10 settembre 1981, la seconda morte del maresciallo Vito Ievolella

C’era probabilmente stato un primo festeggiamento. Si era infatti diffusa la notizia che il maresciallo Vito Ievolella se l’era portato via il cancro allo stomaco, che così aveva risparmiato il lavoro agli uomini della Kalsa, mafiosi in forza al boss di quel quartiere di Palermo. Ma poi non era vero. O meglio era vero che il sottuffciale dei carabinieri arruolatosi nel 1948 era malato al punto da aver subito di recente un intervento chirurgico che l’aveva prostrato, ma il tumore non l’aveva ucciso. E così, per cosa nostra, occorreva intervenire direttamente.

Accadde il 10 settembre 1981 quando il maresciallo era in piazza Principe di Camporeale. Insieme alla moglie Iolanda stava aspettando in auto che la figlia Lucia, allora ventenne, uscisse dalla scuola guida che frequentava. Vennero impiegati dieci uomini per assassinarne uno uscito da poco dall’ospedale. Che non ci mise che un attimo per capire cosa stava accadendo. Il tempo di lanciarsi su Iolanda per proteggarla dai proiettili che i fucili e le pistole automatiche promettevano di esplodere. E che, sparati da due appartenenti al commando, lo colpirono alla testa.

Il maresciallo Vito Iavolella, che nei primi anni di servizio lavorò ad Alessandria e che poi frequentò la scuola sottufficiali di Firenze, sapeva già da tempo di non doversi difendere solo dal cancro. Aveva detto alla figlia Lucia che gliel’avrebbero fatta pagare uccidendolo. E il motivo stava in un rapporto, il Savoca più 44, un’indagine che aveva decapitato la famiglia mafiosa di Tommaso Spadaro, il sovrano della Kalsa. Un rapporto che, come pochi altri in quel periodo, aveva capito che il contrabbando di sigarette era ancora importante, ma che la droga e che i flussi economici generati lo erano sempre di più. E che su quelli occorreva concentrarsi.

Dopo l’omicidio di piazza Principe di Camporeale, infine, il festeggiamento si ripeté. E questa volta quell’investigatore all’avanguardia era morto davvero.

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