3 settembre 1982, il prefetto va a morire

Ha raggiunto un’esperienza tale, il prefetto Carlo Alberto Dalla Chiesa, da sapere di essere un morto che cammina. Lo sa in anticipo rispetto al suo insediamento a Palermo, 100 giorni prima. Da ufficiale dei carabinieri giunto fino al grado di generale, viene dalla lotta al terrorismo e anche in tema di mafia è preparato. E consapevole dei movimenti che in Sicilia stanno cambiando l’assetto di cosa nostra. Un anno prima l’omicidio di Stefano Bontate ha decreto la vittoria di un nuovo clan, quello dei corleonesi, e la seconda guerra di mafia, scatenata dopo quel delitto, prosegue per consolidare i nuovi equilibri.

E poi c’è il patto d’acciaio stretto con i catanesi di Nitto Santapaola, il boss che in giro chiamano il Licantropo. In questo contesto si inquadra l’omicidio di Alfio Ferlito, uomo d’onore che si elimina per compiacere il nuovo alleato. E non importa che il 16 giugno 1982, quando il commando agisce, Ferlito sia già in galera e sotto trasferimento, da Enna a Trapani, scortati da 3 uomini dell’Arma – Luigi Di Barca, Silvano Franzolin e Salvatore Raiti – che muoiono nel conflitto a fuoco insieme all’autista del trasferimento, Giuseppe Di Lavore.

I segni, insomma, sono tanti, tanti di più rispetto a quelli qui accennati. E poi c’è quella frase:

L’onorevole Andreotti mi ha chiesto di andare e naturalmente, date le sue presenze elettorali in Sicilia, si è manifestato per via indiretta interessato al problema. Sono stato molto chiaro e gli ho dato certezza che non avrò riguardi per quell’elettorato a cui attingono i suoi grandi elettori. Sono convinto che la mancata conoscenza del fenomeno mafia lo ha condotto a errori di valutazione di uomini e circostanze.

Storie, queste, che però avrebbero dovuto attendere ancora oltre un decennio per iniziare a essere sviscerate a pieno. Intanto Dalla Chiesa chiede risorse, chiede uomini e fondi per combattere cosa nostra. Ma da Roma giungono solo promesse. E allora si sfoga con il giornalista Giorgio Bocca:

Mi mandano in una realtà come Palermo con gli stessi poteri del prefetto di Forlì.

Però continua, studia la realtà siciliana, fa emettere 87 mandati di cattura, costruisce una specie di cartografia delle famiglie di potere mafioso e si concentra sui patrimoni, intuizione che già negli anni precedenti, a iniziare dal lavoro del capo della squadra mobile di Palermo Boris Giuliano, assassinato il 21 luglio 1979, aveva iniziato a rappresentare una nuova forma di lotta alla criminalità organizzata. Dunque prosegue, ben consapevole di avere il tempo contato, di essere un prefetto a scadenza.

E l’ultimo giorno arriva il 3 settembre 1982, in via Carini. Il generale è a bordo di una modesta A112 e con lui c’è la giovane moglie, Emanuela Setti Carraro, 32 anni. Alla loro utilitaria si affianca un’auto di grossa cilindrata, una Bmv da cui sporgono fucili d’assalto che iniziano a sparare sulla coppia uccidendo prima la donna e poi il prefetto. Viene falciato anche il solo agente che la scortava, Domenico Russo. Le modalità che portano all’omicidio di Dalla Chiesa, della moglie e dell’agente sembrano la perfetta rappresentazione di una regola aurea quando si è in guerra: isolare per colpire più facilmente.

10 pensieri su “3 settembre 1982, il prefetto va a morire

  1. Quante cose non dette ci sono state e ci saranno,in nome di un segreto di Stato, che in realtà copre interessi vili e ignobili a discapito di valori e diritti assoluti dei propri cittadini. Che tristezza!

  2. Cara Redazione de ” I siciliani”,
    Effettivamente la scelta richiesta dal Governo Spadolini sul Generale di Corpo d’Armata dei Carabinieri, Carlo Alberto Dalla Chiesa, è stata verificata dalla potenzialità investigativa prodotta durante tutta la sua carriera nell’Arma: sia acquisendo esperienza nelle destinazioni in Sicilia, sia in quelle Regioni del Nord Italia dove il fenomeno terrorismo l’avrebbe impegnato fino alla completa sconfitta.
    E non ci si voglia credere, che il nuovo incarico di Prefetto assumesse una valenza circoscritta alla sola città di Palermo.
    Forse, qualcuno, potrebbe addirittura considerare la nomina troppo gagliarda o troppo voluminosa, a pensare – ” Chi pensa di essere” – che il Prefetto Carlo Alberto Dalla Chiesa maturasse lo stesso metro di giudizio e la medesima convinzione che la mafia andava – investigativamente parlando – aggredita nello stesso modo con cui fece contro il terrorismo. Quindi, supportando la responsabilità con un incarico di coordinamento tra Prefetti, che andava suddivisa equamente nelle città maggiormente – ed è questo un nodo che si doveva immediatamente sciogliere con il Ministro dell’Interno, Virginio Rognoni – dense di mafiosità.
    A supporto di ciò il clamore mediatico suscitato: il Superprefetto Antimafia Carlo Alberto Dalla Chiesa andava controcorrente rispetto a chi già lo vedeva come un nemico dello Stato.
    Se da un lato quest’ultimo ha avuto troppa fretta d’inviarlo immediatamente a Palermo, dall’altra doveva tutelare l’integrità del Generale Dalla Chiesa garantendo per lui con la stessa volontà che ebbe contro il terrorismo.
    Se gli era stato chiesto di reprimere e contenere la mafia implicita sarebbe stata la disarticolazione degli interessi gravitanti nel rapporto mafia – politica – imprenditoria.
    Se un Governo è a favore di un’iniziativa di tal spessore usando la figura del Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, automaticamente s’induce a pensare, che gli stessi interessi confluiscono da entrambe le parti verso l’operato che il Generale avrebbe impostato a Palermo. Il Generale andava benissimo, benissimo anche per lo Stato.
    Quindi è questo duopolio – Stato e Servitore dello Stato -, che avendo interessi comuni non tornano indietro sui loro passi.
    Chi recepì tutto questo, sicuramente, ebbe la preoccupazione che tutto potesse franare: gli interessi in gioco erano notevoli. La mafia vincente gravitava sull’acquisizione dei rapporti con determinati politici, che inizialmente avevano intessuto rapporti diretti con la vecchia mafia dei Bontade. In più il Potere, che andava accrescendosi garantito dagli appoggi con altre famiglie mafiose e dal traffico di droga.
    Il Prefetto Carlo Alberto Dalla Chiesa aveva già intuito tutto ciò, e si stava preparando con l’acquisizione di Uffici e uomini, che se pur inferiori di numero rispetto al periodo del terrorismo, erano pur sempre fedeli a lui.
    Cosa spinse il Ministro dell’Interno, Virginio Rognoni, a prendere tempo?.
    I poteri speciali invocati, durante il primo colloquio con il Generale Dalla Chiesa, propendevano per essere a lui consegnati?.
    Se avessero avuto delle limitazioni,presumo,che tutto ciò sarebbe stato rivisto.
    Grazie!…

  3. Cara Redazione de ” I siciliani”,

    – Copia riveduta e corretta –

    Effettivamente la scelta richiesta dal Governo Spadolini ricaduta sul Generale di Corpo d’Armata dei Carabinieri, Carlo Alberto Dalla Chiesa, è stata verificata dalla potenzialità investigativa prodotta durante tutta la sua carriera nell’Arma: sia acquisendo esperienza nelle destinazioni in Sicilia, sia in quelle Regioni del Nord Italia dove il fenomeno terrorismo l’avrebbe impegnato fino alla completa sconfitta.
    E non ci si voglia credere, che il nuovo incarico di Prefetto assumesse una valenza circoscritta alla sola città di Palermo.
    Forse, qualcuno, potrebbe addirittura considerare la nomina troppo gagliarda o troppo voluminosa, nel pensare – ” Chi pensa di essere” – che il Prefetto Carlo Alberto Dalla Chiesa maturasse lo stesso metro di giudizio e la medesima convinzione che la mafia andava – investigativamente parlando – aggredita nello stesso modo con cui fece contro il terrorismo. Quindi, supportando la responsabilità con un incarico di coordinamento tra Prefetti, che andava suddivisa equamente nelle città maggiormente – ed è questo un nodo che si doveva immediatamente sciogliere con il Ministro dell’Interno, Virginio Rognoni – dense di mafiosità.
    A supporto di ciò il clamore mediatico suscitato: il Superprefetto Antimafia Carlo Alberto Dalla Chiesa andava controcorrente rispetto a chi già lo vedeva come un nemico dello Stato.
    Se da un lato quest’ultimo ha avuto troppa fretta d’inviarlo immediatamente a Palermo, dall’altra doveva tutelare l’integrità del Generale Dalla Chiesa garantendo per lui con la stessa volontà che ebbe contro il terrorismo.
    Se gli era stato chiesto di reprimere e contenere la mafia implicita sarebbe stata la disarticolazione degli interessi gravitanti nel rapporto mafia – politica – imprenditoria.
    Se un Governo è a favore di un’iniziativa di tal spessore usando la figura del Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, automaticamente s’induce a pensare, che gli stessi interessi confluiscono da entrambe le parti verso l’operato che il Generale avrebbe impostato da Palermo. Il Generale andava benissimo, benissimo anche per lo Stato.
    Quindi è questo duopolio – Stato e Servitore dello Stato -, che avendo interessi comuni non tornano indietro sui loro passi.
    Chi recepì tutto questo, sicuramente, ebbe la preoccupazione che tutto potesse franare: gli interessi in gioco erano notevoli. La mafia vincente gravitava sull’acquisizione dei rapporti con determinati politici, che inizialmente avevano intessuto rapporti diretti con la vecchia mafia dei Bontade. In più il Potere, che andava accrescendosi garantito dagli appoggi con altre famiglie mafiose e dal traffico di droga.
    Il Prefetto Carlo Alberto Dalla Chiesa aveva già intuito tutto ciò, e si stava preparando con l’acquisizione di Uffici e uomini, che se pur inferiori di numero rispetto al periodo del terrorismo, erano pur sempre fedeli a lui.
    Cosa spinse il Ministro dell’Interno, Virginio Rognoni, a prendere tempo?.
    I poteri speciali invocati, durante il primo colloquio con il Generale Dalla Chiesa, propendevano per essere a lui consegnati?.
    Se le condizioni poste avessero avuto delle limitazioni,presumo,che tutto ciò sarebbe stato rivisto.
    Grazie!…

    • Caro Direttore Riccardo Orioles,
      Cara Redazione de ” I Siciliani giovani”,

      Una delle questioni, che a volte capita al Prefetto della Repubblica di una città da risolvere, è quando si deve ” convocare una riunione del Comitato Provinciale per l’Ordine e la Sicurezza Pubblica” su un determinato tema, che nel caso specifico del Generale dei Carabinieri, Carlo Alberto Dalla Chiesa, riguardava la lotta alla mafia.
      Questa volta, però, la riunione riguardava l’assegnazione di una lauta scorta – minimo tre autovetture – da accordare a sè stesso visto che l'”Operazione Carlo Alberto” stava per concludersi.
      Con ciò non posso immaginare se al Generale Dalla Chiesa, proprio con il Potere che aveva da Prefetto avesse in cuor Suo di assegnarsela, ma rimane l’amarezza per non averlo fatto.
      Grazie, Generale!…

      • Caro Direttore Riccardo Orioles,
        Cara Redazione tutta de ” I Siciliani giovani”,

        La vicenda dell’omicidio eccellente del Prefetto della Repubblica di Palermo, Carlo Alberto Dalla Chiesa, Generale di Corpo d’Armata dei Carabinieri, è legittimo definirlo tale, in quanto richiama a sè le ultime due sentenze sul concorso esterno in associazione mafiosa: al Senatore a vita, Giulio Andreotti, ed al Senatore della Repubblica, Marcello Dell’Utri.
        Perchè qui siamo di fronte a personaggi politici e alla loro rivisitazione Storica che dà spiegazione – al momento! – delle loro responsabilità morali sull’ eccidio del 3 Settembre 1982: uno ritenuto il più fedele rappresentante politico della Dc in Sicilia, essendo stato il politico più influente degli anni ’80 del secolo scorso, l’altro il collante tra la mafia siciliana del boss di Villa Grazia, Stefano Bontade, essendo,invece lui, il factotum del Suo padrone allora imprenditore, e l’On. Silvio Berlusconi.
        Ritengo visto il punto, a ragion veduta – considerando i tempi che corrono -, che chi volesse intromettersi in questa vicenda dovrà osare e colpire i rappresentati dello Stato, ubicati ben più in alto da dove era giunto il Prefetto della Repubblica Carlo Alberto Dalla Chiesa.
        Anche perchè, riportando uno stralcio dell’articolo firmato dal giornalista de ” La Stampa”, Francesco La Licata, intitolato ” Dell’Utri quante analogie con il processo Andreotti” del 25.04.’12, si potrebbe benissimo ipotizzare che il Cavaliere Berlusconi non è, come lo definiscono i Giudici, una vittima di mafia, ma bensì integrato a pieno titolo nel contesto che lo condurrebbe ad essere inserito nella complicità sul delitto del Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa. E riempire quel ” vuoto di motivazione”, che verrebbe spiegato dal Cavaliere sull’uso che se ne fece dell’alleanza con la mafia siciliana.
        Ecco lo stralcio:
        “A leggere quanto hanno scritto i giudici, insomma, reggerebbe l’impianto accusatorio messo insieme dai pm di Palermo. Anche laddove le indagini poggiano sul contributo dei collaboratori di giustizia che, scrive la Cassazione, «sono stati usati correttamente» cioè soltanto in seguito a riscontri precisi. Vengono, dunque, dati per accertati l’incontro milanese tra Berlusconi, Dell’Utri ed alcuni boss di Cosa nostra e l’accordo per il «pagamento» della protezione. Circostanze, queste, che erano state messe in dubbio dal rappresentante della pubblica accusa.
        Perché, allora, l’annullamento e l’indicazione di rifare l’appello? I giudici avvertono la necessità di riempire un «vuoto di motivazione» che riguarda il periodo tra il 1978 e 1982, quando Marcello Dell’Utri lasciò l’incarico nella holding di Berlusconi per andare a lavorare, sempre a Milano, alle dipendenze del costruttore di origine siciliana Filippo Rapisarda. Insomma, l’interruzione dei rapporti, dicono i giudici, «potrebbe risultare indicativa della definitiva fine della permanenza del reato fino a quel momento consumato». Su questo la Corte d’Appello dovrà approfondire e, se sarà provata la continuazione del ruolo di Dell’Utri, si potrebbero pure allungare i termini della prescrizione. Anche in questo caso, dunque, si rivelano intempestivi i cattivi pensieri sulla presunta «strategia dilatoria» della scadenza dei termini, utile per chiudere una vicenda spinosa e politicamente «difficile».
        Ma, come nella maggior parte delle vicende giudiziarie che hanno riguardato i potenti, anche in questo caso resta poco comprensibile – almeno per chi sa poco di ingegneria giuridica e si basa su un po’ di buon senso – l’evidente salto tra le cautele dei giudici individuabili nella sentenza e il tono delle motivazioni, senza dubbio caustici, perentori e persino inappellabili.
        Le motivazioni su Dell’Utri riportano alla memoria le migliaia di pagine che «spiegavano» la prescrizione e la parziale assoluzione dell’ex premier Giulio Andreotti: illustravano i motivi di un’assoluzione con argomenti più che sufficienti per una condanna. L’altro motivo di sconcerto riguarda il riconoscimento dello status di vittima della mafia per il Berlusconi oggetto di taglieggiamento. Uno status che quasi mai viene riconosciuto agli imprenditori siciliani, o calabresi, o campani che pagano il pizzo e non denunciano i propri estorsori. Ma forse, come spesso accade nelle vicende di mafia, il codice si biforca nel consueto doppio binario. Ovviamente non ammesso.”
        Grazie!…

        • Caro Direttore Riccardo Orioles,
          Cara Redazione tutta de “I Siciliani giovani”,

          Il 10 Agosto 1982 è l’ultima intervista del Prefetto della Repubblica di Palermo, Carlo Alberto Dalla Chiesa, fatta con il giornalista Giorgio Bocca, nella quale esprimeva pareri sul rapporto di coincidenza sull’asse Palermo – Catania dei quattro Cavalieri del Lavoro – Rendo, Costanzo, Geraci, Finocchiaro -, che avevano assunto incarichi di appaltatura presso la città capoluogo non senza aver avuto il benestare della mafia palermitana.
          Questa assunzione determinava l’esistenza della mafia anche a Catania, e dunque, le affermazioni del Prefetto Dalla Chiesa risultavano dirompenti, perchè depositate in sfavore degli imprenditori catanesi.
          Tanto che iniziarono a subentrare polemiche roventi, dalle quali si presero le distanze intervenendo in favore degli imprenditori: uno di questi è il Presidente della Regione siciliana, On.Salvo D’Acquisto, che non tenne in alcun conto ” le diverse attribuzioni del Prefetto”. Tanto che quest’ultimo poteva benissimo indirizzare la polemica direttamente al Ministro dell’Interno, On. Virginio Rognoni, o addirittura al Presidente del Consiglio Spadolini, che l’avevano scelto per quell’incarico.
          Una delle conseguenze, che avrebbe rafforzato l’indagine del Prefetto Dalla Chiesa firmata sul rapporto di coesistenza tra la mafia catanese e palermitana e l’imprenditoria collusa rivolta ai 4 Cavalieri di Catania sarebbe stata la deposizione del boss Alfio Ferlito, vice del boss Nitto Santapaola, che venne ucciso su ordine dei Corleonesi il 16 Giugno 1982 durante la traduzione che doveva condurlo al carcere di Trapani.
          Purtroppo ciò, che il Prefetto Dalla Chiesa voleva far emergere in una realtà da Lui ritenuta molto inquietante, era già stata rilevata dal giornalista Giuseppe Fava, che puntava il dito sugli intrecci della città di Catania tra mafia, politica ed imprenditoria: essendo un giornalista d’inchiesta, che sapeva connettere i fatti della Sua città su quei torbidi intrecci e interessi, non temette la repulsione di coloro che mal tolleravano le Sue denunce tanto da essere ucciso il 5 Gennaio 1984 su ordine del boss Nitto Santapaola, e di quei “fedelissimi che, probabilmente, si fecero interpreti della volontà di un sistema di potere”, che non più solo a parole, stava per essere disgregato e travolto dai fatti.
          Grazie!…

          N.B. Tratto dal libro del giornalista Benito Li Vigni: ” Morte di un Generale – Carlo Alberto Dalla Chiesa ucciso da un complotto Stato – mafia”, pagg.86 – 89;
          Più miei digressioni personali.

          • Caro Direttore Riccardo Orioles,
            Cara Redazione tutta de ” I Siciliani giovani”,

            ” A proposito dell’omicidio del Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, lo stesso Buscetta precisò, con il linguaggio allusivo che gli è proprio: ” ( L’attività antimafia di Dalla Chiesa; n.d.a.) era un problema, ma non era un problema tale da arrivare al punto di ammazzarlo pubblicamente insieme alla moglie”… Buscetta, che è l’uomo più addentro alle logiche di Cosa nostra non prenderebbe ordini da nessun altro soggetto ma concerterebbe i fatti più gravi con altri soggetti: i mafiosi non prendono ordini, ma possono i mafiosi dire ad altri ” noi faremo così”…
            Tradotto: Come omicidio eclatante, quello del Prefetto della Repubblica di Palermo, Carlo Alberto Dalla Chiesa, l’intervento della mafia è volutamente propizio per altri, che ne determinano e ne stabiliscono un atto di complicità: tanto da non aver osato contraddire e contrapporre l’esecuzione mortale.
            Grazie!…
            N.B. Tratto dal libro del giornalista Benito Li Vigni: ” Morte di un Generale – Carlo Alberto Dalla Chiesa ucciso da un complotto Stato – mafia”, pag.100. Più miei digressioni personali.

  4. Caro Direttore Riccardo Orioles,
    Cara Redazione tutta de ” I Siciliani giovani”,

    ” Riscalda la fantasia del nipote ( Enrico Mattei) raccontando il caso di un adolescente dell’Età preziosa che chiede alla Congregazione di Carità un sussidio per continuare negli studi. Una sera, a quattr’occhi con me, Mattei metterà mano al libretto della nonna ( edizione Hoepli 1888) e leggerà il severo scritto di risposta. ” Abbiamo abolito i benefizi ecclesiastici che ci davano una folla di preti senza vocazione, e manteniamo ancora certi sussidi, che versano ogni anno nella pubblica amministrazione una folla di professionisti senza attitudine. Fra gli uni e gli altri, meglio i preti che non facevano progenie, ma un mezzo avvocato che ha dei figliuoli è tratto creare una fila di mezzi avvocati, di mezzi medici che propagano la debolezza della specie”. Il giovanotto reagisce con questa breve lettura: ” Ho letto tre volte, arrossendo,fremendo,piangendo. Grazie, cercherò un posto in filatoio”… ( Tratto dal libro di Italo Pietra: “ Mattei”,pag.36).
    ” … Preti senza vocazione… “, ” …professionisti senza attitudine…”: Eppure il Generale di Corpo d’Armata dei Carabinieri, Carlo Alberto Dalla Chiesa, aveva questa predisposizione naturale verso la particolare attività al Comando. Aveva per questo la vocazione per essere predisposto naturalmente all’esercizio del Comando. Dunque, tenendo ben presente la risposta della Congregazione di Carità, ho una disponibilità di folle, che non mi faranno altro che ” propagare la debolezza della specie”, perché non riesco a raggiungere la medesima qualità dimostrata dal Generale Dalla Chiesa, tanto da dover rifiutare quel giovanotto, che ha determinate propensioni allo studio e che con il mio diniego andrà a lavorare in una fabbrica di filatoio.
    Dunque, quei pochi Generali che si sono messi a diretto confronto con il Generale Dalla Chiesa, che riusciranno ad essere attitudinalmente della stessa qualità, subiranno invidie, gelosie interne, perchè la folla di Generali non è giunta a quel grado con la stessa perizia, determinazione ed intelligenza del Dalla Chiesa. E di pochi altri…
    Come “ …di mezzi avvocati, di mezzi medici…” della Congregazione di Carità, in Accademia militare si opterà per infoltire le fila di ragazzi – non come il giovanotto – con qualità più bassa per garantire il ricambio generazionale dei futuri Generali dei Carabinieri da trasferire nei vari Reparti dislocati in tutta Italia ed all’Estero.
    Altrimenti, se così non fosse, avremmo 100 Generale Dalla Chiesa!…
    Grazie infinite, Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa!…

    • Caro Direttore Riccardo Orioles,
      Cara Redazione tutta de ” I Siciliani giovani”,

      Parte seconda: Dunque, se il giovanotto dovrebbe accedere all’ Accademia militare di Modena, centellinato insieme ad altri pochi, si rischia di promuovere degli Ufficiali dei Carabinieri – il Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa era un Ufficiale di complemento -, che diventati progressivamente Generali bloccheranno un sistema collaudato – vedasi post precedente -, in quanto nella loro carriera dovranno misurare le capacità di ” quei mezzi avvocati” o ” mezzi medici”, che pur di evitare ripercussioni sul loro andamento valutativo – scheda valutativa – sì faranno ciò nel migliore dei modi possibile, ma adegueranno il loro comportamento con giudizi poco propensi rivolti al loro diretto Superiore nell’attesa che quest’ultimo, ad esempio, venga trasferito per promozione, e sicuramente quando lo diventeranno loro stessi non è detto che, pur avendo acquisito esperienza, si dimostreranno all’altezza del grado acquisito.
      Allontanando da sè lo spettro di un Generale come il Dalla Chiesa assumendo relativamente quelle responsabilità che le competono, tanto da impartire ai loro subalterni – in particolare Sottufficiali e militari di truppa – ordini superflui e superficiali senza il giusto acredine d’approfondimento, scaricando su di essi discorsi senza criteri di scrupolosa responsabilità e determinazione.
      Grazie!…

      • Caro Direttore Riccardo Orioles,
        Cara Redazione tutta de ” I Siciliani giovani”,

        La Regione Sicilia affida la riscossione delle tasse a sé stessa, essendo Regione indipendente non si affida allo Stato, ma ad una società di privati: la Satris nata dal volere di due cugini, Nino ed Ignazio Salvo.
        Dal 1952, anno di nascita, al 1962 diventano i potentissimi esattori di Salemi su giurisdizione in tutta la Sicilia con l’uso di un centinaio di uffici sparsi nell’isola. Hanno dalla loro l’ appoggio del Presidente della Regione, Bernardo Mattarella, padre di Piersanti, il figlio morirà il 6.01.1980 a Palermo con lo stesso incarico acquisito dal padre, e il sindaco di Palermo Salvo Lima.
        Il Prefetto della Repubblica di Palermo, Carlo Alberto Dalla Chiesa, invia il 14 Maggio del 1982 la Guardia di Finanza a perquisire la Satris: migliaia di carte verranno esaminate dalla Magistratura, eventualmente per verificare se contengono fatti e circostanze sul riciclaggio del denaro sporco della mafia ottenuto dal traffico della droga. Si intacca il rapporto del Terzo livello essendo i Salvo considerati in buoni rapporti con la mafia palermitana, ed essere ,da parte di padre , già di per sé definiti mafiosi.
        Nel 1982 il Governo studia una legge per ridurre il compenso delle percentuali sulle imposte ai due esattori salito dal 3,5 % al 10 %. La legge presentata dal Governo per modificare la legge sulla riscossione delle tasse, attraverso le esattorie private della Satri dei cugini Nino ed Ignazio Salvo, non passa. I Baroni cosiddetti del 10 % hanno dimostrato di essere un gruppo di pressione capace di condizionare equilibri politici e persino scelte parlamentari. Un gruppo di Potere feudale, che continuerà arricchire solo alcune famiglie – nel 1981 un guadagno da 50 miliardi di vecchie lire -, il quale non tollera di essere intaccato.
        Nel frattempo il Governo il 5 Agosto del 1982 decade, con una crisi risolta in 5 giorni, con un Governo fotocopia al precedente.
        Alla fine succede che i Salvo affittano a prezzi altissimi le loro esattorie alla Regione, che per legge si impegna a conservare posto e stipendi ai loro dipendenti.
        Spiegazione: Il Prefetto della Repubblica di Palermo, Carlo Alberto Dalla Chiesa, avrebbe determinato con la sostituzione della legge sulle esattorie voluta dal Governo, lo sminuire del Potere decisionale dei cugini Nino ed Ignazio Salvo in Sicilia, ma la decisione presa in Parlamento offre l’idea di come il finanziamento privato ai partiti – solo la Democrazia cristiana? – potesse essere – ancora oggi – l’arma per portare voti a maggioranza ed opposizione – ecco, il voto che peserebbe, se fosse calcolato dall’elettore – , e non a pensare che il tema della lotta alla mafia fosse – sia – circoscritto alla scelta ricaduta sul Generale Dalla Chiesa e sul Consiglio dei Ministri che lo volle per quell’incarico.

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