“De Mauro ucciso per lo scoop su Mattei”

Un delitto di Stato (non il primo, né l’ultimo) dietro la sorte del giornalista ucciso? I giudici ora ritengono di sì

Palermo, Via delle Magnolie 58, ore 21 e 10 del 16 settembre 1970. Il giornalista del quotidiano ‘‘L’Ora”, Mauro De Mauro, parcheggia e sul portone scorge la figlia Franca ed il fidanzato Salvatore, anche loro appena giunti. Avrebbero dovuto cenare insieme a pochi giorni dal matrimonio. Lo aspettano davanti all’ascensore.

Passa qualche attimo. Franca torna sui suoi passi perché il padre, che avrebbe dovuto averli raggiunti, non arriva.

Giusto in tempo per sentire qualcuno dire “Amuninni!” e vedere il padre “con la faccia tirata”, allontanarsi in macchina in compagnia di altre persone. “Amuninni”, una parola detta con tono fermo, quasi di comando. È l’ultima volta che Franca vede il padre. Undici ore dopo la famiglia denuncia la scomparsa ed iniziano le indagini. A distanza di 42 anni si è arrivati ad una prima sentenza processuale, per un caso che sembra non aver mai fine.

“La causa scatenante della decisione di procedere senza indugio al sequestro e all’uccisione di Mauro De Mauro fu costituita dal pericolo incombente che egli stesse per divulgare quanto aveva scoperto sulla natura dolosa delle cause dell’incidente aereo di Bascapè”.

C’è un unico filo che lega le due vicende, un intreccio di interessi alquanto perverso che poi è paradigma di tante stragi avvenute in Italia. Nelle 2.200 pagine delle motivazioni della sentenza, depositate lo scorso 7 agosto dal collegio presieduto da Giancarlo Trizzino, a latere Angelo Pellino (estensore della motivazione), i giudici della prima sezione della Corte d’assise di Palermo spiegano il motivo per cui l’unico imputato a processo, Totò Riina, è stato assolto. All’epoca colui che venne poi definito come il “Capo dei Capi”, non era ancora al comando di Cosa Nostra.

Viene ricostruito il torbido contesto in cui il cronista del quotidiano “L’Ora” pagò il suo scoop sulla morte del presidente dell’Eni, simulata da incidente aereo nei pressi di Pavia il 27 ottobre 1962. Quindi viene offerta una nuova chiave di lettura.

Non si punta il dito contro l’avvocato Vito Guarrasi, Mister X, braccio destro dell’allora presidente dell’Eni Eugenio Cefis ed eminenza grigia di diversi affari siciliani, ma si indica come mandante dell’omicidio Graziano Verzotto, ex dirigente dell’Eni, all’epoca segretario regionale DC, morto il 12 giugno 2010, prima dell’ultima deposizione in aula, a Palermo.

La sua era una figura legata ai servizi segreti francesi, che era stato coinvolto nello scandalo dei fondi neri dell’EMS depositati nella Banca di Michele Sindona, banchiere di Dio e di mafia, nonché compare d’anello del boss Giuseppe Di Cristina, insieme con il padrino di Catania Giuseppe Calderone.

Verzotto, secondo la Corte, ha un ruolo centrale sia nell’assassinio di Mattei che nel sequestro e nell’omicidio di De Mauro.

“Se Guarrasi è colpevole (dell’omicidio De Mauro n.d.r.), Verzotto lo è due volte di più” scrivono i giudici.

All’epoca, era in ascesa. Stava promuovendo la firma di un accordo italo-algerino per la realizzazione di un metanodotto tra la Sicilia e l’Algeria finanziato da fondi della Banca Mondiale e la cui progettazione era affidata alla società Bechtel di San Francisco, vicina alla Cia, “mantenendo – scrivono i giudici – un osservatorio americano costante nel canale di Sicilia, a far data dal 2 gennaio 1970, ossia in uno scacchiere del Mediterraneo divenuto particolarmente caldo, a quattro mesi dal colpo di Stato in Libia del colonnello Mohammar Gheddafi”.

Per la Corte di Palermo, l’interesse dell’ex Dc per il lavoro di De Mauro era “duplice”. In primis perché “si riprometteva di strumentalizzarlo in chiave anti-Cefis”, in quanto nell’estate del ‘70 ambiva alla sua successione come presidente dell’Eni. Poi perché aiutando De Mauro si garantiva “un osservatorio privilegiato per orientare la sua inchiesta e indirizzarla con opportuni suggerimenti, secondo la propria convenienza”. Questo “fino al momento in cui si è reso conto che il cronista, pur fidandosi ancora di lui, era troppo prossimo a scoprire la verità: e a quel punto doveva essere eliminato”.

De Mauro stava scrivendo tutto nella ricerca che gli era stata commissionata dal regista Francesco Rosi, per ricostruire gli ultimi giorni di vita del presidente dell’Eni in Sicilia. Sarebbe anche riuscito a scoprire i nomi delle persone che erano al corrente dell’orario di partenza del volo di rientro di Mattei, all’epoca tenuto segretissimo per ragioni di sicurezza.

A De Mauro però mancavano comunque dei passaggi. “Ancora si fidava del presidente dell’Ente Minerario, – si legge nelle motivazioni – mancavano solo alcuni tasselli, alcune conferme; e le chiedeva proprio a Verzotto”. Costui, secondo la Corte, “non avrebbe potuto reggere ancora per molto il gioco sottile che lui stesso aveva innescato, cercando di orientare l’indagine di De Mauro nella direzione a sé più conveniente, a cominciare dall’individuazione dei probabili mandanti del complotto. E l’impossibilità di fornire al giornalista i chiarimenti o le conferme che questi gli chiedeva non avrebbe certo mancato di rendere sospetto il suo comportamento”.

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