8 gennaio: Luigi D’Alessio, Rosa Visone (1982) e Beppe Alfano (1993) eliminati della criminalità organizzata

8 gennaio 1982, Luigi D’Alessio e Rosa Visone, vittime della camorra cutoliana

La prima vittima di quel giorno, l’8 gennaio 1982, era un maresciallo dei carabinieri, Luigi D’Alessio. Lui, 41 anni, era uno che della lotta contro la camorra ne sapeva. Ne sapeva tanto che quando, nel corso di un servizio di osservazione, aveva capito che quei quattro individui a bordo di un’auto sospetta, una Simca Horizon targata Milano, potevano appartenere alla nuova camorra organizzata di Raffaele Cutolo. Con il maresciallo D’Alessio, a bordo di un’utilitaria della Fiat, c’erano altri due carabinieri, un ufficiale, il capitano Sensales, e un sottufficiale, il maresciallo Santulli.

Quindi tutti e tre si misero alle costole di quegli uomini fino a quando non riuscirono a fermarli a Torre Annunziata per identificarli. Poco prima delle 20.30 dall’utilitaria, una 500, scese D’Alessio, che si accostò alla loro vettura chiedendo che fossero esibiti i documenti. A essere esibite, invece, furono armi da fuoco che iniziarono a sparare contro il sottufficiale, colpito al volto, al quale non fu concesso nemmeno il tempo di mettere mano alla pistola d’ordinanza. Ma quella giornata di delitti non era ancora finita.

Con i malviventi, dopo aver ucciso D’Alessio, si innescò un conflitto a fuoco e di mezzo ci andò una ragazzina, Rosa Visone. Aveva 16 anni e la sua “colpa” fu di aver attraversato la strada nel classicissimo momento sbagliato. La raggiunse infatti un proiettile, che la uccise. Si aggiunsero poi tre feriti, i due carabinieri che erano con il maresciallo assassinato e un altro passante, Tancredi Mariotti, 24 anni.

8 gennaio 1993, Beppe Alfano, il giornalista scomodo della provincia “babba”

Sono trascorsi ventun anni dalla morte di Beppe Alfano, avvenuta a Barcellona Pozzo di Gotto, in provincia di Messina, l’8 gennaio 1993. La vittima era un giornalista e la sua morte fu un omicidio di mafia. Per ucciderlo gli spararono tre colpi e lo colpirono in via Marconi mentre stava guidando nella cittadina in cui viveva e abitava, vivendo in via Trento con la famiglia. Quando morì, Alfano aveva 42 anni ed era corrispondente del quotidiano “La Sicilia”. Era un giornalista per passione ancora prima che per professione. Lo testimonia il fatto che fu iscritto all’ordine dopo il suo omicidio.

Un passato da esponente di destra, il suo essere un reporter ostinato e determinato, un mastino, l’aveva portato ad allontarsi dagli ambienti di provenienza. E da essere schivato da questi e da altri, di ambienti. Erano quelli legati ai traffici, a iniziare da quello d’armi, di cui Alfano scriveva raccontando una provincia diversa da chi la voleva “babba” per eccellenza, considerata cioè territorio scevro da infiltrazioni mafiose. Logge deviate e speculazioni con fondi pubblici, compresi quelli europei, erano altri temi su cui si era concentrato.

Troppo, per chi leggeva i pezzi che il giornalista scriveva. Un giornalista che andava messo a tacere e così fu. Ma il suo omicidio ottenne l’effetto opposto perché, sostenuto dall’attività della figlia, Sonia, oggi europarlamentare, si è arrivati a parlare di mafia ben fuori dalla Sicilia. E a creare l’Associazione nazionale familiari vittime di mafia, dove si può leggere a proposito di questo anniversario:

I tanti misteri ancora da chiarire sui mandanti dell’omicidio del giornalista Beppe Alfano e la condanna per mafia a 12 anni del boss barcellonese Rosario Pio Cattafi. Il punto sull’importante lavoro svolto in questi mesi dalla Commissione Antimafia del Parlamento Europeo, presieduta da Sonia Alfano. E un invito al governo italiano a potenziare realmente la Dia, il polo di eccellenza investigativa specializzata nel contrasto alle mafie e incaricata di vigilare contro il rischio di infiltrazioni dei clan negli appalti dell’Expo 2015 di Milano. Sono questi i temi scelti per ricordare mercoledì 8 gennaio, a Barcellona, 21 anni dopo, l’assassinio di Beppe Alfano.

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