“Scusi, lei è favorevole o contrario?”

Non è mai accaduto che un governo di centrosinistra abbia modificato o cancellato una legge di qualche peso varata da un governo di centrodestra.

Ed è molto probabile, se non garantito, che – in caso di una vittoria elettorale – questo non succederà neppure con le ri­forme del lavoro e delle pensioni dell’attuale ministro Fornero.

Aver depositato in Cassazione i due quesiti referendari per l’abrogazione dell’articolo 8 della legge 148 sulla dero­ga ai contratti (governo Berlusconi) e della nuova formulazione dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori (governo Monti) è dunque importante per più ra­gioni.

In primo luogo, la mossa di Idv, Sel, Prc, Fiom e degli altri soggetti politici e sociali che hanno aderito all’iniziativa, consente di “bucare” la cappa di piombo di una fase pre-elettorale centrata più che altro sulle ipotesi di alleanza di governo (Casini e Vendola sì, o no, o forse, Di Pietro assolutamente no) e sul poco emo­zionante duello tra Bersani e Renzi alle primarie.

In secondo luogo, perché consente di tornare a parlare di lavoro e di fabbrica, dopo un lungo periodo in cui non si è di­scusso d’altro che di spread e banche.

In terzo luogo perché i due referendum sono una perfetta cartina di tornasole per la comprensione della vera natura del Pd, un partito che – soprattutto nel caso di una vittoria di Renzi – rischia di non po­tersi più dire di sinistra.

 Alcuni importanti esponenti del Pd, come la presidente Bindi, l’hanno detto esplicitamente: il referendum è un grave errore. Che cosa significa: l’errore è ri­correre al referendum, oppure sta anche nel contenuto del referendum?

È vero che il Pd ha appoggiato lo smantellamen­to dell’articolo 18, ma lo ha fatto giustifi­cando questo suo correre in soccorso del governo Monti come il male minore dopo i lunghi anni del ber­lusconismo e a fronte del rischio-Grecia. Se i “compa­gni” del Pd vinceranno le prossime ele­zioni e andranno al gover­no non avran­no, dunque, più alibi.

D’altronde, la domanda è molto sem­plice: il Pd, se mai lo è stato, sta ancora dalla parte dei lavoratori o ha definitiva­mente sposato il ceto medio e moderato? Questo “no” ai referendum sul lavoro, dopo gli anni del grande strepitare contro i tentativi berlusconiani di superamento dell’articolo 18, qualche dubbio, perlo­meno in un osservatore esterno, lo susci­ta. 

L’impressione è che il Pd non abbia votato la modifica dell’articolo 18 in nome di una superiore ragione di Stato, ma perché condivide in toto un tipo di politica che giudica privo di alternative. È molto difficile rintracciare, non solo nel “programma” di Renzi, ma anche in quello di Bersani, un elemento che rap­presenti una cesura rispetto al presente montiano o al passato berlusconiano.

Le promesse bersaniane di apertura alle unioni gay, di una riduzione degli stipendi dei parlamentari e dell’assegna­zione della cittadinanza italiana ai figli degli immigrati extracomunitari sono as­sai poco credibili: sebbene già previsti nel programma elettorale di precedenti coalizioni di centrosinistra, questi punti – una volta che Pd & co. ebbero conquista­to il governo del Paese – non trovarono alcun seguito. Esattamente come la legge sul conflitto d’interesse.

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