6 febbraio 1985, Carmine Tripodi, il brigadiere che si occupò troppo dell’Anonima sequestri

È al volante della sua Fiat 132, la sera del 6 febbraio 1985. Intorno alle 21 di quel giorno il brigadiere Carmine Tripodi, 24 anni, sta guidando lungo una provinciale e forse sta riflettendo a quanto accadrà di lì a un mese, quando si presenterà all’altare per sposare un’insegnante di Bianco. Ma a casa né all’appuntamento davanti al prete ci arriva perché la sua auto viene bloccata e contro di lui vengono esplosi pallettoni da un fucili e proiettili da una pistola. Il sottufficiale dei carabinieri, che prova rispondere al fuoco, non ha scampo e quando sarà ucciso, i suoi killer si apriranno la patta dei pantaloni per l’oltraggio finale, orinare sul suo corpo.

Carmine Tripodi, originario di Torre Orsaia, provincia di Salerno, nell’Arma si arruola a 17 anni. Tre anni dopo, nel 1980, viene trasferito in Calabria e per lavoro inizia a percorrere in lungo e largo il territorio di Bianco, prima destinazione. Qui, sostengono le indagini della magistratura, ci sono i covi dell’anonima sequestri, dove i prigionieri vengono tenuti in condizioni disumane in attesa del pagamento del riscatto. Che poi ci arrivino vivi, a quel momento, è tutt’altro discorso. Il brigadiere non smette di occuparsi di queste storie nemmeno nel 1983, quando arriva a San Luca, provincia di Reggio Calabria, comandante interinale della locale stazione dei carabinieri. E punta soprattutto su una famiglia di ‘ndrangheta la sua attenzione, quella degli Strangio.

Così come negli anni di servizio da queste parti in pochi lo frequentano e gli danno confidenza, altrettanto accade quando invece del suo matrimonio si officia il suo funerale: si contano sulla punta di poche dita le persone che partecipano. E ci si prova a individuare i suoi assassini, ma alla fine degli anni Ottanta coloro che vengono indiziati di quell’omicidio saranno poi anche assolti. Invece ulteriore scempio della memoria del giovane carabiniere viene perpetrato quando viene distrutta la stele voluta dalla sua fidanzata a San Luca. Solo nell’aprile 2011, quando viene inaugurata la caserma a lui intitolata, il sindaco porgerà scuse ufficiali alla famiglia per gli oltraggi perpetrati.

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