18 marzo 1978, Fausto e Iaio, un omicidio senza colpevoli ma con le ombre di mafie, servizi e P2

Sembrò di sentire un refrain fin troppo stesso trasmesso: i due ragazzi assassinati il 18 marzo 1978 a Milano, in via Mancinelli, erano stati ammazzati in un regolamento di conti tra gruppi di estrema sinistra o di spacciatori. Parola della questura meneghina, che indicava anche un’arma diversa da quella usata per l’agguato, una calibro 32 invece di una 7,65. Ciò che oggi c’è di certo nell’omicidio di Lorenzo Iannucci e Fausto Tinelli – Fausto e Iaio – è che non ci sono mandanti né esecutori di quel duplice delitto.

Per quell’omicidio furono indagati esponenti di estrema destra, da cui arrivavano le rivendicazioni più attendibili, tra cui Massimo Carminati, Claudio Bracci e Mario Corsi. Ma gli elementi raccolti contro di loro e le dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia non portarono a un quadro accusatorio abbastanza suffragato da trasformarsi in una condanna e dunque furono prosciolti. Discorso analogo per altri neofascisti. Il giornalista Pablo Dell’Osa oggi parla di servizi dietro un delitto impunito. E anche Daniele Biacchessi, che a questa vicenda ha dedicato un libro, nell’anniversario dall’agguato di via Mancinelli, scrive:

36 anni senza una giustizia ma con una verità storica scritta nei documenti dei pochi magistrati e giornalisti della controinformazione. Un omicidio organizzato da neofascisti e da uomini della banda della Magliana, che non è una banda di criminali qualsiasi, ma agiva per conto dei servizi segreti, il Sismi, allora diretto dalla loggia massonica P2. Questa è la verità che non si può mai archivi.

Del resto, oltre a un’inchiesta sul traffico di droga in alcuni quartieri milanesi, come il Casoretto, Città Studi e Lambrate, c’è anche un’ombra pesante che si addensa sull’eliminazione di Fausto e Iaio. Due giorni prima, il 16 marzo, era stato rapito il presidente della Dc Aldo Moro dopo che le Br avevano sterminato la sua scorta in via Fani, a Roma. E a Milano, Fausto Tinelli abitava in via che sarebbe passata alla storia del terrorismo, via Montenevoso, al civico 9. Di fronte c’era il covo brigatista in cui mesi più tardi sarebbe stato ritrovato un pezzo del memoriale del politico assassinato il 9 maggio 1978.

Infine un ultimo riferimento a un’altra morte strana, una morte quanto meno tempestiva. Avvenne nell’autunno inoltrato di quell’anno, il 26 novembre, quando in un investimento perse la vita un giornalista dell’Unità, Mauro Brutto, che della storia di Fausto e Iaio si era occupato a lungo collaborando anche alla controinchiesta sulla droga. Ma non aveva scritto solo di quello. Mauro andava in giro armato perché da anni era nel mirino di ambienti eterogenei: dagli estremisti di destra in alcuni casi finiti in storie di golpismo e stragismo ai mafiosi che a Milano, fin dai tempi dell’impero del boss di Cosa nostra Luciano Liggio, gestivano i sequestri di persona reinvestendo in Svizzera almeno una parte dei riscatti. E alcuni di questi ambienti, con l’omicidio di Fausto e Iaio, di certo c’entravano.

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