“Chi disprezza la giustizia vive nella follia”

Edipo al Teatro Stabile di Catania

ASTRA4-ROBERTO STURNO-GLAUCO MAURI_Edipo Re

Dal 22 al 30 aprile, al teatro Stabile di Catania in scena due tragedie scritte in momenti diversi della vita di Sofocle che la compagnia teatrale Mauri Sturno ha deciso di ripresentare a distanza di vent’anni, mettendo a raffronto due registi e due generazioni diverse: Glauco Mauri per “Edipo a Colono” e Roberto Sturno per “Edipo Re”.
Il destino di Edipo è inscritto nel suo stesso nome “dai piedi gonfi”, come se il suo incedere verso la vita non potesse che essere doloroso. Alla sua nascita gli oracoli predicono che avrebbe ucciso il padre e si sarebbe unito carnalmente con la madre. Suo padre Laio, re di Tebe, per evitare ciò decide di fargli trafiggere i piedi prima di esporlo e abbandonarlo sul monte Citerone. Ma proprio su questo monte il destino continua inesorabile il suo percorso: qui infatti Edipo viene salvato da un pastore che lo porta a Corinto. In età adulta cerca di sfuggire alla profezia degli oracoli, dirigendosi da Corinto a Tebe, ma proprio mentre scappa il suo destino si compie. Qui, non riconoscendolo, uccide suo padre per strada, ma si avvera anche la premonizione dell’incesto con la madre: chi avesse liberato la città dalla sfinge, infatti, avrebbe preso in sposa Giocasta. Sarà proprio Edipo che risolverà l’enigma del mostro e sposerà la madre.
Lo spettacolo si apre con la peste che dilaga a Tebe invasa da “montagne di morti”. Gli oracoli annunciano che la peste scomparirà solo quando sarà trovato l’assassino di Laio, il padre sconosciuto di Edipo. Giocasta dissuade il protagonista invitandolo a “vivere come si può” senza interrogarsi troppo, ma Edipo per salvare il suo popolo e far luce sull’assassinio è disposto ad affrontare ogni conseguenza nefasta perché “chi disprezza la giustizia si abbandona alla follia”. Non importa se vivrà nella miseria e nel disprezzo del suo stesso popolo: giungere alla verità diventa la vera meta. E così il dramma di Edipo diventa quello di ogni uomo che comprende che soltanto interrogandosi si giunge alla conoscenza. La tragedia per Edipo si consuma man mano che scopre la verità. La verità diventa tragedia. E la conoscenza l’unico modo per affrontarla. In “Edipo a Colono” il protagonista, ormai sconfitto dal proprio destino, vive la propria vecchiaia confortato solo dalle figlie Antigone e Ismene che lo accompagnano ad Atene, la città che lo accoglie invece di ripudiarlo. È in questo abbraccio in terra straniera che Edipo trova la sua liberazione nella morte.
La scenografia cupa di “Edipo Re” ben rappresenta il destino che pende inesorabile sulla vita di ogni uomo, e viene contrapposta a quella luminosa di “Edipo a Colono” che invece simbolizza il bisogno di perdono e pace. Molti elementi scenici rimangono di contorno nonostante la forte valenza semantica, come l’acqua in cui a turno sguazzano tutti i personaggi. O ancora il palco sullo sfondo percorso da Giocasta per simulare il suicidio. Rispetto al primo adattamento del 1982, sembra che il protagonista non riesca a risolvere la tensione emotiva tra il bisogno di verità e il bisogno di perdono. Prevalgono scie di rabbia in tutta l’opera, come a volerla lasciare a tutti i costi aperta e potere così conferire agli spettatori l’onere di scioglierla e risolverla come un ennesimo enigma.

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