8 settembre: violenza di Stato e violenza di ‘ndrangheta

8 settembre 1974, Fabrizio Ceruso, 19 anni, ucciso perché difendeva chi restava senza casa

Fabrizio Ceruso ha 19 anni e nel cuore gli batte la passione per la politica che lo ha portato ad accostarsi e poi a diventare militante a tutti gli effetti del Comitato Proletario di Tivoli, vicino all’Autonomia romana. Per lui fare politica è un po’ come salire sul “treno lanciato a bomba contro l’ingiustizia” di gucciniana memoria e così non si tira indietro quando il 5 settembre nell’estrema periferia orientale della capitale, tra via Montecarotto e via Fabriano, arrivano le forze dell’ordine per buttare fuori 150 famiglie che occupavano gli appartamenti popolari dello Iacp, unica alternativa a burocrazie inconcludenti e speculazioni edilizie sempre più marginalizzanti.

Siamo nel quartiere di San Basilio e qui il fronte di resistenza contro gli sgomberi è serrato. Sono confluite persone da tutta la città, dai comitati di fabbrica ai ragazzi dei movimenti, e si difendono gli ingressi, si tirano su trincee da non far valicare e ci si attrezza come si può, con pietre, molotov, fionde. Dall’altra parte della barricata, gli agenti hanno lacrimogeni e le armi d’ordinanza. Poi, in determinati momenti, gli scontri si interrompono temporaneamente anche grazie alle mediazioni che conducono alcuni gruppi, come Lotta Continua. Talvolta sembra nascere la possibilità di una contrattazione, come quella di sospendere gli sgomberi fino al 9 settembre, il lunedì successivo.

Ma il giorno prima, domenica 8 settembre, la situazione precipita con un’irruzione inaspettata e occorre riorganizzare al volo il contenimento degli agenti di polizia. I quali non si limitano solo a prendere d’assalto gli edifici occupati, ma fanno lo stesso con un’assemblea pubblica in cui si vuole discutere della situazione. Gli occupanti e le persone che si sono schierate con loro arretrano di fronte all’irruenza delle forze dell’ordine e devono ripiegare perché le divise hanno iniziato a sparare ad altezza d’uomo.

Sulla traiettoria di un proiettile si trova proprio quel ragazzino con l’amore per la politica, Fabrizio, colpito al petto e ferito in modo grave. Per soccorrerlo non c’è tempo di aspettare l’autoambulanza e allora viene caricato su un taxi che lo porti al pronto soccorso, dove però giunge già morto. E intanto la furia degli scontri inizia a scemare fino al giorno successivo, quando saranno riprese trattative perché gli appartamenti siano assegnati agli inquilini di San Basilio e anche a quelli di Bagni di Tivoli e Casalbruciato.

8 settembre 1990, Antonino Marino, il carabiniere che sfidò le ‘ndrine

Le ‘ndrine hanno preso la loro decisione: quel carabiniere arruolatosi diciottenne tanti anni prima, nel 1975, deve crepare. Il brigadiere Antonino Marino ha 33 anni e ha lavorato in Aspromonte, dove non ha usato riguardi per nessuno, in servizio come fuori. Sa che la ‘ndrangheta gliel’ha giurata e già era sopravvissuto tempo prima a un attentato a Platì, dove aveva comandato la stazione carabinieri. Ma le minacce e i tentativi di fargli del male non lo hanno mai intimidito. Non è accaduto quando è passato per la Calabria jonica e nemmeno per la zona della locride.

La vendetta, per lui, arriva in un giorno di festa. È l’8 settembre 1990 e Antonino, da un po’ assegnato a San Ferdinando, si trova Bovalino con la giovane moglie Rosetta, che aspetta il loro secondo figlio, e Francesco, il primogenito nato da poco. Stanno tutti a tre in piazza a guardare i fuochi d’artificio perché si sta celebrando l’Immacolata e quello spettacolo in cielo non se lo possono perdere. E tutto accade in un momento, il momento in cui uno sconosciuto si stacca dalla folla e inizia a sparare mirando contro il sottufficiale e chi gli sta intorno.

Quando i colpi si interrompono e il killer scompare, deve essere sembrato un miracolo che Rosetta e Francesco se la siano cavata con ferite superficiali. Ma Antonino invece sembra subito grave. Inizia così la corsa verso l’ospedale, le prime cure, il tentativo di salvargli la vita. Ma in tredici ore si conclude tutto: si conclude la vita di Antonino Marino e termina così anche la sua lotta contro il crimine organizzato che lo aveva portato a dare la caccia anche all’anonima sequestri e a partecipare alla liberazione del giovane pavese Cesare Casella.

Da quel momento la via giudiziaria darà poca giustizia alla moglie del carabiniere. Per 15 anni non si arriverà a nulla di che. Poi, nel 2005, un collaboratore di giustizia, Antonino Cuzzola, inizia a parlare e fa i nomi di mandanti e sicari, legati al clan Barbaro. Ma il processo finisce in assoluzione, confermata in secondo grado. E allora chi sono gli assassini del brigadiere Antonino Marino? A tutt’oggi i nomi non ci sono.

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