12 settembre 1990, la scomparsa di Davide Cervia e l’ombra della guerra elettronica

Ci risiamo con le vicende irrisolte. Ci risiamo perché quella di Davide Cervia, l’ex militare esperto di guerra elettronica scomparso nel nulla il 12 settembre 1990, è una storia che dal punto di vista processuale è ancora aperta. Aperta in sede civile e non penale e aperta per volere della famiglia, che ha fatto causa al ministero della Difesa e della Giustizia. Sembra quasi di trovarsi nei frangenti di Ustica, del DC9, l’aereo abbattuto il 27 giugno 1980 in un’azione di guerra per il quale la giustizia, sempre quella civile, ha sanzionato in più sedi due dicasteri, Trasporti e Difesa, per non averne garantito la sicurezza e per aver operato contro il disvelamento della verità.

Vediamo allora cos’è accaduto all’uomo che, al momento in cui sparì, aveva 31 anni. Arruolatosi nella marina militare nel 1978 e divenuto sergente, a partire dal 1980 frequenta a Mariscuole di Taranto corsi di specializzazione che gli conferiscono la qualifica ETE-GE, quella che riguarda appunto la guerra elettronica. La sua fama in questo campo valica i confini italiani e finisce per estendersi in tutta Europa. Gli viene attribuito alla Nato il Nos, il nulla osta sicurezza, che ci consente di trattare informazioni riservate o classificate. Poi, nel 1984, si congeda a inizia la sua carriera da civile.

Il giorno in cui sparisce è appena uscito dagli uffici della Enertecnel Sud di Ariccia, presso cui lavora. Ai colleghi che incontra non sembra diverso dal solito e si aspettano di vederlo il mattino successivo. Ma non accade perché Davide non rientra nemmeno a casa e da allora non si sa che fine abbiano fatto. Secondo alcune testimonianze, sarebbe stato avvicinato da persone che lo costringono a salire su un’auto di colore verde scuro. Secondo altri la sua scomparsa è da attribuire a sistemi utilizzati durante la prima guerra del golfo, iniziata poche settimane prima, il 2 agosto precedente. E poi, negli anni a seguire, ci saranno i depistaggi, le lettere anonime arrivate alla famiglia, le soffiate che lo vorrebbero ostaggio in qualche Paese del Medioriente, come l’Arabia Saudita o la Libia.

Ma tutto questo, in tanti anni, non è suffragato da nulla. Alla verità, però, la moglie Marisa Gentile e i figli, Erika e Daniele, non ci rinunciano. Per questo hanno intentato la causa contro la Difesa e la Giustizia. Ma ancora prima, il 31 ottobre 2011, avevano scritto al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano una lettera-appello:

Ci rivolgiamo a Lei […] perché in questi lunghi […] anni, oltre ad aver subito la perdita di un padre, rispettivamente a 6 e 4 anni, siamo stati ripetutamente presi in giro dallo stesso Stato che pensavamo ci avrebbe aiutato nella ricerca della verità su nostro padre. Le nostre parole non sono ispirate semplicemente dalla rabbia, ma fanno riferimento ad avvenimenti realmente accaduti in questi lunghi anni di lotte e ricerche […].

Quanto Le abbiamo elencato rappresenta solo una parte dell’insabbiamento che alcune istituzioni italiane hanno operato sulla vicenda, ecco perché […] pretendiamo una risposta concreta, essendo Lei Primo Garante della Costituzione e dello Stato, Presidente del Consiglio Superiore della Magistratura e Comandante in Capo delle Forze Armate, affinché si faccia finalmente luce su questo agghiacciante Mistero di Stato.

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