Burattino? Senza fili!

Intervista ad Alessio Grancagnolo

Nel maggio scorso, durante la visita della ministra Maria Elena Boschi all’ateneo catanese, una sola voce si è levata fuori dal coro per esprimere disappunto verso le riforme costituzionali promosse dalla stessa ministra e dall’attuale governo.

Alessio Grancagnolo ha ventidue anni, e non si è posto il problema di stare parlando troppo o a sproposito, conscio del fatto che a volte sono necessari “piccoli atti di coraggio”. Lo abbiamo intervistato per farci raccontare non solo l’episodio in questione ma anche la sua visione della politica, dell’università e della democrazia nel nostro Paese.

Durante le tue considerazioni sulla legge costituzionale esposte davanti alla ministra Maria Elena Boschi e al rettore Giacomo Pignataro, tu come uomo e studente impegnato in politica che sensazione hai avuto quando il professore e poi il rettore ti hanno interrotto?  

– Riconosco di aver fatto un intervento lungo e forse molto tecnico. Tuttavia in quel momento stavo affrontando un argomento importante per il futuro del nostro Paese, quello della riforma costituzionale. Certo ho sforato i tempi, ma la reazione del rettore è stata inopportuna ed inaspettata. Probabilmente poteva farlo anche con altri toni, piuttosto interrompermi proprio quando affermavo che quello della ministra era un tour propagandistico per gli atenei, un’espressione che rivendico perché sono convinto che quello che il rettore chiama format, per l’appunto sia altro. Tra l’altro non c’era la presenza di un solo esperto in Diritto che facesse da contraltare, quantomeno per dare un parere tecnico o scientifico, alla trattazione della ministra Boschi sul suo disegno di legge costituzionale. 

Noi studenti vogliamo che l’università sia un luogo di libero confronto, di apertura e costruzione del sapere critico, non meramente rivolto al mondo del lavoro, ma piuttosto al pensiero complesso. 

Pensi che il rettore ti abbia voluto interrompere per paura o per compiacere la Boschi, facendo la figuraccia che ha fatto, o l’avrebbe comunque fatto anche in altro contesto? 

– Non lo so. Sicuramente la presenza della Boschi avrà influito. In un altro contesto non sarebbe stato così brusco. Ripeto, riconosco di aver sforato i tempi assegnati, tuttavia credo che questo non giustifichi un’interruzione compiuta con toni e modi eccessivi e per me preoccupanti. 

La domanda consequenziale è secca: c’è veramente pluralità e democrazia al di là di questo episodio? 

– Solitamente sì. Ho partecipato a molti eventi e seminari di illustri studiosi e di gente vicina al mondo della politica e non era mai capitata una cosa simile. Diciamo che è stato un episodio isolato, spero non sia la premessa di altri episodi simili.  

Quanti tra colleghi ed amici ti hanno dimostrato solidarietà condividendo il tuo pensiero e anche l’indignazione al momento dell’interruzione? 

– Devo dire che quasi tutti tra amici e colleghi hanno mostrato molta preoccupazione per ciò che è successo. 

Poi nel merito delle mie affermazioni ho registrato pareri differenti, la maggior parte dei colleghi si sono trovati d’accordo con me. Qualcuno, sul web, ha sostenuto che fossi strumentalizzato,cosa falsa. Da diversi anni esercito un’attività politica, è vero, iniziata nel sindacato studentesco e che continua ancora oggi all’interno dell’università, ma sempre legata al territorio. Sono uno studente di giurisprudenza e un militante politico e sentirmi dire che non sono in grado a ventidue anni, in quanto “ragazzino”, di scrivere un intervento critico nei confronti di una ministra, lo trovo offensivo non solo nei miei riguardi ma anche nei confronti della mia generazione; che riceve troppa poca fiducia e attenzione da parte di questo Paese ed è uno dei motivi per cui, secondo me, i giovani vanno all’estero. 

Secondo te se ci fosse stato il vecchio rettore Recca, che politicamente si trovava dall’altra parte della barricata rispetto al governo sarebbe accaduta la stessa cosa? In pratica il fatto che il rettore sia della stessa corrente politica della ministra, ha influito? E per cui c’è una sorta di “servilismo” verso la politica del governo? 

– Questo non posso dirlo, però è chiaro che il sospetto può lecitamente sorgere. Specialmente perché prima della Boschi l’università ha ospitato personalità del Partito Democratico come la senatrice Cirinnà, il senatore Lumia e i Giovani democratici. Chiaramente il sospetto c’è. Mi auguro soltanto che questi eventi non mortifichino il dibattito accademico, che secondo me deve essere tutelato, in quanto rappresenta la libertà di espressione e di ricerca. 

Chiaramente avendo ventidue anni non puoi ricordati i movimenti studenteschi degli anni Settanta, Ottanta e ancora più vicino il movimento della “Pantera”, forse l’ultimo movimento ad aver fatto opposizione, ma ne avrai sentito parlare. Trovi che la classe studentesca di oggi sia ancora così agguerrita oppure sia assoggettata al Potere che li tiene sotto scacco tra un sistema aberrante e il costo degli studi ormai proibitivo per le famiglie?  

– Credo che l’ultimo movimento che abbia fatto opposizione e resistenza sia stato l’“Onda”, che nel 2009 ha lottato contro la riforma Gelmini, riuscendo ad unire tutto il mondo della scuola. 

Penso che gli studenti universitari italiani abbiano un potenziale politico inespresso che in questo momento non riesce a coagularsi attorno ad una proposta seria. Ciò nonostante, ci sono molte organizzazioni studentesche, come ad esempio la Rete della Conoscenza, di cui faccio parte, un soggetto d’informazione a livello nazionale che porta avanti battaglie come il reddito di formazione, la cui attuazione permetterebbe oltre all’emancipazione dalle condizioni di partenza dalle famiglia ad una effettiva gratuità dell’istruzione universitaria.

Altra lotta che si cerca di portare avanti è quella contro i Poteri che si costituiscono negli atenei, dove i programmi non solo non rispettano le effettive esigenze degli studenti, ma i saperi sono concepiti a compartimenti stagni incapaci di comunicare fra loro, per questo proponiamo l’effettivo dialogo tra le varie facoltà. Crediamo nei sistemi di accessibilità all’istruzione e pensiamo che occorrano più borse di studio e alloggi gratuiti, il calo delle immatricolazioni registrato in questi ultimi anni dimostra quanto il percorso universitario sia sempre meno accessibile a chi si trova in situazioni economiche disagiate. Lo studio universitario dovrebbe essere un diritto costituzionale, garantito a tutti indipendentemente dalla propria condizione economica.  

Un altro passo indietro. Qualcosa che ci riguarda da vicino, visto che facciamo informazione. Qualche anno fa, sempre all’interno dell’università, nacque una bellissima testata “Step1” sotto il rettorato di Recca, che guarda un po’ era il figlio di quel Recca che risultava tra i proprietari del “Giornale del Sud”, giornale in cui lavoravo accanto a Pippo Fava e Riccardo Orioles, chiuso improvvisamente. Il destino ritorna, ma beffardo! Il rettore Recca chiuse Step1 con una scusa piuttosto banale senza complicazioni ed opposizioni di alcun genere. Perché oggi, pur avendo un rettore più democratico, non si riapre la testata, non ci sono aperture in questo senso? E perché secondo te non ci fu un movimento che difese la testata, peraltro pluripremiata e composta da bravi giornalisti, fra cui Gianfranco Faillaci che tra l’altro aveva collaborato con I Siciliani giovani? 

– Forse in questo momento è difficile costruire una narrazione collettiva che riguardi gli studenti universitari, ma noi ci tentiamo ogni giorno, a volte con successo. Credo che tutto questo sia il risultato di una società che ha portato gli individui all’isolamento. A differenza del passato dove era presente una costruzione collettiva per le lotte comuni, oggi questo non si riesce a fare, è qualcosa di diffuso in ogni settore, almeno in Italia. Credo che questa forma di società atomistica, in cui ognuno pensa a sé, compete con l’altro e dove la cooperazione viene vista con disprezzo, ci abbia condotto a una situazione per cui è difficile costruire un movimento all’interno di qualsiasi soggetto sociale. Il neoliberismo è entrato all’interno delle dinamiche sociali e anche in quelle relazionali tra gli individui. 

 

Secondo te l’inchiesta condotta da Step1 sulla facoltà di farmacia, il cui processo cadrà con molta probabilità in prescrizione, ha influito sulla chiusura della testata? 

– Certamente, l’inchiesta ha rappresentato un capitolo importante per Step1. Non conosco benissimo la vicenda della chiusura, però è possibile che quello abbia influito sulla chiusura. 

La banale scusa con la quale costrinsero la redazione a chiudere fu quella della ristrutturazione dell’aula in quanto serviva per svolgere le lezioni in assenza di altre aule disponibili…  

– Credo che un’altra aula all’interno del monastero dei Benedettini si sarebbe potuta trovare facilmente. È molto grande! 

A quel tempo c’era il professore Granozzi che curava Step1, Gianfranco Faillaci era esterno: i professori stavano dalla parte degli studenti, oggi è ancora così oppure i docenti stanno più nel sistema delle gerarchie e dei dipartimenti? Mi è capitato di assistere ad una riunione interna per un laboratorio dell’antimafia sociale, a cui presenziarono tutti i capi dipartimento, dove ognuno tirò fuori i propri coltelli rinfacciandosi di tutto. Un’assemblea pietosa in quanto l’argomento era ben altro, appunto l’antimafia sociale. Ti chiedo se c’è ancora questa atmosfera competitiva tra i docenti e se tendono sempre ad accaparrarsi il più possibile? 

– Credo che la competitività tra i docenti ci sia. Soprattutto dopo la riforma del sistema con l’inserimento della VQR (Valutazione della Qualità della Ricerca, ndr), per la quale è stato tentato un boicottaggio nazionale fino alla redistribuzione dei fondi. Questo ostacola lo sviluppo della conoscenza, in quanto favorisce un sistema competitivo e non di cooperazione. 

Posso dire che la classe docente catanese è molto eterogenea: ad esempio riguardo il mio intervento ho ricevuto anche la solidarietà di alcuni di loro che hanno reputato l’atteggiamento del rettore controproducente per l’immagine dell’Ateneo. Ovvio che ci sono docenti più vicini al sistema di potere universitario, ma questo è fisiologico! Però non credo sia possibile categorizzare in maniera netta i docenti: il campo è molto eterogeneo! 

Abbiamo visto che l’università ha delle politiche neoliberiste. A questo punto ricordiamo anche i “patti” con il quotidiano La Sicilia; Radio Zammù (che da poco ha vinto un premio nazionale), concessa al fratello di Recca poi ritornata all’università. Ricordo che nel 2009, in tempi non sospetti, durante un intervista, in qualità di portavoce dell’associazione GAPA, iniziai a parlare di Ciancio e de La Sicilia fui interrotto bruscamente. Ad oggi, non so se è ancora così, ma ai tempi esisteva una sorta di convezione in quanto La Sicilia disponeva dei docenti scelti, come ad esempio Maria Lombardo, nella facoltà di Scienze della comunicazione. Ti chiedo se esiste una certa paura da parte degli studenti di non disturbare il manovratore? 

– Sì, c’è forse un certo timore reverenziale che negli ultimi anni si è affermato nei confronti del potente di turno, che mette in soggezione molti e li spinge a evitare le critiche. Però ci sono tanti studenti che spesso contestano le decisioni delle autorità accademiche e non solo, anche di ministri. Alla Sapienza qualche settimana fa c’è stata una contestazione nei confronti della ministra Boschi e agli studenti non è stato concesso l’accesso all’università, ma potrei citarne anche di altre. 

Riguardo i rapporti di collaborazioni esterne con l’università, si pone all’interno il problema che comunque Ciancio e La Sicilia avendo una storia lunga quarant’anni, di controllo dell’informazione, che ha determinato, forse, non solo la scena politica della città ma anche quella universitaria? Si ha questa consapevolezza? Sanno con chi stanno?  

– Io non lo so. Senz’altro La Sicilia rappresenta un pezzo importante, ed ha un forte potere mediatico. Credo che sia difficile ignorare tutto questo, se così fosse sarebbe grave. 

Fatto sta che è ancora così! Abbiamo visto il documento, presentato dai ragazzi, che denuncia come le aziende private esterne stipulino delle convenzioni con l’università dando dei rimborsi spese miseri, trecento euro! Che non sono sufficienti né per la spesa né tanto meno per l’affitto di un alloggio. Si può arrivare a tanto! L’università non riesce a garantire con le aziende esterne, che con i loro contratti ledono i diritti e la dignità di ogni singolo uomo, il diritto di un giusto guadagno che permetta di vivere dignitosamente, soprattutto per chi ha deciso di studiare e non ha una famiglia su cui contare? 

– Trovo che l’università, specialmente negli ultimi anni, abbia fatto proprio un modello neoliberista. Attraverso gli strumenti di alternanza scuola-lavoro, presenti negli istituti secondari di secondo grado, entrati a regime per il terzo anno di liceo con la cosiddetta riforma della “Buona Scuola”, che buona non è! Si è creato un modello di sfruttamento, a cui aderisce anche l’università, di tirocini/stage sottopagati. L’università, invece, dovrebbe garantire i diritti agli studenti stagisti, piuttosto che far pagare una miseria e senza tutele. Purtroppo questo modello, dell’impresa che cerca manodopera a basso costo e sotto tutelata per aumentare i propri profitti si è estesa a tutto il mondo della formazione, una dinamica di sfruttamento da combattere. 

Quando Alessio si laureerà, resterà in città a “battersi” o cercherà di fuggire da questa città? 

– Resterò in Italia, non credo proprio di voler andare all’estero. Mi piacerebbe fare un dottorato in qualche altra città, a Roma o Pisa, e poi tornare a Catania. Dovunque andrò continuerò a lottare per quello in cui credo, i diritti dei lavoratori, degli studenti, le lotte territoriali, in definitiva un mondo più giusto.  

Da ventiduenne che vive in questa città, sentire che si è tornati a sparare nei quartieri popolari che effetto ti ha fatto, considerando che nessuno ne abbia parlato, compreso il sindaco? 

– Tutto questo è sintomo di un allarme sociale. È chiaro che la criminalità rappresenta un problema della nostra città ma occorre anche indagare sulle origini. Probabilmente l’atteggiamento giustizialista ha un suo effetto nel breve periodo ma non risolve il problema alla radice. La criminalità, la mafia, vanno sconfitte sul terreno sociale, partendo dai quartieri e all’interno delle scuole. Le scuole devono essere un presidio dell’antimafia. In tal senso sarebbe più giusto l’apertura al di là dell’orario didattico! L’amministrazione ha trascurato diversi quartieri popolari, abbandonandoli a se stessi. E dove manca la politica si insinua un sistema parallelo, quello mafioso. 

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