2500 annegati l’anno e ne cancelliamo anche i nomi

La strage degli emigranti e i silenzi dei politici. Muoiono anonimamente, ai parenti è negato anche conoscerne i nomi

Sono trascorse poco più di tre settimane dall’ultimo naufragio nel canale di Sicilia, ancora una volta vicino alle coste di Lampedusa, e la notizia sembra essere stata ingoiata dal nulla. Il 7 settembre sono state tratte in salvo 56 persone e recuperati due cadaveri: sul resto una nebulosa.

Il resto però non è un fatto tecnico ma un numero imprecisato di persone, tra 40 e 80 che secondo i racconti dei sopravvissuti sarebbero annegate vicino all’isola di Lampione, uomini e donne di cui si è persa ogni traccia e negli ultimi giorni anche la memoria.

In realtà facevano già parte delle statistiche nei giorni appena successivi al naufragio. Un numero imprecisato di dispersi/ morti, che è andato ad aggiungersi ad un numero purtroppo ben definito, fatto di quelle più di 18.000 vite finite nel canale di Sicilia, nel corso degli ultimi 20 anni, nel tentativo disperato di percorrere una rotta che li portasse verso la libertà.

Questi ultimi dispersi in realtà sembra che non costituissero motivo né di preoccupazione né di apprensione quasi per nessuno, almeno in Italia.

Tanto che per provare a mettere in movimento la situazione per avere qualche notizia in più, è stato necessario l’intervento del governo tunisino che attraverso alcune missioni a Lampedusa e il sostegno dell’amministrazione comunale e di qualche realtà locale è riuscito ad ottenere i nomi dei sopravvissuti e per esclusione, anche i nomi di chi non ce l’ha fatta.

Le famiglie delle persone partite dai porti tunisini protestavano e chiedevano informazioni, nella speranza di vedere nella lista dei sopravvissuti il nome del proprio parente.

Nel canale di Sicilia, nel Mediterraneo, lungo tutte le frontiere dell’Europa sono morte più di 18500 persone dal 1988. 2500 solo nel corso del 2011, secondo i dati di Gabriele del Grande che da anni monitora e denuncia la situazione lungo le frontiere. A Lampedusa, in Turchia, a Cipro, in Libia, in Grecia, a Malta.

E tutte volte la stessa storia, la rapidità di un passaggio televisivo finchè la cosa fa notizia e poi il silenzio. Quest’ultima volta però anche il governo provvisorio tunisino ha avuto un sussulto di dignità e si è mosso, probabilmente spinto dal lavoro che da anni fanno le associazioni che si occupano di tutela e diritti dei migranti e che nel 2011 hanno seguito il percorso delle madri e dei genitori dei ragazzi tunisini dispersi a marzo, forse arrivati, forse mai arrivati.

Davanti all’indifferenza dell’Italia, al disinteresse della classe politica nell’occuparsi della cosa, è stato posto un problema – sapere la lista delle persone arrivate vive in Italia -, subito dopo che una richiesta del genere era giunta dal Forum Tunisino dei diritti Economici e Sociali.

Un’informazione civile, normale, di base, alla cui necessità però dall’Italia, dal centro immigrati di Lampedusa che da qualche mese ha ricominciato ad operare, non si era prestata attenzione.

Come se le persone fossero solo numeri e non storie, vite, affetti. Ma queste sono immigrati, stranieri, persino “irregolari”o “clandestini” come molta stampa li etichetta quasi a ridurre l’entità del problema. E quindi contano meno.

Ancora per quanto potremo permetterci e permettere alla politica di voltarsi dall’altra parte?

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