Arturo e gli altri

Napoli. Indizi di una guerra civile

È il 22 dicembre, ci avviamo alla manifestazione per Arturo. Lungo l’orto botanico, a pochi passi da casa, si inciampa ancora una volta nell’insegna di un vecchio negozio ora abbandonato. La saracinesca, piegata su se stessa verso l’interno, lascia intravedere un antro polveroso. Raggi di sole a mo’ di lame s’infilzano nei fori tratteggiati delle assi zincate.

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Relais dice la scritta – bandiera a sinistra, carattere sobrio, in sbiadita plastica adesiva – e questa parola si legge più volte al giorno senza veramente vederla, senza veramente capirla. Chiedendo alla rete, risponde: Point intermédiaire entre deux autres, una di quelle definizioni che possono aprire mondi, e difatti il termine viene usato in diversi campi, dalla cibernetica all’elettronica, dalla geometria alla neurologia, dall’alpinismo alla tappezzeria. Quest’ultimo campo potrebbe combaciare, per tipologia di strada e di quartiere, al nostro esercizio serrato. Ora, o questo è un preambolo per fare i brillanti o è il seme di un’idea che va crescendo con la scrittura.

A due passi da quest’insegna vive Lello, un bambino di undici anni che in un laboratorio di pittura, tenuto l’anno scorso dentro e fuori la ludoteca comunale dei Miracoli, abbiamo dovuto cacciare non tanto per la sua irrequietezza (aveva tirato un sassolino in testa a una ragazza), quanto per la pressione dei genitori degli altri ragazzi che in lui vedevano una minaccia (noi non abbiamo potuto opporre grande resistenza perché a nostra volta sotto ricatto della precarietà lavorativa). Non stiamo parlando di persone di provenienza sociale chi sa quanto diversa tra loro, spesso la differenza tra i sommersi e i salvati la fa la stabilità di un posto di lavoro, la solidità della famiglia, ma, diciamolo subito, c’è una fetta di città considerata lebbrosa, appestata, da sopprimere fisicamente. Da qui una spaventosa fobia del contagio e la messa in atto di un neanche tanto velato processo di demonizzazione. Gli appestati dal canto loro vivono questa discriminazione come un ricostituente identitario che li fortifica, reagendo all’odio e alla paura con odio e violenza maggiore.

Qui stiamo parlando di ragazzini – non dovrebbero ereditare le colpe dei padri in automatico – e allora, quando i perbene si raccomandano di non frequentare quelli là, quando gli alfabetizzati etichettano come vrenzole e cuozzi una fetta neanche troppo piccola della città, quando mio padre con ironico disprezzo mi diceva “la signorina è di Oxford”, indicando una contrabbandiera dove aveva appena comprato tre pacchetti a novemila, ebbene, goccia a goccia, da secoli, s’è finiti con lo scavare un fossato, sul quale costruire un ponte è, oggi, impresa d’ingegneria civile d’estrema difficoltà. Ora la domanda è questa: a chi spetta d’essere relais, inteso come diplomazia? Personne ou chose qui sert d’intermédiaire entre deux autres.

Ma per il momento continuiamo il percorso. Siamo su via Foria adesso, e quando le carreggiate strette sono colme i motorini si riversano sui marciapiedi larghi (perché non fare lì un percorso ciclabile?). Un barbiere ha la tabella verde col suo nome scritto dorato: Benito. Forse è il segno di un’appartenenza politica che su quella strada ha radici molto salde e che ha i suoi fiori più evidenti nel tam tam dei manifesti dalla grafica vetero e nel nero pece illuminato con fioche lampade tricolore del pub dei fascisti di Casa Pound. Il marciapiede opposto è consacrato alle premute e al brodo di polpo, bicchieri di vetro per gli agrumi e tazze di ceramica bianca dalle quali s’affacciano le ranfe del fu animale (lessi molto tempo fa che un pioniere della Apple, poi dissidente, si nutriva solo di polpi perché – quasi superstiziosamente – credeva che nutrirsi di macrocefali espandesse la sua mente). A ogni modo, lo sciamano (volevo scrivere “stregone” ma Gomorra ha bruciato un’altra parola) che prepara l’intruglio è stato candidato alle passate comunali con un partito della destra, anche se viene detto ‘O Mericano. A vedere buttar giù i tentacoli chi sa perché la mente va ai Visitors che ingoiavano topi da laboratorio. Sarà la potenza d’incisione nella memoria dei mass-media che sui bambini fa più presa.

Poco dopo, verso l’ex caserma Garibaldi, ora sede del giudice di pace (teatrino diurno della più folkloristica delle compravendite di testimonianze, laddove s’incontrano le due mitologiche specie dei perbene’s e degli appestati), c’è la fermata del bus dove pochi giorni fa Arturo, diciassette anni, è stato accoltellato da un gruppo di ragazzi più piccoli di lui.

Sui basoli ancora macchie di sangue. Dal vicolo sbuca la testa del corteo organizzato dai compagni di classe del ragazzo. È un corteo molto partecipato, sentito, a tratti emozionante. Le frasi sugli striscioni risentono un po’ di quella retorica legalitaria che da anni nelle scuole viene propagandata in una lingua morta, completamente scollata dalla realtà di chi certe cose le vive sulla propria pelle. A osservare le facce dei presenti (sarà un lombrosismo al negativo, eppure…) la frattura tra le due città risulta essere un baratro. È vero, ci sono le zone grigie, molte sfumature, connivenze (forzate e no, si pensi al tessuto urbanistico), eppure la (micro)criminalità viene usata ancora una volta dalle istituzioni, dai politici, dai giornali in modo particolarmente feroce, dalla città insomma, come capro espiatorio delle sue colpevoli inadempienze.

L’adolescenza esiste perché è un segmento di mercato, un apprendistato al consumo che dove c’è reddito genera alienazione, dove no, frustrazione. E che poi, a seconda dei contesti prende le più svariate pieghe: diversi amici parigini mi raccontano che spesso – soprattutto nei giorni di festa – dai sobborghi scendono in centro carovane di giovanissimi che picchiano il malcapitato di turno, reo ai loro occhi di essere privilegiato e garantito. Pare addirittura che adesso si diano appuntamento alle manifestazioni della sinistra bianca che vorrebbe parlare a loro nome, e gli sfilIno portafogli, telefonini, orologi. Declinato in un contesto insieme povero e criminogeno come quello di molti quartieri napoletani, il desiderio si fa rapina, non tanto e non solo di oggetti di valore, quanto di spazio e di potere, cioè di quello che i contesti di partenza negano all’origine.

Pensate per un attimo alla cura inesistente dell’edilizia popolare, pensate ai piani bassi e senza luce, alle macchie di umido, le buche, i tubi rotti, o anche solo quello che si vede dalle finestre, quando e se si vede qualcosa. Cosa significa per un bambino andare a fare i colloqui nelle case circondariali? Cosa significano le file all’alba, i pacchi di cibo, la lingua serrata e rabbiosa? Dove hanno imparato tanta violenza certi ragazzini di Napoli di oggi non è troppo difficile da scoprire. Questo non per giustificare nulla, sia chiaro, però quando succede un fatto così grave come le coltellate date ad Arturo, bisognerebbe sentire il dramma di ambo le parti. Perché è vero, un ragazzo innocente è stato segnato a vita da un’esperienza a dir poco traumatica, però dall’altro lato ci sono altri ragazzini in carne e ossa che arrivando a tanto – seppur involontariamente –  ci stanno narrando, con il linguaggio muto della violenza, il fallimento della nostra intera società.

Chi si occupa di questi ragazzi? “Si crescono da soli”, dicono le persone a loro più vicine, ma questa loro apparente indipendenza (che non sia una risorsa è la nostra maggiore colpa) è soprattutto una enorme solitudine. Nient’altro che il lato B della carcerazione dei loro genitori: vasi comunicanti per lacrime ereditarie.

Il discorso di chi per mestiere si occupa di “ragazzi a rischio” è che non possono tener dentro chi con la propria presenza rischia di non far venir più tutti gli altri (riecco gli appestati). Salviamo il salvabile dicono, o meglio, chi si vuole salvare. Ora, quello che forse non è chiaro è questo: se io ho un sistema di valori completamente diverso la necessità del cambiamento neanche la sento. Provate a indossare dei paraocchi. Giusto il tempo di capire che la miseria è questione soprattutto di orizzonti.

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