo per il doveroso controllo di legalità che non spetta solo alle Istituzioni repressive, ma anche perché progetti che possono cambiare il volto di una città, non possono non stare all’interno di un preciso disegno politico che, con tutta la considerazione per i soggetti economici, ha il primato per guardare al complesso del tessuto socio – economico cittadino e agli interessi che in esso devono trovare una virtuosa conciliazione. Ma di questa esigenza di portare a sistema di efficacia, m a anche di giustizia sociale ogni grande progetto per la città, deve farsi carico soprattutto la gente della cosiddetta società impegnata, sempre più da allargare a tutti i ceti sociali in un’ottica di salvaguardia dei beni comuni. Controllare democraticamente certe manovre nella migliore delle ipotesi socialmente discutibili, come si sta facendo sulla vicenda dei Cantieri della Zisa, è un impegno da portare avanti, con ancora maggiore complessità, su quel “fronte del mare”, croce e delizia di Palermo. Intanto, partiamo dal fatto che il territorio costiero, con tutte le sue implicazioni, è stato gestito, per una parte importante, da un’Autorità Portuale rappresentata da tal Ingegnere Bevilacqua, molto presente nella vicenda del completamento dell’autostrada Palermo – Messina e troppo vicino alla fase politica e agli ambienti che, comunque facendo riferimento a Cammarata, hanno gestito settori importanti della città.

La Palermo democratica – quella della società civile, come quella della politica, nonostante il periodo buio che sta vivendo – non può avere preclusioni rispetto al confronto delle idee su progetti d’innovazione. Ma la lingua italiana è molto ricca di contenuti e agli stessi termini come innovazione, sviluppo e progresso sociale possono corrispondere significati diversi, talvolta perfino inconciliabili. Sul piano, non solo linguistico, è essenziale che tutti si abbia chiara memoria che a Palermo, spesso si è fatta confusione tra i termini sviluppo e saccheggio.

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