25 settembre, vittime di mafia e ‘ndrangheta. E poi la storia di Federico Aldrovandi

25 settembre 1979, fuoco contro Cesare Terranova e il maresciallo Lenin Mancuso

Ore 8.30 del 25 settembre 1979. Arriva l’auto di scorta per il giudice Cesare Terranova. È una Fiat 131 guidata dal maresciallo di pubblica sicurezza Lenin Mancuso, unico a proteggerlo ogni giorno, come fa da vent’anni a quella parte. Dopo essere ripartiti, con Terranova che si mette al volante, si trovano la strada ostruita da una transenna e in quel momento un commando inizia a sparare. Il magistrato tenta di fuggire in retromarcia e il poliziotto di rispondere al fuoco, ma non reggono all’ondata di violenza che li travolge e che si conclude con un proiettile alla testa di Terranova.

Il quale paga così, insieme al suo agente di scorta, una lunga carriera in cui alla mafia non ha mai concesso nulla, fin dai tempi del processo di Bari del 1969 e poi, proseguendo negli anni successivi, fino alla condanna dell’imprendibile Luciano Liggio. Era il 1974 e poi ci fu, dal 1976 al 1979, la parentesi come deputato dopo l’elezione in parlamento. Qui fece parte della commissione antimafia della sesta legislatura e in tale veste firmò la relazione di minoranza in cui, in anticipo rispetto ai tempi, tracciava i rapporti tra mafia e politica facendo nomi importanti, come quelli di Vito Ciancimino, Salvo Lima e Giovanni Gioia.

25 settembre 1988, il giudice Antonino Saetta ucciso insieme al figlio Stefano

Esattamente 9 anni più tardi, il 25 settembre 1988, è un altro magistrato a morire. Si chiama Antonino Saetta, ha 66 anni e tanti i settori che, nel corso della sua carriera, ha affrontato, compreso quello del terrorismo. Poi, da presidente della corte d’assise d’appello di Caltanissetta, ecco che deve giudicare gli imputati per l’omicidio di Rocco Chinnici, il collega ucciso dalla mafia a Palermo il 29 luglio 1983. Sono i Greco di Ciaculli che si trovano in una curiosa condizione: pur essendo dei pezzi da novanta della mafia di allora, non hanno precedenti penali. Ma nonostante ciò Saetta li condanna ancora, dopo la sentenza di primo grado, e le pene sono più pesanti di quanto non sia stato decretato nel processo precedente.

Qualche tempo dopo il deposito delle motivazioni, il giudice rientra a Palermo con il figlio Stefano dopo essere stati a un battesimo. È sera inoltrata quando i killer entrano in azione sparando a raffica decine di proiettili contro la Fiat su cui i due stanno viaggiando. E l’impressione che emerge, dopo quell’agguato, è che alla guerra della (e contro) la mafia non ci possa essere fine. Venne infatti scritto a caldo: “Lo scenario è tutt’altro che confortante aveva aggiunto Falcone di fronte alla necessità di un’attività repressiva ancora più efficace e professionale di prima, [ma] le forze in campo vanno progressivamente scemando, per quantità e qualità”.

25 settembre 1998, Luigi Ioculano, il medico che si batteva contro la ‘ndrangheta

Spostiamoci ancora in avanti di 10 anni. Arriviamo al 25 settembre 1998 e spostiamoci anche di regione, passando dalla Sicilia alla Calabria, a Gioia Tauro. Luigi Ioculano è un medico che, smesso il camice, si dà da fare perché la ‘ndrangheta non spadroneggi indisturbata. Per questo si trasforma in attivista, fonda un’associazione culturale, Agorà, e una rivista omonina. A chi gli dice di abbassare almeno i toni, lui non risponde nemmeno e continua con il suo attivismo che finisce per abbracciare gli affari nella sanità, la questione degli appalti e il no alla realizzazione di un termovalorizzatore.

Per gli ‘ndranghetisti della zona tutto ciò è intollerabile. Quel medico sta davvero dando fastidio perché i danni che crea ai clan non sono sul fronte giudiziario, ma su quello dell’opinione pubblica, delle coscienze dei cittadini. Così il 25 settembre 1998, di prima mattina, un sicario lo aspetta a pochi passi dal suo studio e lo zittisce una volta per tutte. E qui c’è un dossier sfogliabile anche sotto che nei dettagli può raccontare di quella mattanza.

25 settembre 2005, la fine di Federico Aldrovandi, ragazzo

Questa invece è una storia diverse dalle altre. Qui non c’entrano la criminalità organizzata né il terrorismo. Questa è la storia di un ragazzo che ha incontrato un pezzo dello Stato e che non è sopravvissuto. Federico Aldrovandi ha 18 anni e vive a Ferrara. Fa quello che fanno tanto suoi coetanei e il 24 settembre 2005, un sabato, approfitta di quelle serate d’inizio autunno per uscire e va a Bologna, in un centro sociale, il Link, con un gruppo di amici. Quando torna nella sua città, si fa lasciare dalle parti di via dell’Ippodromo e lì inizia la vicenda che lo porta alla morte.

Sul posto, infatti, arriva una prima pattuglia della polizia, Alfa 3, dove ci sono gli agenti Enzo Pontani e Luca Pollastri. I quali sosteranno di essersi trovati di fronte a un “invasato violento in evidente stato di agitazione”. Per contenerlo, appena dopo, giunge una seconda volante con altri due poliziotti, Paolo Forlani e Monica Segatto. Ne discende uno scontro fisico, un ragazzo contro quattro agenti, da cui il giovane non uscirà vivo.

Nei tre gradi di giudizio che hanno portato alla condanna definitiva dei poliziotti per eccesso colposo in omicidio colposo con tre anni e mezzo di carcere (anche se resteranno solo 6 mesi dato che il resto viene cancellato dall’indulto del 2006), si tenterà di attribuire quella morte al ragazzo che aveva assunto droghe (in quantità minima, stabiliscono le perizie, e non sufficiente a ucciderlo), che era per le difese degli imputati un karateka scatenato e insomma tutto vorrebbe essere attribuito a una specie di incidente in cui le colpe, se ce ne sono, stanno dalla parte della vittima. Già visto in tanti processi.

Invece la morte di Federico Aldrovandi è di altra natura. Di cosa lo hanno spiegato bene i suoi genitori, Lino Aldrovandi e Patrizia Moretti, che soli contro tutti ne hanno iniziato a raccontare la storia su un blog senza il quale la verità dietro i fatti del 25 settembre 2005 non sarebbe mai emersa.

2 pensieri su “25 settembre, vittime di mafia e ‘ndrangheta. E poi la storia di Federico Aldrovandi

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